Truffe e abusi, così l'Università sprofonda in "Un Paese di Baroni"

Truffe e abusi, così l'Università sprofonda in 'Un Paese di Baroni'
di Cristiano Sanna

Nel momento in cui la riforma Gelmini dell'istruzione vorrebbe rilanciare scuole e atenei, il Cnvsu (Comitato nazionale di valutazione universitaria) dice che tra il 1999 e il 2007 i docenti vincitori dei concorsi per avere una cattedra di insegnamento nel 90,2% dei casi provenivano dallo stesso ateneo che aveva emesso il bando. La giungla di insegnamenti (con inevitabile spreco di denaro pubblico) si è moltiplicata, facendoli passare in pochi anni da 85mila a 171mila. Ma nell'Italia delle lobby e dei favori personali e familiari, solo il 17% della popolazione studentesca fra i 24 e i 34 anni riesce a laurearsi. Sono dati Ocse di fine 2008, fotografia impietosa di Un Paese di baroni, proprio come viene definito nel titolo del libro scritto da Davide Carlucci (giornalista di Repubblica) e Antonio Castaldo (cronista del Corriere della Sera) e edito da Chiarelettere. Ne abbiamo parlato con gli autori.

Truffe, favori, abusi di potere è il sottotitolo del vostro libro. Che in sostanza dice che in Italia si fa carriera universitaria solo se spinti dal parente di turno che già ha una cattedra o è rettore, oppure se si rientra nei favori della massoneria, se non addirittura della criminalità organizzata. Però il ministro dell'Istruzione Gelmini se la prende magari con l'eccesso di studenti fuori corso.
Carlucci - "La questione dei fuori corso è uno di quei fattori che abbassano il punteggio di valutazione qualitativa che organismi come l'Ocse danno alla nostra Università. Ma è molto più grave il degrado della classe docente e della ricerca in Italia. Il motivo è chiaro: i concorsi sono un autentico teatrino. I docenti sanno già chi vincerà, per via di quel gioco lobbistico di pedine che risponde ai criteri dell'amicizia o dell'opportunità politica, non a quelli della preparazione personale".

C'è chi ne parla in modo perfino rassegnato, come l'ex magistrato Libero Mancuso da voi citato, che ha denunciato come a Bologna la massoneria e Comunione e liberazione controllino sia la sanità che la facoltà di Medicina.
Carlucci - "E' uno dei tanti esempi che vengono fatti nel libro. Ce ne sono di più recenti: a Verona un "barone" di quell'ateneo ha fatto vincere un concorso a un ricercatore di cui era padrino accademico, nonostante in gara ci fossero altri candidati con titoli più importanti. Con buona pace di questi ultimi, il professore ha imposto il suo allievo perché, come lui, è garante degli interessi ecclesiastici all'interno dell'ateneo. Peccato che si tratti di un'università pubblica, non privata ovvero gestita dalla Chiesa".

Dare maggiore peso ai titoli piuttosto che all'esperienza didattica. Potrebbe essere questo un modo di spezzare il potere baronale e diffondere maggiore meritocrazia nei criteri di valutazione dei docenti?
Carlucci - "Sarebbe un buon inizio. Se non altro è un criterio più oggettivo".
Castaldo - "E' anche vero che l'esperienza didattica non può essere ignorata del tutto. Ma allora chi la deve giudicare sia esterno alle facoltà locali, ancora meglio se nelle commissioni si inserissero membri esterni provenienti da altri Paesi. E' tutto il meccanismo dei concorsi ad aver bisogno di una profonda riforma. Perché non creare delle agenzie di rating che leghino i finanziamenti pubblici alla qualità della ricerca e della didattica svolti nei singoli atenei? Alcuni segnali in questo senso ci sono anche nella legge Gelmini, che però attende ancora di essere pienamente applicata".

Siamo veramente sicuri che con misure di quel tipo i baronati non arriverebbero comunque a condizionare chi deve valutare la qualità dell'università italiana e decidere quanti contributi assegnare?
Castaldo - "Non siamo sicuri di niente, la ricetta pronta non c'è, il nostro libro nasce per documentare dettagliatamente il cancro sociale e culturale che sta divorando l'università italiana. A Roma il rettore Frati ha piazzato in cattedra tutta la famiglia, a Messina sulle nomine e in materia di concorsi comandano mafia e 'ndrangheta. Ci sono molti altri esempi di questo tipo. Non è uno scenario facile, per questo bisogna cominciare a immaginarne e costruirne uno diverso".
Carlucci - Un altra proposta in attesa di attuazione è l'elezione di dodici commissari nazionali eletti dai consigli di ateneo, di cui la metà si occuperebbero di valutare i prossimi docenti a concorso, oltre che i progetti di ricerca che sarebbero più legati alle esigenze dell'industria e del mercato dell'occupazione in Italia. Purtroppo i vari progetti di riforma dell'istruzione, da Berlinguer in poi, hanno avuto l'effetto di moltiplicare i corsi di laurea e le facoltà, spesso nella più totale disorganizzazione, con insegnamenti nati e morti in pochi mesi, studenti allo sbando e finanziamenti bruciati".

Nel vostro libro si fanno per la prima volta nomi e cognomi, si citano e documentano fatti e circostanze. Quante maledizioni avete ricevuto dagli intoccabili dell'Università?
Carlucci - "Poca roba. Al massimo qualche protesta indignata da alcuni protagonisti delle vicende che raccontiamo".

Segno che i baroni per il momento sentono tutt'altro che minacciate le loro posizioni di potere e privilegio. Chiudiamo con un segnale postivo: quello che viene da studenti e docenti che, anche attraverso Internet, si stanno ribellando agli abusi perpetrati negli atenei.
Castaldo - E' a loro che dedichiamo il nostro libro. La Rete diventa sempre più uno strumento per il dibattito democratico e i blog pian piano stanno cominciando ad essere considerati non solo lo sfogo privato di grafomani che raccontano le loro storielle personali. Ma c'è un altro fatto che documentiamo nella nostra inchiesta: l'Italia è ai primissimi posti di una speciale classifica stilata da Nature in base alla proporzione tra investimenti ricevuti e qualità delle pubblicazioni sulle principali riviste di ricerca scientifica. In uno scenario di pochi soldi, concorsi truccati e malcostume accademico i nostri ricercatori ottengono risultati di grande risonanza internazionale. Non si può aspettare che anche gli ultimi indomabili cadano in depressione".