Ferrente: da Berlino a Mosca grazie al Luce doc "Selfie" nel mondo

Ferrente: da Berlino a Mosca grazie al Luce doc 'Selfie' nel mondo
di Askanews

Mosca, 20 giu. (askanews) - "Sono grato a chi ha organizzato questa rassegna: chi fa documentari, non lo fa certo per diventare ricco, ma per far conoscere le proprie storie nel mondo". Così ad askanews Agostino Ferrente, regista del documentario "Selfie", dopo il successo di pubblico riscosso al primo Italian Doc Fest a Mosca, diretto da Rino Sciarretta.L'Istituto Luce oltre ad essere sostenitore del festival, è anche distributore e coproduttore di "Selfie", che ha portato anche al Festival di Berlino. "E da Berlino si sono aperte una serie di possibilità nel mondo" continua Ferrente. "Il Luce ha contribuito economicamente alla produzione, offrendo servizi, gli studios con le attrezzature migliori in Italia, le più grandi sale mixer di Italia, Cinecittà dove si fa ancora la storia del cinema. Poi lo ha promosso: il documentario, nato come prodotto televisivo, è arrivato in sala con circa 30 copie, un miracolo per un documentario. E siamo alla quinta settimana di presenza in sala. È veramente inusuale per un documentario, competere con i titoli main stream. Il Luce avuto il coraggio di difendere questo genere, che dal punto di vista artistico racconta gli approcci più interessanti del cinema contemporaneo".Il doc ha viaggiato "dall'Argentina a Israele, dall'Inghilterra alla Spagna fino agli Stati Uniti" racconta Ferrente. "Siamo stati anche nelle Filippine. Il pubblico si riconosce in questo racconto. Quindi questo vuol dire che è un film universale. Non è Napoli. È un film su tutti i quartieri popolari del mondo. Nelle città importanti e l'80% della popolazione vive nei quartieri popolari. È un po' la cronaca di un destino preannunciato. Mosca hanno reagito molto bene. La sala era gremita. C'è stato un lungo applauso e gli interventi sono stati belli. Hanno dovuto cacciarci dal cinema, perché continuavano le domande e il cinema doveva chiudere. E le persone hanno continuato a farci le domande per strada. E poi mi hanno scritto. Mi hanno cercato su Facebook, mi hanno fatto complimenti. Evidentemente il film ha colpito.A Mosca come in gran parte del mondo la parola selfie racconta non una realtà sociale, ma piuttosto la massima espressione di narcisismo sociale. E non solo a Mosca. "Questo film è stato prodotto a Parigi e i produttori a Parigi erano perplessi nell'usare questo termine. Perché lo si abbina spesso a un eccesso di narcisismo. Una dimensione trash, dove noi subiamo il selfie di chiunque", ha affermato Ferrente. "Io però ho una mia personale battaglia. Rivalutare questa parola. In fondo selfie viene dall'idea di un autoritratto. Solo che in passato l'autoritratto lo facevano i pittori, i grandi talenti. E non c'era del narcisismo. In questo senso io ho chiesto ai ragazzi di non inquadrarsi in maniera narcisistica. Ho chiesto di mettere il cellulare in orizzontale, per riprodurre il formato cinematografico. E poi ho chiesto di mettersi di lato in maniera tale che il loro racconto non fosse egemonizzato dal loro volto, ma dal contesto".L'obiettivo principale "era chiedere a questi ragazzi dall'inizio alla fine di guardarsi allo specchio. In modo da vedere il loro contesto, la loro famiglia, il loro luogo di provenienza", prosegue il regista. "Più che qualcosa in più, dal punto di vista tecnico c'è qualcosa in meno. Ho abolito la figura dell'operatore e il filtro della telecamera. È il primo film dove i protagonisti sono anche operatori di se stessi e si auto-riprendono in un lungo video selfie, intervallato dalle immagini delle telecamere di sicurezza. In entrambi casi non c'è più l'operatore. Non c'è più un filtro. Ho chiesto a loro di fare da cameramen e si guardano nel cellulare come se fosse uno specchio, interagendo con la realtà che li circonda. Sono soggetti filmati e oggetti filmanti.L'idea del film nasce più da una questione narrativa, che tecnica. "Nasce dalla notizia della morte di un ragazzo di 16 anni, Davide", ucciso dalle forze dell'ordine poiché "scambiato per un latitante in fuga. La cosa che mi ha più colpito è la sua cosiddetta seconda morte: la stampa ha subito diramato la notizia come se avessero ammazzato un camorrista. Questo ragazzo non aveva alcun problema con la giustizia. Aveva 16 anni. Girava senza casco, cosa che purtroppo è un'infrazione molto diffusa al sud. Ma certo non prevede la pena di morte. Ho preso atto di come il pregiudizio sociale trasformi le cose. Nascere in un quartiere disagiato equivale ad essere uno sbandato. Diventa una colpa. Uno è povero e deve essere pure punito".Ferrante ribalta su più piani il punto di vista: "Sui media, quando accade qualcosa di questo genere, chiedono sempre il parere del sociologo, dell'esperto, dell'opinionista, che spiega come mai è successo. Quasi mai chiedono ai diretti interessati il loro punto di vista. Ai ragazzi, in questo caso. La mia idea è stata quella di raccontare il quartiere dal punto di vista di questi ragazzi. Ragazzi di 16 anni".Ma anche sul piano estetico il punto di vista viene ribaltato. "Napoli negli ultimi anni è stata molto raccontata, in un proliferare di spin off legati al fenomeno Gomorra. Cinema, letteratura, televisione: tutti offrono il nuovo look di Napoli, ovvero il quartiere di Scampia, proprio come prima c'era lo stereotipo di pizza e mandolino. Ecco, io dall'inizio alla fine inquadro gli occhi di questi ragazzi di 16 anni". E questa è la cartolina di Napoli che Ferrente porta con il suo film, in giro per il mondo.