La confraternita dell’uva di John Fante (1977)

La confraternita dell’uva di John Fante (1977)

Chiunque abbia vissuto un rapporto conflittuale con un padre-padrone, leggerà La confraternita dell’uva di John Fante con i nervi scoperti. L’autore dipinge con abili pennellate il proprio mondo interiore, restituendoci lo spaccato sociale della sua America, da figlio di immigrati italiani, nella prima metà del ‘900. Impossibile pensare che questo racconto non sia autobiografico. Il nome di battesimo del padre di John Fante infatti, come quello del protagonista, è Nick. Entrambi emigrati dall’Italia, da un paesino abruzzese e con un DNA che li imprigiona in una terra di mezzo emotiva. Condizione dalla quale i figli tentano disperatamente di fuggire.

Elegia americana.

Foto di Brooke Tinsman

Il racconto in prima persona, è quello di un protagonista inizialmente assente. Comincia parlando di un conflitto matrimoniale all’interno della famiglia Molise, per poi realizzarsi in un monumentale ritratto del rapporto padre-figlio.

La quinta scenica iniziale è nei sobborghi di Sant’Elmo, Colorado, dove tutto sembra essere collegato alla ferrovia e allo sviluppo urbanistico di una probabile America degli anni Cinquanta.

Il figlio maggiore entra in scena alla chiamata dei fratelli, per redimere una delle consuete rotture dei genitori, che chiaramente non si realizzerà neanche questa volta, ma che avrà come effetto di chiudere i conti fra padre e figlio.

Henry Molise: l’unico che ha trovato un modo per scappare dal ménage familiare, coronando il suo personale sogno americano. Sogno che, neanche a dirlo, non corrisponde assolutamente a quello che il padre avrebbe voluto per lui. In breve, Henry si troverà in montagna ad aiutare il vecchio a portare pietre e ingollare “vino Italiano” della California. Ma ancora non lo sa.

Seduti uno di fronte all’altro, Nicola ordina per suo figlio, “il ragazzo”, una birra e per sé una caraffa del dolce nettare d’uva del vignaiolo Musso. Birra contro vino come conflitto generazionale e culturale, linea di demarcazione di mondi e tempi inconciliabili.

“Il latte della loro seconda infanzia”.

John Fante

Il vino, dunque, si palesa, all’interno del Cafè Roma, ritrovo degli immigrati italiani, dove nulla cambia eccetto la clientela. Dove i vecchi che muoiono, vengono sostituiti da nuove generazioni di vecchi. Dove fra “mosche sportive” e puzzo di olio e parmigiano rancidi si servono litri di alcol.

La generazione di muratori, di “grandi costruttori”, dei migliori scalpellini d’America finirà con lui, il Molise padre ormai ottantenne. Nick non se ne può fare una ragione e decide di coinvolgere il figlio scrittore in un’impresa che ha insieme dell’eroico e del folle, la costruzione di un affumicatoio in montagna.

Henry tenta di resistere, ma non riesce a sottrarsi, soprattutto quando a far scattare la trappola è la scaloppina al marsala della mamma con le melanzane al forno. Le armi più affilate, con cui, la minuta donna, riesce a tenere unita la famiglia.

Il vino novello di Joe Musso, unico lusso della povera famiglia, scorre a fiumi. Il latte dell’età adulta, il suggello della fraterna amicizia di questi “wops”. Il legame indissolubile con le proprie origini, ristoro irrinunciabile, quantunque causa di tutti i mali. L’avventura in montagna del gruppo di vecchi ubriaconi, amici fraterni, e del preoccupato Henry, inizia dunque, con la sosta alla cantina di Musso. Per fare scorta, omaggiare il vate proprietario della vinicola, e partire per l’impresa ebbri di vino e di ultime scintille vitali. Il vero protagonista del libro è immateriale, non è Henry, né Nick, né la confraternita, neppure il vino stesso. E’ il groviglio emotivo del rapporto padre-figlio, il sentimento dell’appartenenza e del ricordo.

Ma non ci sono Chianti in America …

La prima edizione italiana

Il vino prodotto da Angelo Musso, personaggio di fantasia, che porta nel nome tradizioni ed origini piemontesi, viene da uva Sangiovese (e non da Nebbiolo). E’ comunque, vino del cuore, evocativo del Paese natio, dolce nettare patrio.

Si produce dunque, vino da sangiovese nel Nuovo Mondo, o si tratta di pura fantasia letteraria di Fante? Si produce. Ma, di certo, non può chiamarsi Chianti. Denominazione legata, fortunatamente, solo alla produzione proveniente dal cuore della Toscana.

Sarà anche per questo che The Brotherood of the Grape (1977), edito in Italia per la prima volta solo nel 1990 con il nome La Confraternita del Chianti, si ristampa con il titolo La confraternita dell’uva – tra l’altro più rispettoso del titolo originale.

Il sangiovese è approdato in America del nord con le prime emigrazioni italiane di massa, alla metà dell’800. Tra la corsa all’oro e l’esplosione industriale e urbanistica del paese a stelle e strisce. Alcune piante a piede franco sono ancora rintracciabili lì, ciò significa che, paradossalmente, alcuni cloni originari si trovano in America più che in Italia, dove furono decimati dalla fillossera.

Vitigno purosangue, grande viaggiatore.

Il sangiovese è un uva nota in tutto il mondo e la sua fama è esplosa con il successo dei vini cosiddetti “Supertuscans”. Si tratta della novella generazione di vini “alla francese” prodotti con una percentuale di sangiovese in blend con altri vitigni internazionali.

Ed anche a Napa, la regione californiana più votata alla viticoltura, si producono tagli bordolese con sangiovese e saldi di Cabernet. Chiaramente il territorio, le condizioni climatiche e soprattutto le irrigazioni rendono il prodotto finale completamente diverso da quello Italiano.

Ma il Sangiovese è lì presente, ormai completamente ambientato, e se allevato con rispetto delle potenzialità del vitigno ed accurata scelta della porzione di territorio ideale, se, insomma, il Terroir verrà ottimizzato, potremo aspettarci declinazioni interessanti da oltreoceano.

Mai si potrà, d’altronde, clonare l’espressione del sangiovese toscano. Se il Chianti dell’enclave “classico” differisce dall’altro, figuriamoci con migliaia di chilometri di distanza.

E quindi, come i connazionali trapiantati in un paese diverso e lontano cercano di trovare una loro dimensione, difendendo disperatamente il legame con le loro origini, così il sangiovese cerca il suo posto nel mondo, tentando faticosamente di restare italiano.

Nel romanzo di Fante, sembra che il vitigno, riesca meglio dell’uomo a combattere il trauma dell’esilio. Quel sentimento che fa vivere l’integrazione come un tradimento, inchiodando ancor di più l’esule alla madre patria. Come una sorta di radice emotiva lunga 9.900 km.

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