I leoni di Sicilia – La saga dei Florio

I leoni di Sicilia – La saga dei Florio

Nascita e crescita di una eccellenza imprenditoriale italiana

Di solito non mi precipito a comprare il “best seller del momento” ma, passione personale per il Marsala a parte, sono stata subito attratta da I leoni di Sicilia il (bel) libro di Stefania Auci che racconta la nascita e crescita della ditta Florio, tra le più grandi imprese industriali che l’Italia possa vantare.

In seguito all’ennesima scossa di terremoto che li lascia illesi ma spaventati, i fratelli Paolo e Ignazio Florio decidono di lasciare Bagnara calabra e di andare a recuperare e sistemare un “fondo” che avevano a Palermo.

Sono tempi durissimi, gli evoluti palermitani a stento sopportano questi avventurieri venuti dal “continente”, ma la testardaggine e, perché no, la disperazione dei due fratelli li affranca presto dalla povertà.

Vincenzo Florio

E’ però con il figlio di Paolo, Vincenzo Florio, che la bottega cessa di essere semplicemente un’aromateria, benché la migliore di Palermo, e diventa la base di un impero industriale che ha tuttora pochi eguali in Italia.

Il libro è interessante come un saggio e avvincente come un romanzo; la saga famigliare si intreccia in maniera indissolubile con l’evolversi della ditta Florio e con gli avvenimenti della Storia. Divisa in blocchi narrativi di circa 10 anni, la storia inizia infatti con la rivoluzione giacobina napoletana del 1799 e finisce due anni prima dell’annessione di Roma al Regno d’Italia. L’introduzione di ogni blocco narrativo è la cronaca di cosa successe in quel periodo, così l’autrice riesce a rendere più fluida la contestualizzazione di quello che succede in Casa Florio, sia famiglia che ditta.

Vincenzo Florio è un illuminato, imprenditorialmente parlando. Riesce a cogliere – in un momento storico di grandi invenzioni meccaniche e di sviluppo intellettuale e politico – qual è il prodotto alimentare o il settore in crescita, e lo fa proprio.

Vale per il cortice – la corteccia dalla quale si ricava la china necessaria per le febbri malariche – che, macinato con le macchine invece che a mano, quintuplica il fatturato.

Vale per il tonno, da secoli pescato, lavorato e conservato sotto sale tramite le tonnare che, scopriamo, non indicano solo l’edificio di lavorazione del pescato, ma anche l’insieme di reti a camere progressive che serve (serviva?) per la pesca del tonno.

“Sale e tonno camminano insieme da sempre quasi che, sia pure in forma diversa, il tonno non possa lasciare il mare”.

Memore dei gesti familiari, che conservavano sott’olio il tonno una volta dissalato, Vincenzo ha l’intuizione: cuocere il tonno e conservarlo sott’olio, in un contenitore stagno… è la nascita, il prototipo, del tonno in scatola come lo conosciamo ora.

Tonnara Florio a Favignana

Vale, soprattutto, per il Marsala…

“La sabbia che mulina tra le bottiglie porta in sé i granelli di sale, ha il profumo del mare. E’ lei che regala quel sapore secco […] quel gusto appena accennato di mare a un vino che, diversamente, sarebbe un vino dolce come tutti gli altri”.

Già gli inglesi, ben stanziati in Sicilia, da fine Settecento commerciavano il poco costoso vino dolce siciliano, che fortificavano con l’acquavite per renderlo più resistente ai viaggi in mare. Vincenzo Florio decise di sfidare il monopolio inglese e iniziò a produrre un vino di qualità superiore, che diventò ben presto richiestissimo in tutta Europa.

“Il Marsala Florio è stato premiato con una medaglia all’Esposizione nazionale di Firenze, nel 1861: è il vino da fine pasto più venduto in Italia e considerato un bene di lusso in Francia”

Tutto il libro è incentrato sulla nascita e crescita di Casa Florio, la famiglia, al contrario di altre saghe letterarie, viene in seconda battuta, come d’altronde era nel pensiero di Vincenzo Florio per il quale chiunque, anche l’amata Giulia, veniva dopo la ditta.

E questo è l’unico punto del libro che mi ha lasciato un po’ di disappunto; i personaggi sono ben delineati, ma meno approfonditi di quanto mi sarebbe piaciuto, è come se non riuscissi ad appassionarmi alle vicende private dei protagonisti, sicuramente non come invece mi sono appassionata alla crescita di Casa Florio.

D’altronde uno dei pregi maggiori di questo libro, secondo me, è proprio il racconto della nascita e crescita di un progetto industriale italiano, un’eccellenza di cui, come altre simili, si sa troppo poco e che invece dovrebbe essere un grande spunto narrativo.

Marsala, per me, significa dopo pasto con biscottini … e Zabaione, uno dei pochi dolci al cucchiaio in cui mi farei il bagno.

Come tutte le ricette classiche, anche lo zabaione ha un’origine incerta. In particolare ne rivendicano la paternità sia l’Emilia che il Piemonte. La leggenda emiliana narra che il capitano di ventura Giovanni Baglioni, per gli amici ‘Zvàn Bajòun’, trovandosi a corto di viveri durante un accampamento mandò i suoi a razziare i contadini. Tornarono solo con uova, zucchero e vino. Fatta di necessità virtù, il prode capitano allestì una zuppa dolce con la quale sfamare i soldati, i quali la apprezzarono moltissimo e la battezzarono con il nome del capitano.

I piemontesi, da parte loro, raccontano di una crema fatta in onore di San Pasquale Baylon, patrono dei pasticceri. Non me ne vogliano gli amici emiliani, ma in Piemonte lo zabaione ancora viene chiamato SAMBAJON, quindi propenderei per la seconda ipotesi….

Lo zabaione ha solo 3 ingredienti, va da sé quindi che devono essere i migliori possibili. Nello specifico, siccome sullo zucchero e le uova non c’è molto da dire, bisogna concentrarsi sul Marsala. A seconda del grado di zucchero il Marsala esiste secco, semisecco e dolce, mentre l’invecchiamento ci fa avere il Marsala Fine, Superiore, Superiore Riserva, Vergine e Vergine riserva.

Ora non vi dico di sacrificare un Vergine riserva fatto da uve di Nero d’Avola, un nettare divino da assaporare in purezza con al massimo un biscottino di accompagnamento, ma investite almeno in un Marsala Secco Superiore, Florio ovviamente. Ve la cavate con una decina di euro e farete il vostro figurone. Un’ultima cosa: lo zabaione classico si gusta tiepido, così da non smontarlo. Viste le temperature agghiacciantemente alte io vi propongo la versione estiva, da gustare fredda di frigo.

Zabaione con chantilly

3 tuorli di uova 3 cucchiai di zucchero 6 cucchiai di Marsala 125 gr di panna da montare (mezzo bricchetto)

Mettere i tuorli e lo zucchero in un piccolo tegame di acciaio a fondo spesso (così vi risparmio il bagnomaria) e mescolarli con una frusta a mano fino a gonfiarli. Aggiungere poco a poco il Marsala, accendendo il fuoco AL MINIMO e continuando a mescolare con la frusta. Spegnete quando si è addensato, ve ne accorgete con il trucco della scrittura: sollevando la frusta, se fate una S sulla crema e rimane qualche secondo vuol dire che è pronta.

Preparate una ciotola con acqua e ghiaccio e poggiatevi il fondo del tegame, continuando a mescolare la crema, che così si raffredderà in pochi minuti.

Montate parzialmente la panna, unite lo zabaione e continuate a montare fino a far diventare il composto piuttosto sodo. Versatelo nei bicchieri da portata e tenetelo in frigo per almeno tre ore.

E mi raccomando le lingue di gatto per gustarlo!!!!

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