Il talento di miss Ambrosecchio nella Palermo zombie

Il talento di miss Ambrosecchio nella Palermo zombie

L’ombra pallida di un delitto e un triangolo amoroso in una Palermo del futuro prossimo, sventrata dalle ruspe e nelle mani di palazzinari e politici. Un romanzo fuori dall’ordinario, scritto con una prosa ipnotica e con una musicalità che sovrasta ogni rumore. Un miracolo letterario

A volte penso che sono i librai l’ultima coscienza critica di quest’Italia in cui leggono poco anche quelli che dovrebbero farlo per mestiere, in questa Italia ridotta spesso a megafono delle villanie e della stupidità di certi politici. Nemmeno i più avvertiti giornalisti culturali sembrano avere il polso della situazione e sanno discernere ciò che è meritevole di attenzione. O forse non vogliono o non possono. O forse si ragiona su altri parametri, evidentemente, tanto più che continuano a essere di moda non libri di non scrittori e si finisce perfino per dargli credito, mentre almeno prima certe pubblicazioni venivano ignorate, minimizzate, derise. Potenza dei poteri forti dell’editoria, di una mescolanza di alto e basso che ha sostenitori di peso, che ha allargato gli orizzonti di chi legge, che ha scrollato di polvere idee datate, ma che evidentemente porta a anche a risvolti negativi, finendo per essere culla di storture, punti di vista incomprensibili, amnesie.

Fuori dall'ordinario ma ignorato

Non è un caso che solo sulla Rete si sia levata la voce di qualche libraio di razza a sostegno di Cosa vedi (204 pagine, 12 euro), secondo romanzo di Vanessa Ambrosecchio (nella foto fra gli editori Francesco Armato e Nicola Leo), prova attesa a lungo (in questa intervista l’autrice spiega la libertà da certi tempi editoriali) da chi aveva apprezzato il suo primo romanzo, Cico c’è, edito da Einaudi nel 2004. Poi davvero niente, né soloni né giovani leoni si sono accorti d’avere sotto il naso un libro fuori dal comune e dall’ordinario. Non si sono svegliati dal torpore neanche colleghi o colleghe di Ambrosecchio che sono nelle grazie di circuiti editoriali, che magari scrivono su quotidiani o riviste, e talvolta meritoriamente danno una mano, facendo un po’ di luce su opere che inspiegabilmente finiscono in… buchi neri. In questi anni chi si chiedeva che fine avesse fatto l’autrice palermitana s’era dovuta accontentare di qualche racconto in volumi collettivi. Poi la svolta, evidentemente corroborata da un lavoro mai interrotto da Ambrosecchio, solo vissuto per sé. Al fianco di una sigla coraggiosa, Il Palindromo, di certo poco avvezza, anzi del tutto estranea ai meccanismi dei poteri forti, aggrappata all’idea romantica che basti pubblicare bei libri per emergere. L’ultima prova di Ambrosecchio dimostrerebbe che non è così, ignorata da quella stessa critica che agli esordi si accorse del suo talento innegabile.

Non le cose come stanno ma come le sogni

In Cosa vedi c’è l’ombra pallida di un antico delitto che lega almeno due personaggi, Hagar e Aureliano. Il primo è un ex fotografo di successo, che ormai si guadagna da vivere sviluppando foto altrui in un negozietto della Galleria delle Vittorie, luogo bello e decadente di Palermo (che nella realtà da qualche mese è tornato a rianimarsi…). Il secondo è un cliente, che gli chiede a più riprese di sviluppare alcune immagini. In mezzo c’è Dana, ragazza rumena, di professione modella, che ogni giorno va a guardare il mare, da quando è a Palermo. Sarà lei a unire ancora di più le vite di Hagar e Aureliano (ricomparso dal passato, proprio per un faccia a faccia con l’ex fotoreporter), in un crescendo in cui nulla è come sempre e la verità è un concetto che evapora facilmente. È Hyppolite, detto Hyp, personaggio non del tutto secondario, a dare in un certo senso la chiave dell’intero romanzo quando, rivolgendosi ad Hagar, osserva: «Le cose come stanno… quella sì, è pessima letteratura. È come le sogni, invece».

La città come orizzonte di fossati e gru

A fare da sfondo a questa vicenda, a queste atmosfere e tensioni c’è la Città, una Palermo del futuro prossimo, in cui non piove da vent’anni, che «non sta affatto rinascendo», come replica Hagar a certe osservazioni di Aureliano, anzi: «È un Frankenstein, uno zombie. Un animale impagliato». È un non luogo che cede il passo a nuovi insediamenti, «un orizzonte di fossati e gru», che colleziona macerie, che perde la memoria e pezzi di storia, in cui i monumenti fanno i conti con le ruspe cingolate di un Grande Cantiere. Prende vita e corpo la Città Nuova, la Città della Giustizia, in cui «le balate lise della pavimentazione d’epoca sono sostituite da lucido granito», ma in uno scenario apocalittico che nulla di positivo promette, in cui palazzinari e politici – con metodi mafiosi? – hanno l’ultima parola su tutto.

Una prosa senza dettagli trascurabili

Il ritmo e il lessico della prosa di Ambrosecchio ripagano degli strafalcioni e della grossolanità a cui è ridotto l’italiano, in particolare quello letterario, una specie di lingua standard, omologata, che viaggia spedita verso un coma irreversibile. L’autrice di Cosa vedi, invece, dispiega una lingua ricercata, ma non ostica, in cui anche un singolo aggettivo non è un dettaglio trascurabile, in cui non ci sono dettagli trascurabili, musica e musicalità sovrastano ogni rumore, una prosa ipnotica che rapisce. Hyp, il fioraio francese che sta a Palermo da una decina d’anni, fioraio nella Galleria delle Vittorie, al fianco dell’attività commerciale di Hagar, dice al suo vicino fotografo: «Sai, non del male io ho paura, Hagar… di abituarmi a fare a meno della gioia. Fosse l’ultima cosa che fai, non fare a meno della gioia». Ecco, parafrasandolo, si potrebbe dire, consigliare, da questo piccolo angolo del web: abbiate paura di abituarvi a fare a meno dei bei libri, di quelli che vi scrutano e vi rivoltano dentro, non fatene a meno, Cosa vedi è uno di questi.

Micol Treves