[L'intervista] Cosa c'è nel "cuore segreto delle cose"? Il viaggio di Igort in un mondo che finge di somigliarci

Le storie raffinate e tormentate, la Storia di un Paese lacerato dalla guerra che ha voluto somigliare a quelli Occidentali. Ma ha mantenuto un suo "Kokoro"

Un dettaglio della copertina di 'Kokoro'. A destra, Igort
Un dettaglio della copertina di "Kokoro". A destra, Igort
di Cristiano Sanna   -   Facebook: Cr.S. su Fb   Twitter: @Crikkosan

Il cuore. Non solo l'organo che batte e alimenta il corpo. La sede più interiore, profonda, vera dei sentimenti. Di ciò che sentiamo. Kokoro. I giapponesi lo chiamano così. E così Igort ha battezzato il suo sontuoso volume uscito per Oblomov in veste editoriale curatissima. E' il racconto del suo avvicinamento a quel mondo che ha voluto (o dovuto, dopo la guerra) assomigliare fortemente al nostro occidentale. Ma che ha sempre mantenuto la sua anima antica, il suo sentire differente, orientale, con una sensibilità che contiene anche violente contraddizioni. Kokoro - Il suono nascosto delle cose è il diario di suggestioni culturali e di curiosità continue dell'autore verso il Sol Levante. Ne parliamo con Igort mentre è nelle sale il suo esordio come regista 5 è il numero perfetto, tratto da una sua graphic novel.

Tutta la narrazione di questo tuo libro trasmette un ritmo molto dilatato, sereno. E' come se volessi che il lettore non abbia fretta nello sfogliare e arrivare alla fine. Come sei riuscito ad impregnare Kokoro di questa atmosfera?
"Quando fai un libro del genere di Kokoro in cui il racconto si fa documentario e ricerca, allora la narrazione per forza di cose esce dalle costrizioni del genere, e pesca in altre latitudini. Che sono forse cose intime, dimensioni di esplorazione in cui parole e segni servono a dire qualcosa che non è la semplice sturiellet, per dirla con un termine caro a Paz. Io stesso quando parto non so cosa troverò, mi immergo in una sorta di nebulosa che man mano si chiarifica, mostra le sue piste nascoste. Si attende. E' come andare a pesca solo che al posto dei branzini peschi delle idee, delle visioni, che si mettono in fila e ti raccontano una storia. Magari una storia sghemba. In questo senso anche per me che sto seduto a tracciare segni e colori, a scrivere e rileggere, è un’esperienza di crescita, di sorpresa".

Nel libro riproponi una storia rara, realizzata su richiesta del grande musicista e intellettuale Ryuichi Sakamoto. Lo stile si trasforma radicalmente, cita e reinventa il futurismo italiano ma ricorda anche certe cose dell'epoca di Valvoline. Cosa ti è rimasto di quella esperienza?
"E' proprio una storia dell’epoca di Valvoline, la disegnai nel 1984, 35 anni fa. Ryuichi-san mi chiamò perché cercava un disegnatore che potesse disegnare una piccola storia per un suo volume che accompagnava il disco Miraiha Yaro (futurista, in giapponese) dedicato appunto alle istanze di quel movimento. Si sente perfino la voce di Marinetti che recita “bombardamento di Adianopoli”, nel disco. E in Giappone gli dissero, un futurista nel fumetto? Igort! Così, come racconto in Kokoro, un pomeriggio di tarda primavera ricevetti una telefonata che presi per uno scherzo. Lo trattai malissimo sulle prime. Poi ci incontrammo, a Milano, e cominciò la collaborazione. Ogni tanto ci sentiamo, i nostri mondi si sfiorano".

Grande spiritualità, grande cura "grafica" dei dettagli quotidiani, ma anche frenesia e voglia di essere qualcun altro, come accade nel caso degli "idol" e dei "cosplayer". Da cosa si origina questa sorta di schizofrenia tutta giapponese?
"La spiritualità orientale spinge alla ricerca del vero sé, di un sé purificato dall’ego. I percorsi possono essere molti. Le scuole di pensiero altrettante. Ma la ricerca di una personalità fittizia, il fatto di fare parte di una tribù estetica non so se ha a che fare con la ricerca spirituale. Io credo che si voglia aderire perché si cerca di apparire in un modo specifico, che è spesso un modo legato a una dimensione estetica, da manga o da anime. In Giappone si è stati molto abili a creare dei mondi di sogno in cui i giovani si sentono a casa. Il sogno consola e la solitudine in Giappone è di casa. Imparare a vivere questa esperienza di solitudine può essere a volte devastante, se non si è trovata la propria strada".

Gentilezza come modo di porsi, efficienza nel lavoro e nella vita civile, grande corsa produttiva ma grande sofferenza circa la propria identità. Non è che, mentre guardiamo ai rapporti irrisolti fra culture differenti, proprio i traumi del Giappone di oggi possono essere un osservatorio privilegiato sui postumi della globalizzazione?
"Non so, non sono un sociologo, sono un narratore, a me interessano le persone, il racconto che ognuno di noi reca in sé, a volte nascosto, a volte palese. Per raccontare cerco di non giudicare, perché se voglio scoprire le strade nascoste, il senso di cosa accade dentro una persona che incontro, devo stare all’ascolto, evitare di ergermi a giudice. Se sbaglio e giudico ho perso il filo e il racconto si frantuma, semplicemente. Quando incontro una ragazza dell’acqua (che pratica i massaggi nei bagni caldi, più o meno sessuali) cerco di capire dalle sue parole, dai suoi silenzi come si sente, come viva quell’esperienza che d’altronde risale al periodo Tokugawa (dal 1600 a metà dell’Ottocento) e dunque è ben radicata nel costume di quel popolo. Per capire occorre pensare che in Giappone non hanno dei principi di censura morale che nella nostra cultura derivano dal cattolicesimo. La loro visione deriva da Scintoismo, Sciamanesimo, Buddismo. Queste cose si intersecano in modo affascinante e non sempre facile da decifrare".

Viviamo in un mondo sovraffollato di post, immagini, stories sui social. E con rapporti sempre meno verticali fra celebrità e pubblico. E' un bene secondo te? E' un male inevitabile o ci siamo semplicemente distratti e non ricordiamo più la necessità e bellezza del non essere sempre "pubblici", del ritirarsi da mondo per ripensare se stessi?
"Il rumore di fondo della vita di oggi mi fa pensare a quella babele di suoni di una sala di pachinko. Divertente, ma poi, dopo poco stufa. La cosa opposta che mi viene in mente è il silenzio di una sala zen. Io abitavo a Sendagi, c’erano delle sale pachinko (con musica e rumore a tutto volume e macchine per il gioco d'azzardo, ndr) nella shinobazu dori, la via principale, e il dojo zen era a 700 metri immerso nel silenzio del verde giapponese. Queste due realtà si osservano e si parlano. L’una non esisterebbe se non ci fosse l’altra. E dopotutto il bello è proprio questo". 

Una tavola da "Kokoro - Il suono nascosto delle cose"