Michela Murgia, come i libri ci cambiano e lasciano una traccia ineliminabile nella nostra vita

Nella collana "Passaparola" di Marsilio Michela Murgia parla de "Le nebbie di Avalon" di Marion Zimmer Bradley

L'inferno è una buona memoria
"L'inferno è una buona memoria", la copertina. Foto di Federica Pergola
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Di come i libri ci cambiano. Di come possano lasciare una traccia ineliminabile nella nostra vita; di quante volte, alla fine, (i libri) si rivelino una specie di miccia di processi travolgenti ed esplosivi per la nostra visione delle cose.

“Non esistono libri innocui, perché non siamo innocui noi. Gli esseri umani, e quello che nutre il loro immaginario, sono pericolosi”

Così Michela Murgia, scrittrice, saggista, intellettuale militante, conduttrice di programmi televisivi e radiofonici. Che per Passaparola, prima collana editoriale che funziona come un gruppo di lettura, dove gli scrittori “raccontano del mondo e di sé partendo da un libro”,  sceglie di parlare de Le nebbie di Avalon, di Marion Zimmer Bradley.

"L'inferno è una buona memoria", la copertina. Foto di Federica Pergola

Perché? Perché la Bradley, ri-raccontando le storie di Artù, rovescia la prospettiva e, dando la parola alle donne, compie un atto di rivolta narrativa.

“Un ribaltamento agito su uno dei punti più fermi della cultura a cui appartengo, in cui si radica l’arbitraria definizione di Occidente.  Marion Zimmer Bradley, come una barda folle (…) ha deciso di inventarsi tra le sue pieghe l’altra storia, quella che i canti dei cavalieri della Tavola Rotonda non hanno voluto tramandarci… Azione temeraria e un po’ sfrontata, si dirà, ma non ricordo molte rivoluzioni fatte col senso della misura”.

Per cui il consueto: “C’era una volta un re” diventa: ”anzi, no. C’era una volta una sacerdotessa sorella di un re”…Ma, in ogni caso:

“C’era una bella storia, questo è certo. Dentro a ogni storia però ce ne sono molte e se ne ricorderemo una meglio delle altre forse non è perché era la più bella, ma perché qualcuno ha deciso che quella – proprio quella- era da raccontare e da ri-raccontare più di tutte, fino a farne una tradizione. Come fa una storia tra mille a diventare una tradizione? Perché a un certo punto prevale? Le tradizioni sono abitudini nobilitate, e quelle letterarie non fanno eccezione: dei libri siamo curiosi, ma tra le loro pagine amiamo anche stare al sicuro. Le storie che chiamiamo tradizionali, quelle che hanno prevalso tra mille altre simili, sono il prezzo che la voglia di sorpresa di chi ci ha preceduto ha pagato alla paura dello spiazzamento”

Quindi come si fa a prendere una di quelle storie che proprio perché tradizionali sono “lì da sempre”; quelle storie che abbiamo succhiato senza coscienza insieme al latte   (le storie della Bibbia, quelle sui vampiri,  le fiabe di Biancaneve, Cappuccetto Rosso…) e a ri-raccontarle?

“Provate a cambiare le coordinate di immaginari collettivi acquisiti sin dai tre anni da trenta generazioni…non sto scherzando: provate. E vedrete quanto forte può strillare il bambino insicuro” che vuole la sua storia identica per la centesima volta a come la sa già, sempre uguale, parola per parola…

Ecco la forza rivoluzionaria di questo lavoro apparentemente minore: un romanzo che è “solo un libro di letteratura popolare” e che certo non può considerarsi un classico o un testo fondante.

Dove però quello che è nuovo: lo sguardo delle donne (fate, streghe, sacerdotesse, dame) - cambia di segno al contesto:

“L’inversione del protagonismo dal maschile al femminile fa’ sì che il conflitto di genere diventi il cuore della storia e che ogni ambito in cui ci si contende il potere diventi per le donne un luogo di protagonismo”.

Protagonismo che diventa dirompente in campo religioso, dove è il modo in cui ci si immagina la divinità a disegnare mondi diversi (e inconciliabili) per uomini e donne: “la divinità cristiana è maschile, patriarcale e univoca, mentre quella dei Pitti è una Dea dai molti volti (…)”

Anche per questi motivi la lettura fu sconvolgente per Michela Murgia, all’epoca  vicepresidente diocesana dell’Azione Cattolica.

Così ecco che un libro, questo libro, ha determinato un cambiamento nel suo modo di guardare il mondo:

“Tuttora non sono certa di aver misurato la portata esatta dell’impronta che quel romanzo ha lasciato nella mia vita, sulla mia scrittura e sulla mia visione politica, femminista e di fede”

“Le Nebbie di Avalon dimostra che non solo la Storia ma anche le storie sono scritte dai vincitori. Senza quel ribaltamento io non avrei mai capito che gli sconfitti dell’epica di ogni tempo non sono gli eserciti i nemici, di cui comunque, come nell’Iliade, persino i vincitori finiranno per cantare le gesta: sono le donne, private di ogni narrazione”

E allora, attraverso le storie di re Artù di Camelot, di Ginevra, Lancillotto e Morgana e Morgause e dei cavalieri della Tavola Rotonda , la Murgia ci regala un lavoro sul potere trasformante (distruttivo e al tempo stesso rigenerante) della letteratura; sulla necessità di riconoscere l’esistenza di femminismi (sul più astratto e generico “femminismo” come fenomeno omogeneo) e sul come e sul perché ogni nostro atto nel mondo debba essere considerato un gesto politico.

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Michela Murgia, L’inferno è una buona memoria, Marsilio (Passaparola), pp.116, €12,00

 

Federica Pergola (lettrice del blog Giudittalegge)