Vincenzo Paparelli, un dramma familiare sullo sfondo della violenza calcistica

Vincenzo Paparelli, un dramma familiare sullo sfondo della violenza calcistica
di Andrea Curreli

Un insolito fumo nero segna il cielo sopra lo stadio Olimpico di Roma, un razzo cade sulla Curva Nord occupata dai tifosi laziali e colpisce mortalmente Vincenzo Paparelli. Tra i tifosi della Roma prima si esulta e poi si inveisce contro Giovanni Fiorillo, il ragazzo che ha lanciato il razzo assassino. La cronaca di quel tragico 28 ottobre 1979 è stata ampiamente documentata dai mezzi di informazione, ma c'è un'altra storia che non è stata raccontata. Quello stesso giorno un bambino di otto anni che si chiama Gabriele saluta il papà diretto verso lo stadio per seguire Roma-Lazio e non sa che quello sarà il loro ultimo incontro. Ora quel bambino è un uomo e in occasione del trentennale della morte di Paparelli il giornalista Maurizio Martucci ha voluto raccontare la sua storia personale segnata indelebilmente dalla lucida follia dell’estremismo calcistico. E’ nato così il libro Cuore Tifoso (Sovera Edizioni 2009). Sullo sfondo del dramma personale di una famiglia distrutta, c’è l’estremismo della fine degli anni Settanta a Roma che mescola fede calcistica e appartenenza politica con i romanisti "rossi" e i laziali "neri". Ma c’è anche un forte messaggio di pace che passa attraverso il perdono incondizionato della famiglia Paparelli per Fiorillo e gli striscioni di rispetto esposti negli ultimi derby capitolini anche dalla Curva Sud giallorossa.

Martucci, come è nato l’incontro con Gabriele Paparelli?
"Mi ha chiamato nel dicembre del 2008 perché aveva letto alcuni miei libri. Sono rimasto colpito da Gabriele perché è un portatore sano di una vicenda tragica e dimenticata. Tutto quel vissuto, inedito e sconosciuto, è diventato il nostro progetto editoriale. La vicenda Paparelli è una sorta di Araba Fenice che scompare e ricompare dalle proprie ceneri per poi tornare nel dimenticatoio. Lo testimonia il fatto che nessuno avesse mai scritto un libro sulla tragedia di Vincenzo Paparelli e in tanti, soprattutto i più giovani, non conoscono la sua storia".

Chi era Vincenzo Paparelli?
"Era un uomo del popolo, un operaio e un figlio della Roma degli anni Settanta. Aveva un'officina a conduzione familiare, si era costruito una casa e lavorava duro per comprarsi il primo televisore e la macchina o per fare la sua prima vacanza. La sua era una famiglia tipica della periferia romana di quegli anni. E poi era innamorato follemente della Lazio".

La sua tragedia è figlia di quegli anni?
"Sicuramente sì. E' stato un omicidio non voluto però, nella sua casualità, figlio degli anni Settanta. Tutto il contesto di odio e scontro portava a scrivere sui muri slogan come 'uccidere un fascista non è reato' oppure 'morte ai comunisti' e contemporaneamente '10, 100, 1000 Taccola' oppure '10, 100, 1000 Re Cecconi' (giocatori di Roma e Lazio scomparsi in quegli anni ndr). Questi erano i toni dello scontro dialettico dei giovani che vivevano a Roma".

Slogan che colpirono anche i Paparelli.
"Soffocata la tragedia familiare, Vincenzo Paparelli è diventato una icona da sbeffeggiare per offendere i laziali. La signora Vanda, moglie di Vincenzo e mamma di Gabriele, è quella che ha sofferto più di tutti. Si è trovata al centro di un conflitto generazionale fatto di telefonate notturne con insulti, scritte sui muri sotto casa e macabri stornelli. Per lei è stato uno shock traumatico e porta ancora le cicatrici. Non riesce ad avvicinarsi allo stadio".

Un trauma anche per Gabriele.
"Sì. Aveva paura di uscire allo scoperto e temeva che raccontando nuovamente la vicenda di suo padre avrebbe riportato anche i cori, le scritte e tutto il resto. Ma poi ha deciso di collaborare a questo libro e invitare tutti i tifosi alla ragione. Un invito che è stato accolto".

Su Paparelli c’è stata una pacificazione tra le due tifoserie romane. Ma è sincera?
"Sì. Hanno capito che dividersi non ha più senso. Lo sfottò è fondamentale e deve restare, ma non si può andare oltre. E' un passaggio sincero per evitare altri martiri".

La morte di Paparelli doveva essere il punto di follia massima, ma dal ’79 a oggi le croci legate al pallone non sono scomparse
"C'è stata una mancanza istituzionale senza nessuna volontà di prevenire. I primi provvedimenti da parte dell'allora ministro dell'Interno Rognoni furono l'eliminazione degli striscioni e la chiusura dei gruppi di tifosi organizzati. Non c'era la volontà di colmare un vuoto esistente, ma di reprimere. Non si considera il tifoso o l'ultras come un cittadino e quindi un uomo con i suoi diritti. Nessuno ha ideato un progetto culturale e sportivo. Dal '79 i giovani sono stati abbandonati allo scontro fratricida che poi ha portato a Zeno (Nazareno Filippini, tifoso dell'Ascoli morto nel 1989 ndr) e a Spagna (Vincenzo "Claudio" Spagnolo, tifoso del Genoa scomparso nel 1995 ndr). Fortunatamente oggi non ci sono più".