Vogliamo assistere al naufragio della Natura come spettatori o vogliamo diventare attori?

Uomo e Natura, la Natura dell’uomo: recensione al libro di Marco Candida "Incendio nel bosco" (Tarka) partendo da Lucrezio

Vogliamo assistere al naufragio della Natura come spettatori o vogliamo diventare attori?
Andrea Cabassi con la copertina del libro recensito nell'articolo

È dolce, quando sul vasto mare i venti turbano le acque, assistere da terra al gran travaglio altrui, non perché sia un dolce piacere che qualcuno soffra, ma perché è dolce vedere di quali mali tu stesso sia privo. È dolce anche vedere i grandi scontri di guerra schierati nella pianura senza che tu prenda parte al pericolo. Ma nulla è più dolce che tenere saldamente gli alti spazi sereni, fortificati dalla dottrina dei sapienti, da dove tu puoi stare a guardare dall'alto gli altri, e osservarli errare qua e là e cercare smarriti la via della vita, gareggiare in qualità intellettuali, contendere in nobiltà di sangue e sfarzosi di notte e giorno, con instancabile attività, per arrivare ad una grande ricchezza e impadronirsi del potere. O misere menti degli uomini, o ciechi animi! In quali tenebre di vita e in quanti pericoli si trascorre questo poco di vita, qualunque essa sia! E come non vedere che la natura null'altro pretende per sé, se non che in quanto al corpo il dolore sia lontano, e in quanto all'anima goda di piacevoli sensazioni, priva di affanni e di timori?

Questi sono i primi versi del proemio al II libro del “De rerum natura” di Lucrezio. Alle metafore presenti in questo libro ha dedicato pagine fondamentali il filosofo tedesco Hans Blumenberg, studioso di metaforologia, nel suo testo di grande successo, tanto da giungere alla sesta edizione, “Naufragio con spettatore. Paradigma di una metafora dell’esistenza” (Il Mulino. 2001. Sesta edizione). In quel saggio Blumenberg analizzava le metafore presenti in Lucrezio che avevano come soggetto il rapporto dell’uomo con la Natura, un rapporto che poteva essere quello dello spettatore che assiste allo scatenarsi degli elementi, quello dell’uomo che si assume i suoi rischi di cui è metafora la frase di Pascal “Siamo tutti a bordo di una nave”; quello dell’uomo che solamente contempla o che, in questo rapporto con la natura, si sente estraneo, coinvolto, pronto all’azione.

Oggi, con il proliferare dei network, con l’affermarsi di Youtube siamo, sempre più, diventati spettatori interattivi, ma anche spettatori che possono cambiare ruolo a seconda di dove si trovino. Abbiamo, di certo, davanti a noi le immagini dei naufragi in Mediterraneo o le recentissime immagini dei terribili incendi che hanno devastato l’Australia. Siamo, per lo più, spettatori che assistono ai naufragi e agli incendi seduti comodamente in poltrona. Ma coloro che soccorrono i naufraghi in mare, coloro che scappavano dagli incendi in Australia e cercavano di mettere in salvo le loro cose e i koala, non erano spettatori, erano attori che vivevano dentro la tragedia. E a proposito di incendi: mi capitò, qualche anno fa, in Sardegna, di vedere un incendio in fase seminale. Demmo l’allarme, si levarono in volo elicotteri antiincendio da Olbia. In quel caso fummo spettatori e attori.

I versi di Lucrezio, le riflessioni di Blumenberg, le trasmissioni televisive, le esperienze ci portano ad interrogarci su un dilemma radicale: noi siamo dentro alla Natura e ne viviamo tutte le contraddizioni? Noi siamo esterni alla Natura e, in quanto esterni, possiamo permetterci di contemplarla, saccheggiarla, rapinarla, devastarla? O, forse, l’interrogativo non è tanto qual è il nostro rapporto con la Natura, quanto di che natura sia l’uomo.

Un interrogativo che mi sono continuamente posto mentre leggevo l’originale e bel libro di Marco Candida “Incendio nel bosco” (Tarka. 2019).

Marco Candida è nato e vive a Tortona. Il suo esordio risale al 2007 con “La mania per l’alfabeto” (Sironi. 2007). Ha pubblicato quattordici romanzi di narrativa. Il romanzo precedente a “Incendio nel bosco” è “Nelle mani dell’amore” (Effigie. 2017). E’ presente nell’antologia Best European Fiction.

Questo suo ultimo romanzo è pubblicato da Tarka nella collana Appenninica, diretta da Paolo Ciampi e Marino Magliani; una collana che ha fra i suoi obiettivi quello di valorizzare l’Appenino che, con tutte le sue contraddizioni, i suoi problemi, le sue risorse, è la colonna vertebrale dell’Italia. Malgrado questo nell’immaginario collettivo le montagne italiche restano le Alpi. Una collana, quella diretta da Ciampi e Magliani, che l’obiettivo di valorizzare l’Appennino dando voce ad autori che, o nella dorsale appenninica vi sono nati, o vi abitano, o vi hanno abitato, o vogliono narrarne. La prima voce di questa collana, che ha narrato l’Appennino toscano, è stata quella di Marisa Salabelle con il suo bel romanzo “L’ultimo dei Santi (2019).

Marco Candida ci parla della Liguria, del suo mare, del suo entroterra, del Monte Argentea nell’Appennino ligure. La Liguria: una regione che ha dato i natali o di cui hanno scritto autori di grande spessore come Lanteri, Biamonti, Orengo, Marino Magliani, l’indimenticabile Giorgio Caproni; autori più giovani come Orso Tosco con il suo “Aspettando i naufraghi” (Minimum Fax. 2018); poeti come Montale e Paolo Bertolani che era nato e abitava alla Serra da cui basta sporgersi per  contemplare Tellaro, Lerici, il Golfo dei Poeti. Sono i panorami mozzafiato che hanno ispirato questi autori? O sarà perché la Liguria è una terra di confine, una terra verticale, difficile, aspra schiacciata tra i monti dietro di lei e il mare davanti a lei? Fanno riflettere le parole che si scambiano, su questo tema,  una delle protagoniste del romanzo, Rosa, e gli amici che sono con lei:

‘No, non è una terra semplicela Liguria: una pianura, la Piana d’Albenga, e poi colline e alture fino al mare, coste frastagliate, terra arida, torrenti in piena d’inverno e secchi d’estate eppure è terra accogliente, dai tempi degli abitanti delle Grotte di Toirano, dei Balzi Rossi e di Finale Ligure, dai tempi dei Liguri sui cucuzzoli, a controllo del territorio contro i Romani, i quali tracciarono una strada consolare (la via Julia Augusta oggi Aurelia) e costruirono città, e adesso eccoci qui, e che catena gli Appennini!... (Pag.64-65).

Entriamo, così, in medias res. In breve la trama: un incendio divampa in un bosco del Monte Argentea e sorprende Rosa e Fiore che sono amanti mentre il bosco è di proprietà di Silvano, uomo molto ricco e potente e marito di Rosa, che Rosa ha sposato dopo essere stata, negli anni dell’adolescenza e oltre,  la compagna di Fiore. Fiore è commesso in un negozio assai ben avviato di esche, Rosa è biologa marina. Rosa e Fiore sono inseguiti dalle fiamme e cercano di mettersi in salvo mentre immagini del passato e riflessioni sulla Storia, sulla Natura li attraversano.

L’incipit del romanzo è straordinario: l’incendio che si propaga è descritto con una scrittura visionaria, precisa, in certi momenti barocca. E’ un crescendo e il fuoco viene rappresentato come

“la marcia di questo diavolo senza configurazione chimica, osservabile, ma inafferrabile…”(Pag. 12).

Un fuoco che, dapprima, è colto nel suo momento seminale, quasi fosse ancora un focolare, poi si infuria e diventa un fuoco che massacra alberi e animali, che si estende alla macchia boschiva, che dilaga. E mentre il fuoco avanza, proprio a causa dell’insistere in questa sua avanzata, Candida si pone interrogativi sulla Natura. E lo fa utilizzando inserti di due poeti come Montale e Baudelaire che, con la Natura, si sono ampiamente confrontati dando risposte spesso diverse. Le citazioni non stonano, anzi. Permettono una ancora più ampia riflessione mentre ci sembra di sentire crepitare il fuoco. Poi, come in un film, abbiamo un flash back. Il nastro si riavvolge. E’ come se Candida avesse in mano una cinepresa e, con grande efficacia, la dirigesse su un particolare: una borsa frigo. Quella borsa frigo indica non solo la presenza di arbusti, foglie, alberi, animali. Tradisce una presenza umana. La presenza di Fiore e Rosa che hanno scelto quel bosco per il loro incontro amoroso. Poi l’incendio e da qui la fuga di Fiore e Rosa, la ricerca della salvezza dall’incendio che si propaga per ogni dove. Da qui il flusso di coscienza dei due protagonisti che tornano al passato e alle vicende della loro esistenza, ma anche alla visioni di Rosa che sta vivendo una situazione estrema. In questo modo si incastrano altre storie su quella principale: quella inquietante di Teodoro Rumi che, qualche tempo prima, era impazzito, intanto che vagava nel bosco perché aveva sentito voci che lo accusavano; quella, altrettanto inquietante, con un registro narrativo da favola nera e gotica, di Liam con Silia. E noi lettori, mentre trepidiamo per la sorte di Fiore e Rosa, ci domandiamo se e come queste due storie collaterali confluiranno in quella principale. Non solo. Le storie collaterali svolgono anche la funzione di dilatare il tempo della narrazione e di creare un tempo sospeso con incremento della suspense.  Lo stesso periodare di Candida porta ad un alternarsi di un tempo lento con un tempo veloce. Si passa dall’asindeto, cioè una elencazione di termini o una coordinazione di proposizioni con un ausilio di segni di punteggiatura debole e senza uso di congiunzioni, al polisindeto, cioè la replica della stessa congiunzione davanti a ciascuna proposizione, modalità che, tra l’altro, ha anche un forte potere evocativo.

Il bosco, devastato dall’incendio, si umanizza e il registro diventa quello di un lirismo drammatico:

Geme, il bosco. Piange lacrime di pianta, fiore, animale, insetto. Ciò non pertanto la collera della natura non si placa. Prosegue nella sua opera di sterminio. Nell’attraversare il fiume, Rosa viene di nuovo colta da visioni, allucinazioni(Pag. 93) 

Nelle sue visioni e allucinazioni, mentre cerca scampo nel torrente, Rosa “vede” e pensa a Gengis Kahn, Cesare, Alessandro Magno, alle guerre come quella dei Nove Anni per arrivare al Novecento e alla Guerra di Russia quando i nostri alpini vi furono mandati a morire con scarponi dalle suole di gomma, con cappotti in panno e guanti di lana. Una sequela di immagini che riguardano la crudeltà umana che attraversa il tempo, che riguardano non solo il rapporto della natura con l’uomo, ma la natura dell’uomo dove l’uomo è spettatore e attore, purtroppo soprattutto attore.  La crudeltà e la cattiveria dell’uomo sono là:

E’ là. Arde nel fuoco. La cattiveria umana. La collera dell’uomo. Il senso d’impotenza del mondo che si trasforma in ira, odio, cupio dissolvi, volontà di sterminio e di abominio. E’ là. Nelle fiamme di quell’immane devastazione di bellezza naturale. Uomini uno contro l’altro armati a massacrarsi senza ragione, sulla base di decisioni d’altri uomini. (Pag. 99)

Ancora ci si domanda, leggendo queste belle pagine: è la Natura ad essere impietosa o la sua non è altro che una risposta alla ubris umana?

A questo punto il lettore si chiede se l’incendio non sia doloso, si chiede se Fiore e Rosa riusciranno a salvarsi. Diversi saranno i colpi di scena perché “Incendio nel bosco” è anche un romanzo d’avventura, pieno di suspense.

Il colore che domina è il rosso-fuoco, quel rosso-fuoco che ci ricorda costantemente l’Australia in fiamme. Quel rosso-fuoco che ci fa ricordare come gli incendi siano una calamità che, periodicamente, devasta anche l’Italia. E, verso la fine del quarto capitolo (Pag. 40-41) è Silvano, marito di Rosa, a fornirle dati, che sono impressionanti, sugli incendi in varie regioni italiane.

Il colore che domina il romanzo è il rosso fuoco. Ma questo rosso-fuoco vira al nero, inteso come noir, che diventa un nero cupissimo nella vicenda di Liam e Silia, come si è detto sopra. Un noir del tutto originale che ha come centro la riflessione sul rapporto dell’uomo con la natura e della natura dell’uomo, una riflessione che non risparmia i personaggi del romanzo, scrutati e cartografati nei loro sentimenti e risentimenti, nelle loro emozioni, nei loro desideri, nelle loro illusioni.

L’interrogativo al quale siamo chiamati a rispondere è se vogliamo assistere al naufragio come spettatori o se vogliamo diventare attori, attori che lavorano per la Natura, che si danno da fare contro i cambiamenti climatici, che fanno del rispetto dell’Altro la loro bussola per orientarsi nel loro essere nel mondo. Ne va del nostro destino prossimo venturo di donne e uomini che abitano questa terra.

di Andrea Cabassi (psicoterapeuta e collaboratore di Giudittalegge.it)