"I musei sono strumenti sociali e insieme si esce dalla crisi"

'I musei sono strumenti sociali e insieme si esce dalla crisi'
di Askanews

Milano, 12 feb. (askanews) - "Talvolta quando si devono affrontare grandi cambiamenti, grandi sfide o momenti difficili c'è una tendenza a chiudere le porte e a guardare solo a se stessi. E' comprensibile, ma è sbagliato. Credo si possa essere più forti stando insieme, credo che l'unico modo per uscirne sia farlo insieme e che si debba potenziare il network che già esiste, importante soprattutto in momenti difficili come quelli che viviamo ora". Juan Ignacio Vidarte ci ha risposto così quando gli abbiamo chiesto di immaginare degli scenari per il futuro della cultura, in relazione alla collaborazione tra le grandi istituzioni internazionali. Direttore generale del Guggenheim Museum di Bilbao, un progetto che, da nativo della città basca, ha seguito per la Fondazione Guggenheim fin dal suo debutto a inizio anni Novanta, Vidarte si trova a guidare uno dei musei più noti al mondo, icona di un turismo culturale globale che la pandemia ha messo in profondissima crisi. Lo abbiamo incontrato, in una lunga conversazione virtuale, per parlare del presente e forse anche del futuro dei grandi musei e della cultura. Cominciando dal confronto con quello che è successo e sta succedendo."Credo - ha detto Vidarte ad askanews - che dobbiamo essere in grado di affrontare la situazione guardando allo scorso anno, in relazione alle chiusure che abbiamo già vissuto. In quell'occasione siamo riusciti a prendere un certo numero di buone decisioni che ci hanno permesso di essere qui ora, con uno sguardo di speranza verso il futuro. Sarei andato nel panico se qualcuno un anno fa mi avesse descritto la situazione che avremmo vissuto nei mesi successivi, però siamo stati in grado di reagire, di definire un piano per gli anni a venire, siamo stati in capaci di mantenere la sostenibilità del museo, per poter garantire l'operatività. Oltre che un luogo di cultura e di piacere abbiamo anche dovuto rendere il museo un luogo sicuro, dal punto di vista sanitario".Il tono con cui il direttore ci racconta dei mesi di lockdown è chiaramente improntato a vedere nuove possibilità, a confermare il ruolo della cultura anche in un mondo cambiato che oggi è ancora lontano dalle condizioni che permettevano di fare del Guggenheim di Bilbao una meta per visitatori a sei zeri. Ma la pandemia e le chiusure hanno lasciato il segno anche qui. "La realtà - ha aggiunto Vidarte - è che alla fine dell'anno scorso abbiamo avuto il 70% in meno dei visitatori rispetto all'anno precedente, abbiamo chiuso il 2020 con 315mila presenze, circa il 30% di quello che avevamo previsto nel 2019. Però siamo riusciti a concludere l'anno con un programma completo, seppure con la riprogrammazione di alcune mostre e qualche dolorosa rinuncia. Ma il museo non si è fermato. In questo modo siamo riusciti ad affrontare il 2021 senza un fardello troppo pesante sulle spalle, pur consapevoli del fatto che sarà un altro anno difficile".E il discorso non può che diventare anche economico, perché il museo è sia un centro di cultura sia un'istituzione complessa a più livelli. "Abbiamo dovuto rimodulare i nostri budget - ci ha spiegato il direttore - in modo significativo per l'anno scorso. Abbiamo avuto tagli per circa il 30% e questo ha comportato modifiche nei nostri programmi, nel modo di lavorare e abbiamo cercato però di farlo senza cambiamenti traumatici, in primo luogo preservando lo staff del museo".Dopo i mesi difficili e con permanenti incertezze, ora il Guggenheim Bilbao ha inaugurato il programma per il 2021, con una mostra importante proprio su Bilbao e la pittura, che sarà seguita, in un filone che il direttore ci ha confermato essere stato pensato ben prima della pandemia, da un'altra esposizione dedicata agli anni Venti del secolo scorso. Accanto a questi due progetti, poi, per la sezione dedicata ai film e ai video il museo ospiterà il lavoro di Alex Reynolds, video artista nativa di Bilbao, anche se poi trasferitasi all'estero. Insomma, seppur non direttamente correlato alla crisi sanitaria, che ha portato necessariamente a riconsiderare la dimensione locale, il programma del 2021, per una sorta di coincidenza o "serendipity", come piace dire a Vidarte, stabilisce una relazione forte con la città."Il museo - ha spiegato il direttore - è nato in un momento di trasformazione della città, che usciva da un periodo difficile. Il museo è stato una sorta di strumento sociale che ha aiutato la città in questo passaggio e non abbiamo mai smesso di credere in questo ruolo. E penso che in questo momento complesso il legame si sia ulteriormente rinforzato".Inevitabile, poi, affrontare il tema di come i musei useranno, una volta passata l'emergenza, gli strumenti di relazione e comunicazione, come quelli digitali, che sono stati fondamentali nei periodi di chiusura, e che in qualche modo sono un'eredità positiva della crisi. A patto però di saperli integrare in modo utile. "Il digitale c'era già - ci ha detto Vidarte a questo proposito - noi eravamo pronti alla trasformazione. Ma quello che la pandemia ci ha fatto capire è che non viviamo più in un mondo che è o fisico o digitale, come se fossero due dimensioni separate. Noi viviamo in una cosa sola, che è sia fisica sia digitale al tempo stesso. Dobbiamo capire da istituzioni culturali come definire la nostra identità digitale".Se dunque la tecnologia, per molti versi, è già il presente per le istituzioni culturali resta comunque un futuro da scrivere e da immaginare per quanto riguarda i contenuti forti, a partire da quello più vicino. Per questo abbiamo provato a chiedere al direttore di ipotizzare scenari a breve e a medio termine, partendo dalla programmazione 2021, per poi allargare il campo. "Anche se non abbiamo sfere di cristallo e non sappiamo cosa succederà - ci ha risposto - abbiamo provato a fare delle previsioni e crediamo che tutta la prima metà dell'anno sarà ancora caratterizzata da pochi visitatori e da una situazione incerta. Ma pensiamo anche che con la seconda parte dell'anno si possa tornare verso la normalità. Per questo abbiamo immaginato un programma magari meno intenso, con un metabolismo più lento, con una più grande presenza della collezione permanente. Ma abbiamo anche voluto preservare quattro grandi mostre, più il programma dedicato ai film e ai video".E, guardando un po' più in là: "Noi - ha concluso Juan Ignacio Vidarte - dobbiamo continuare a fare bene quello che è il nostro compito, ossia essere istituzioni culturali rilevanti, dimostrare che la cultura è un bisogno sociale. E dobbiamo concentrarci su ciò che riusciamo a fare meglio, ossia mettere in contatto l'arte e il pubblico. E questo non sarà diverso rispetto a cinque anni fa e sarà ancora così tra cinque anni".Una risposta apparentemente semplice, ma che, in realtà, porta dentro di sé una serie di elementi e questioni, come la funzione sociale dei musei, il modo di proporsi alle diverse comunità di visitatori, la valorizzazione dei progetti artistici più rilevanti, insomma dare una possibile e molteplice interpretazione allo spirito dei tempi. Nel caso del Guggenheim di Bilbao, per di più, dentro (e intorno) a uno degli edifici più affascinanti dell'architettura contemporanea.(di Leonardo Merlini)