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Toni Capuozzo: "Il mio patto con la morte per non cadere in mano ai terroristi”

"L'illusione che un servizio giornalistico possa cambiare le cose l'ho persa a Sarajevo", racconta l'inviato di guerra del Tg5. "Meglio due chili di patate"

di Cinzia Marongiu   

“Puoi aspettare un attimo? Sto finendo di scrivere una mail”. La mail che Toni Capuozzo sta spedendo ha come destinatario l’ambasciata libica e come oggetto la richiesta di poter partire subito nel Paese nord-africano, dove nei giorni scorsi due lavoratori italiani sono stati sequestrati. Giornalista, anzi, inviato di guerra, Capuozzo vuole ovviamente documentare quello che sta accadendo in questa terra di nessuno dove i governi si duplicano, ma le tribù e le milizie di matrice jihadista vanno per la loro strada. Un Paese allo sbando dove si traffica di tutto, dal gas nervino alle persone. “Cambia solo il cartellino del prezzo”, annota al telefono dal Friuli dove il giorno prima ha ritirato un premio, l’ennesimo per i suoi reportage e per i suoi libri. Facile indovinargli le occhiaie e i segni sul viso che non sono soltanto quelli di chi ha 68 anni sulle spalle ma anche di chi troppe volte si è trovato a pochi centimetri dalle pallottole sparate dal cecchino di turno o da soldati di opposte fazioni, testimone partecipe di tante atroci follie che hanno avuto come palcoscenico l’ex Yugoslavia, l’Afghanistan, l’Iraq, la Somalia, il Medio Oriente.

Stai per partire. Hai paura? Ne hai mai avuto?
“Sì, tantissime volte”.

Come si fa in questi casi? Quali sono le contromisure che prendi?
“Diversi anni fa in Iraq ho fatto un patto con Salvo La Barbera, il mio operatore. Se ci avessero preso, avremmo cercato di fuggire per farci sparare. L’idea della morte la metti in conto ma la detenzione con il video in cui supplichi il tuo Governo mentre perdi la dignità insieme con la libertà sotto gli occhi della tua famiglia, questo no. Non ce la faccio. Meglio la morte che trovarsi in mano a gente che ti odia anche se non gli hai fatto niente. Credo che nessuno torni intatto da un’esperienza del genere. Non ce la fai. Allora con Salvo ci siamo detti se ci prendono, scappiamo e così ci sparano. Questo è il nostro patto di morte. Che poi in realtà una volta sono pure stato sequestrato ma è durata mezz’ora. Solo che io non lo sapevo quanto sarebbe durata”.

Cosa è successo?
“Ero a Kufa, in Iraq. Anzi eravamo perché con me c’erano l’operatore, l’autista e un collega. Siamo stati presi da una milizia sciita. Ci hanno circondato con i kalashnikov, tolte le scarpe, tolte le cinture, portati via i soldi, isolati l’uno dall’altro, caricati in macchina e portati in un altro posto. E lì ho capito come è che succede. Mi sono detto ma guarda come ci sei cascato proprio tu che hai sempre visto che toccava agli altri e non a te, che prendi le precauzioni, che stai attento. E in più col senso di colpa perché da te dipendono anche gli altri. Sei tu che li hai portati. Poi ci hanno lasciato andare. Più che un sequestro è stato un fermo. È andata bene. Fossimo finiti in mano a un disastrato capetto locale che cercava gloria e vendetta sarebbe finita in un altro modo. Ecco perché non mi sono mai permesso di giudicare gli altri e di parlare di imprudenza. La scelta sta nell’andare in certi posti. Il resto lo metti in conto”.

Anche stavolta in Libia ci sarà con te Salvo La Barbera?
“Sì. In queste cose è importantissimo avere totale fiducia con le persone che si muovono con te e condividere un atteggiamento. Se ti muovi con una persona spericolata o che va nel panico sai che può mettere a repentaglio anche la tua vita. Il fatto di andare in gruppo in parte aiuta perché non rispondi solo di te stesso e questo ti costringe a essere un po’ più prudente, più responsabile verso gli altri. Con Salvo concordiamo su una visione generale. Entrambi pensiamo che sia meglio un lavoro venuto male che un bel funerale. Il nostro lavoro non cambia nulla. Noi non siamo dei chirurghi che stanno operando al cuore un ragazzino. Un servizio in più o in meno non fa la differenza”.

Il giornalista e scrittore Toni Capuozzo

Questa tua visione sconsolata e disillusa del giornalismo mi stupisce. Penso che il risultato del lavoro del chirurgo lo si veda nell’immediato, quello di chi scrive e racconta per immagini può arrivare anche dopo molto tempo e aprire cuori e coscienze senza che tu, che ne sei l’autore, lo sappia mai.
“Non ho queste illusioni. Le ho perse a Sarajevo anni fa. Penso che se durante il nazismo  le telecamere fossero entrate nei campi di concentramento e avessero documentato tutte le atrocità e fatto vedere il fumo che usciva dai camini, niente sarebbe cambiato. Moltissimi giornalisti hanno raccontato quello che è successo a Sarajevo per 4 anni e non è servito a niente. Uno lo fa perché poi dice a se stesso, “beh, quello che si doveva dire, l’ho detto”. Come un messaggio in bottiglia. Parlarne può aiutare, certo, ma non mi sento investito di missioni di questo tipo. Non ho l’illusione che il giornalismo basti o sia decisivo. Da questo punto di vista molto meglio essere un buon medico. L’emozione di un servizio al telegiornale o il coinvolgimento di un articolo dura lo spazio di girare la pagina o di cambiare canale”.

A cosa serve quindi ciò che fai. È solo una testimonianza?
“Il ruolo socialmente utile di un giornalista non sta tanto nel destinatario, nel lettore quanto nell’aver dato retta per un po’ a persone che si sentono dimenticate. A gente che si sentiva all’inferno. Ce l’hai presente l’amica di Charlie Brown, Lucy? Ecco io sono un po’ come Lucy che metteva fuori il suo banchetto per ascoltare gli altri e raccoglierne le confessioni.

“Ti voglio raccontare una cosa.
“Una volta ero a Sarajevo con Igor, l’operatore che, tra l’altro, mi ha anche insegnato a parlare il serbo-croato. Avevamo percorso buona parte del viale dei cecchini ed eravamo in un punto meno pericoloso. Lì, su una specie di rotatoria, ho visto due anziani piegati a raccogliere delle erbe. Avrebbero potuto essere mio padre e mia madre. Cercavano un po’ di erbe per insaporire qualche brodaglia, l’unica cosa che potevano permettersi di mangiare. Io ogni giorno facevo servizi sui morti. 7 morti a Sarajevo, 50 morti a Sarajevo, 15 morti a Sarajevo. Così ho detto a Igor: “Ferma la macchina”. Come ci siamo avvicinati ci hanno fatto un gesto di saluto. Io mi sono vergognato. Se fossi stato in lui avrei detto “Ma che cazzo vuoi?”. Sarebbe stata una violazione della mia intimità in un momento di miseria. E invece quel signore anziano, mezzo piegato e col dito in alto, mi disse: “Fate sapere al mondo come siamo ridotti a vivere”. Io mi sono vergognato ancora di più perché sapevo che il mondo se ne sarebbe altamente fottuto di quei due anziani. Per fortuna in macchina avevamo delle patate. Ci portavamo sempre qualcosa da mangiare. Così ho preso due chili di patate e glieli ho dati. Il mondo non li avrebbe salvati. Quella del vecchietto era solo un’illusione. Non ricordo nemmeno se poi feci il servizio o se finì tagliato. E comunque un servizio non ti salva la vita. Sono meglio due chili di patate”.

di Cinzia Marongiu   
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