[L'intervista] "Piove deserto": Leo cerca la verità sulla morte di Davide. E il noir mediterraneo rinasce

Cresciuti insieme tra il mare, il vento e la fabbrica. Vite a pezzi con storie che devono ricongiungersi di fronte alla tragedia. Sapere come è andata, cosa è rimasto di sé e da dove ripartire dopo il crollo del benessere economico promesso

Ciro Auriemma e Renato Troffa (Foto di Claudia Corrias)
Ciro Auriemma e Renato Troffa (Foto di Claudia Corrias)
di Cristiano Sanna   -   Facebook: Cr.S. su Fb   Twitter: @Crikkosan

La pioggia terrosa batte sui corpi, li riporta a riva dopo ore trascorse fra amici in acqua. In gare d'apnea e altre sfide liquide che hanno cementato un'amicizia. Nella Sardegna della grande fabbrica quelle ciminiere, quei tubi, quelle luci che svelano nel buio gli snodi di metallo sono un sogno potente, duro, concreto, visto dalla barca al largo. Il sogno di un lavoro per due adolescenti cresciuti nell'isola del vento che si muove libero e selvaggio, e delle speranze imprigionate fra i cascami del mondo legato alla terra e alla pesca, e un presente di disoccupazione. Corpi molli quelli di Leo e Davide, protagonisti di Piove deserto, scritto da Ciro Auriemma e Renato Troffa e pubblicato da DeA Planeta. Corpi morbidi in piena formazione, sogni grandi, fabbrica enorme nel deserto attorno. Fino a quando le cose cambiano. Davide va a lavorare in fabbrica, Leo si allontana da tutto e tutti: fa lo sbirro, prova un'altra vita, implode, perde la famiglia, prende la bottiglia e poi la lascia. Il vuoto della vita si riempie di memoria con la morte di Davide: chi lo ha ucciso? Si è tolto la vita? Sapeva troppo? Leo torna a Carloforte per indagare sulla fine dell'amico e su una crudele e insopportabile trama di guerre per il risarcimento e finte verità sotto le quali, strato dopo strato, sta la verità che rimescola il tuo senso dello stare al mondo. Dello stare anche dentro una comunità ferita dai disastri dell'industrializzazione pesante e del deserto che gli piove attorno. Ne abbiamo parlato con i due autori.

Trentuno anni separano i ricordi giovanili di Leo e Davide, i due protagonisti di Piove deserto, dal ritorno a Carloforte di Leo per cercare la verità sulla morte di Davide. Due cicli temporali che si richiamano a vicenda, che sono anche una ricognizione di cosa è rimasto del grande sogno industriale a Meridione e in Sardegna. Siete d'accordo?
Ciro Auriemma - "Perfettamente. E' una scansione temporale che abbiamo più volte precisato mentre lavoravamo alla storia per raccontare lo sconvolgimento terminale di due vite".

Renato Troffa - "Due vite dentro la trasformazione economica e sociale della Sardegna con l'impatto dell'industria pesante. Il miraggio del lavoro e benessere per tutti cominciato nel secondo dopoguerra. La fabbrica è il sogno materiale che si è inciso nella carne di due ragazzini, e che ha lasciato solo segni. Sulle loro esistenze e su quel territorio, avvelenato e ferito".

Perché ambientare la storia in quella parte della Sardegna?
Ciro Auriemma - "Perché lì per anni sono piovute promesse per le quali ci si è venduti l'anima e la terra. Poi le promesse sono svanite e ha cominciato a piovere deserto. Oggi quel territorio è uno dei più depressi d'Europa".

Renato Troffa - "Leo torna in un posto che fa fatica a riconoscere. Le storie e le facce sono invecchiate ma il simulacro del progresso è sempre lì. La fabbrica è testimone di un futuro che torna indietro nel tempo. Dunque indaga sulla morte di Davide ma anche sul suo sentirsi estraneo agli occhi di quelli che pensava di conoscere fin da bambino".

Tempo fa ebbe una discreta eco un dibattito fra grandi autori del giallo e del noir italiano (Carlotto, De Giovanni, De Cataldo fra gli altri) in cui si proclamava la morte del noir mediterraneo. Secondo Carlotto quell'uso della narrativa per raccontare le criticità criminali della realtà fra le sponde di questo mare, così amato nei romanzi di Jean Claude Izzo, è finito perché gli stessi autori si sono rivolti altrove. A scrivere di omicidi e di sbirri giusto per intrattenere il pubblico. Niente di più. Un approccio narrativo lasciato appassire e sepolto nell'ecatombe di migranti a poche miglia dalle nostre cose. Ma con Piove deserto il noir mediterraneo sembra proprio rinascere.
Renato Troffa - "Noi siamo convinti che il noir mediterraneo sia vivo e vegeto e che ce ne sia un grandissimo bisogno. Se c'è un momento per raccontare la differenza traumatica fra l'esperimento multiculturale che salverebbe tutta la zona medirerranea e il disegno politico per chiudere quelle acque e renderle una sorta di lager galleggiante in cui gente disperata viene lasciata morire, è proprio questo. Quel che accade nel Mediterraneo in questo periodo è tutt'altro che periferico, quanto a importanza nella geografia internazionale".

Ciro Auriemma - "La proposta del noir mediterraneo, diventata così popolare grazie al valore e al successo dei libri di Izzo, in realtà ha radici negli scritti di Edouard Glissant che parlava di una 'criolità mediterranea'. Una mescolanza che deve riuscire ad abbattere le barriere della rabbia e della diffidenza. E' l'unica possibilità perché il Mediterraneo non diventi solo un teatro di guerre non dichiarate ma quotidiane, tra blocchi di scafi, porti chiusi, slogan politici che cavalcano la paura e l'odio. La scelta di ambientare la nostra storia a Carloforte serve a ricordare che siamo frutto di mescolanza, siamo africani, arabi, mediorientali. Affogare questa percezione significa affogare la nostra storia. E il nostro bisogno, se pensiamo che l'Italia è un Paese di vecchi che avrà sempre più bisogno di forze e competenze giovani per assicurarsi un futuro. Le criolité mediterranea di cui scrivevano Izzo e Glissant, e di cui scriviamo noi, è l'aver chiaro che ci serve un luogo di incontro comune, che i popoli che si affacciano su questo mare devono imparare a conoscersi e considerarsi a vicenda come risorse. Se vince la politica dell'odio e del nazionalismo già dilagante è la fine per tutti. E allora tanto varrà scrivere di altro, come in molti già hanno scelto di fare".