Gettare il sale sulle ferite: chiacchierando con Gabriela Ybarra, autrice de "Il commensale"

La scrittrice basca trapiantata a Madrid, finalista nel 2018 al “Man Booker International Prize”, ha scritto “Il commensale”, un libro sulla morte che è pieno di vita

Gettare il sale sulle ferite: chiacchierando con Gabriela Ybarra, autrice de 'Il commensale'
All'Istituto Cervantes di Napoli con Gabriela Ybarra tutta la squadra redazionale di Alessandro Polidoro editore
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La forza delle parole, e di conseguenza dei titoli azzeccati, talvolta supera e valica l’etimologia delle stesse.

“Il commensale”, traduzione rigorosa del titolo originario “El commensal”, è il titolo del libro di Gabriela Ybarra, scrittrice basca trapiantata a Madrid dopo una parentesi di studio a New York, finalista nel 2018 al “Man Booker International Prize”, tradotto in inglese per Harville Secker, e nel 2019 elegantemente in italiano da Maria Concetta Marzullo per la casa editrice napoletana Alessandro Polidoro, nella collana diretta da Marco Ottaiano “I Selvaggi”. Il titolo “Il commensale”, con riferimento all’incipit potente del fulminante esordio letterario, innesta con immediatezza la narrazione nell’alveo della memoria famigliare. Commensale non ha nella sua etimologia la parola “sale”, perché viene dal latino medievale e significa chi siede alla stessa mensa. Eppure la parola “sale”, con la sua miriade di significati, letterari e traslati, dall’elemento che insaporisce i cibi e dunque ciò che si condivide seduti alla stessa mensa, al sapore delle lacrime e a ciò che brucia sulle ferite, fino al suo contrario, ciò che rende sapida e coinvolgente la vita, sembra adombrata nel titolo e sottolineata dalla grafica della copertina, dove il titolo è inserito in un barattolo ermetico e scandito in una divisione (quasi) sillabica così che la parola “sale”, pregnante e polisemica, si trovi sul fondo del barattolo, come sul fondo stesso della vita.

“Il commensale”, infatti, racconta un vicenda strettamente autobiografica e intima, che getta il sale sulle ferite della perdita e del lutto, alla ricerca dell’elemento vitale che dia senso e significato a tutto. Un libro sulla morte, che è pieno di vita e di attaccamento ad essa, dedicato alla strenua volontà di tenersi aggrappati alla vita e alla traccia indelebile e duratura che la morte disegna in chi rimane.

Grazie alla disponibilità e cortesia della redazione di Alessandro Polidoro editore, che ha curato anche la traduzione delle mie domande e delle risposte, ho potuto intervistare Gabriela Ybarra, voce incalzante e potente, che ha saputo “imbottigliare” la vita e la Storia, il personale e l’universale, il dolore e l’attaccamento alla vita come messaggio ai lettori sull’importanza della memoria e di come questa possa essere anello di congiunzione tra la storia privata e la Storia.

Come ogni Chiacchierando, anche questo con Gabriela Ybarra mi piace che abbia uno sfondo in cui potete immaginarci. Lo scelgo io, come omaggio e ringraziamento: la sede della casa editrice, un bel caffè napoletano e le immancabili sfogliatelle per sentirsi a casa.

Il 20 maggio del 1977, mentre la casa a Neguri si preparava al risveglio, un gruppo armato fa irruzione e rapisce il nonno paterno di Gabriela Ybarra, che non farà più ritorno a casa.

Il 23 marzo del 2011 alla madre della scrittrice viene diagnosticato un tumore all’ano, che nel giro di sei mesi la porterà alla morte.

L’oggi della narrazione parte dal 2012, il momento in cui Gabriela Ybarra ripercorre le tracce della memoria per riannodare i fili di due storie diverse e distanti, accumunate dalla violenza repentina della perdita di una persona amata, dal senso ineluttabile della fine e dal dolore sordo e costante che ne consegue.

“Il commensale” è un’indagine affilata e penetrante sul lutto? La difficoltà di rielaborarlo è legata alla violenza, del rapimento e della malattia, che strappa via la vita? È questa violenza a tenere insieme narrativamente nel romanzo le due storie, quella del nonno e quella della madre?

Ho iniziato a scrivere "Il commensale" in seguito alla morte di mia madre. La sua malattia è durata solo sei mesi e quando è deceduta sono rimasta molto stordita. Il primo impulso durante il lutto è stato tentare di mettere per iscritto ciò che avevo vissuto negli ultimi mesi, ma spesso mi bloccavo. All’inizio credevo fosse perché ero una scrittrice in erba, ma poi mi sono resa conto che c’erano delle cose della mia famiglia che dovevo comprendere per riuscire a seguire la storia. Durante gli ultimi giorni di malattia di mia madre mi avevano stupito le persone che menzionavano mio nonno paterno. Dicevano cose come: “Tuo padre ha esperienza con la morte, ci è già passato”. In quei giorni mio padre era molto nervoso e parlava di un rosario macchiato di sangue. Sapevo che mio nonno era stato sequestrato e assassinato dall’ETA nel 1977, ma credevo fosse una storia vecchia e ormai superata, mi sbagliavo. Durante il lutto per la morte di mia madre, mi imbattei in quello irrisolto per la morte di mio nonno; un assassinio che continuava a gravare sulle nostre relazioni familiari. Mi verrebbe da dire che ciò che unisce le due storie è il tentativo di dare una risposta a come si affronta la morte e come si elabora un lutto.

 

Il tempo è un elemento narrativo di fondamentale importanza nell’economia del racconto: 1977, segnato dalla memoria familiare; 2011, contrassegnato dalla memoria intima e personale; 2012 il momento della rielaborazione e della consapevolezza che si fa narrazione di sé; e infine 2014 il pellegrinaggio che collega i fili dei pensieri e delle sensazioni, e che in un certo senso porta alla pacificazione con se stessa e con il senso della morte nella citazione di Robert Walser:

Sì, sarebbe bello avere una tomba nel bosco. Forse potrei udire sopra di me gli uccelli cantare e gli alberi stormire. Ecco quel che mi auguro.

Il tempo lenisce e cura, o invece questa funzione è affidata alla Letteratura? Con “Il commensale” Gabriela Ybarra cercava consolazione o comprensione di sé?

Con il romanzo tento di dare un senso alla storia della mia famiglia. Avevo bisogno di una storia per assimilare la morte di mia madre e di mio nonno. Conoscevo quella di mia madre perché l’avevo vissuta da vicino, ma quella di mio nonno no e, dato che nessuno ne parlava, ho dovuto colmare le lacune. Bisogna elaborare i traumi e le perdite, se non vi si lavora possono ristagnare per decenni. Nonostante il romanzo sia stato utile per me e la mia famiglia in quanto ha aiutato a sanare ferite e a migliorare la comunicazione tra di noi, la mia vocazione era più letteraria che terapeutica. Molti dei testi che avevo scritto non funzionavano da un punto di vista letterario e li avevo scartati. Lo stile è lavorato e ponderato.

 

Si racconta che nella mia famiglia si sieda sempre un commensale in più a ogni pasto. È invisibile, ma c’è. Ha il suo piatto, il suo bicchiere e le sue posate. Di tanto in tanto appare, proiettando la sua ombra sul tavolo e facendo svanire qualcuno dei presenti.

Il primo a sparire fu mio nonno paterno.

Quale peso ha la memoria famigliare e le vicende intime e personali nella scrittura di Gabriela Ybarra? Ne influenzano la poetica o sono solo un accidente?

Mi interessano molto le storie familiari. Nessuno nasce in una tabula rasa, quando veniamo al mondo, una parte consistente della nostra storia è già scritta ed è importante conoscerla e decidere cosa vogliamo farne. Inoltre, la famiglia è un piccolo modello di società e mi sembra un punto interessante da cui partire per raccontare traumi e problemi sociali.

 

Un mese e mezzo dopo la morte di mia madre, il 20 ottobre del 2011, l’ETA annunciò la cessazione definitiva della lotta armata.

C’è un sottile e tenace legame tra la Storia che investe violentemente la famiglia Ybarra, e la storia intima e personale, affettiva e dolorosa della malattia. L’ETA è stata una malattia? Con “Il Commensale” si vuole proporre anche una visione intima della Storia con le sue efferatezze?

Il mio obiettivo, quando mi sono seduta a scrivere il libro era elaborare un racconto personale. Viviamo in una società e tutte le storie personali sono anche collettive. L’ETA fa parte della storia della mia famiglia. Non posso parlare di ciò che siamo senza menzionare l’ETA.

 

Oggi, dopo aver letto la storia di mio nonno nelle emeroteche capisco che il simbolo di Neguri e il mio cognome ancora resistono. La mia vita privata è ancora una questione politica. Anche la morte di mia madre.

Tutto è politica: in che modo lo è “Il commensale”?

Quando ho iniziato a scrivere "Il commensale" mi imponevo di parlare di politica. Pensavo che per farlo dovevo adottare il linguaggio dei telegiornali, poi mi sono resa conto che potevo parlarne con un linguaggio intimo e personale. Una volta realizzato, ho provato un senso di libertà e soddisfazione.

 

Come quella che investe il lettore dopo aver terminato il libro, in cui come scrive Juan Cruz Riuz su El Paìs non c’è neppure un aggettivo superfluo, ma la forza della parola essenziale e condensata acquista tutta la sua potenza letteraria e narrativa, così che il lettore leggendo “assiste al mistero per cui la vita di un altro diventa una questione personale”, rubando la definizione a Juan José Millás.

Avendo immaginato l’incontro in casa editrice, aggiungo una domanda per l’editore, così da presentare il progetto della Alessandro Polidoro editore:

Quale posto occupa nel catalogo della casa editrice Alessandro Polidoro editore “Il commensale” di Gabriela Ybarra, e che cosa racconta del progetto editoriale?

In un anno in cui la collana ispanica “I Selvaggi” è stato il progetto di punta e la grande novità della casa editrice sicuramente il suo secondo romanzo “Il commensale” si trova a svolgere un ruolo fondamentale. 

Innanzitutto per i riconoscimenti internazionali che ha ricevuto ma anche per aver risvegliato, diventando un caso editoriale insieme a “Patria” di Aramburu, il racconto di una pagina tragica della storia spagnola. Ci ha impressionato ricevere i complimenti da parte di molti ispanisti italiani che già avevano letto la versione originale e anche di collaboratori di grandi marchi editoriali iberici.

Il nostro è un progetto votato a raccontare il nostro tempo, e il libro della Ybarra incarna, attraverso la costruzione di un castello di elementi evocati dall’autofiction, il segno che la vita politica di un paese (in questo caso la Spagna e il paese Basco) può lasciare sulle vite contingenti di ciascuno di noi, e come traumi storici possano condizionare anche il nostro tempo, e questo è sicuramente il tipo di riflessione su cui tutta la nostra produzione cerca di riflettere, anche quando ci allontaniamo dalla narrativa.

Insieme a quali libri del vostro catalogo andrebbe letto per farsi un’idea chiara di quello che siete?

Nella stessa collana è comparso già “Big Banana” di Roberto Quesada affine per il modo in cui i migranti portano nella convivenza con gli altri latini le tracce dei rispettivi paesi. 

Un altro libro emblematico della nostra produzione è “Il Camorrista” di Giuseppe ‘Joe’ Marrazzo il giornalista che ha composto una meravigliosa biografia narrativa di Raffaele Cutolo, il malavitoso che ha reso la camorra un fenomeno Nazionale. Libro col quale l’autore si è guadagnato il soprannome di “Pulitzer di Nocera” e che è emblematico per capire anche l’esperienza successiva rivelata dai libri di Saviano.

Altrettanto stiamo facendo con la collana di narrativa italiana, sulla quale punteremo molto il prossimo anno, con “Io sono qui” di Michelle Grillo per esempio abbiamo un romanzo che evoca l’episodio del Bataclan, attualissimo e certamente traumatico.