"Stipendi senza risultati, così i padroni pagano se stessi"

di Cristiano Sanna

TiscaliNews

Che Paese è quello che da vent'anni ha indici di crescita economica costantemente inferiori alla media europea? Che barcolla in uno scenario finanziario segnato da scandali e fallimenti di risonanza internazionale? Che malgrado questo vede i manager ai vertici di aziende indebitate e in perdita passare da un incarico all'altro, tra buonuscite da capogiro e premi multimilionari? E' ll nostro Paese: l'Italia di oggi, del caos Alitalia, delle ferrovie disastrate, dei crack Parmalat e Cirio, delle signorie del denaro che si autoalimentano secondo logiche di obbedienza e fedeltà da parte dei loro uomini chiave, dunque seguendo regole che in buona parte prescindono da quelle che disciplinano l'inziativa economica. E' questo il Paese radiografato nel libro La paga dei padroni da Gianni Dragoni (inviato del Sole 24 Ore) e Giorgio Meletti, già al Corriere della Sera e attualmente responsabile della redazione economica del tg de La 7. Ne abbiamo parlato con i due autori.

In base al vostro libro i patti di sindacato e le scatole cinesi sono i due mezzi mediante i quali le grandi famiglie imprenditoriali italiane si assicurano il potere e il mantenimento dello status quo, impedendo scalate e ingressi di nuovi soci avvertiti come minaccia. Vogliamo spiegare in breve come funzionano questi strumenti?
Meletti: "Chiariamo subito che i patti di sindacato non hanno niente a che fare con la difesa dei diritti dei lavoratori e con i sindacati propriamente detti. Faccio un esempio: se un imprenditore non ha abbastanza soldi per controllare un'impresa basta che si limiti ad acquistare una parte delle azioni, e a installare ai posti di comando persone di fiducia che diventeranno a loro volta proprietarie di altri pacchetti azionari. Tanti piccoli pacchetti di azioni, posseduti da persone legate fra loro da un patto di fiducia che le impegna a non vendere ad esterni, permettono di controllare le maggiori aziende. Non importa la capacità manageriale, conta l'obbedienza e la fedeltà reciproca in senso auto-protezionistico. E' puro vassallaggio".

Dragoni: "Le scatole cinesi servono ad agevolare questo meccanismo. Ecco un altro esempio che riportiamo nel libro: la società A quotata in Borsa vale un miliardo, l'imprenditore Fintoricco ha disponibilità di soli 133 milioni di euro totali. Ma con questi controlla il 51 per cento della società C che controlla il 51 per cento della società B, tutte quotate in Borsa, e così via fino alla A. Tanto gli basta ad avere il controllo della società più ricca. Siamo già nel gioco delle scatole cinesi. Ma c'è altro. Se Fintoricco non ha tutti i 133 milioni che gli servono per controllare l'azienda C può accordarsi con l'imprenditore Bentistà, che magari compra il il 24 per cento della società C, lasciando l'altro 27 a Fintoricco. La somma fa 51% in una scalata dall'impresa C alla A, quella miliardaria. Il risultato è che si riesce a comandare un impero economico dimezzando il capitale investito. Basta andare d'accordo tra fedelissimi".

Che c'è di male ad avere i propri uomini di fiducia al vertice di una società per impedire scalate da parte di soci sgraditi?
Meletti: "Niente, a patto che gli interessi di questo gruppo di potere non vadano contro quelli dei piccoli azionisti che hanno investito i loro soldi nelle altre quote di capitale. E che non si prendano decisioni arbitrarie rispetto all'andamento aziendale. Ma sempre più spesso i capitani d'industria italiani si accordano stipendi e premi da record mentre le imprese che comandano vanno a rotoli. Un esempio? L'Impregilo tra il 2004 e il 2005 ha perso centinaia di milioni eppure il suo amministratore delegato Pier Giorgio Romiti ha ricevuto compensi per 2 milioni di euro. Come tutti sappiamo Giancarlo Cimoli non è riuscito a risolvere i problemi di Alitalia, eppure ha battuto i due record: lo stipendio più alto e le maggiori perdite tra le compagnie aeree europee".

Dragoni: "Non a caso all'estero i patti di sindacato sono molto meno diffusi se non inesistenti, in particolare negli Stati Uniti e in Inghilterra. L'accrescimento di un'azienda per definizione deve portare a nuove immissioni di denaro, non alla sua diluizione in una miriade di piccoli pacchetti azionari posseduti da imprenditori che si proteggono a vicenda, in una sorta di condominio".

Il libro traccia anche la storia dei soliti noti, le grandi famiglie imprenditoriali che dominano la nostra economia, contrarie a ingressi di nuovi soci e all'innovazione. Si parla di Agnelli, Colaninno, Tronchetti Provera, Romiti, De Benedetti, Benetton, Ligresti e così via. Tutti ricorrono ai patti di sindacato e alle scatole cinesi, o fanno parte di Mediobanca, che voi definite "scatola nera del privilegio finanziario" in Italia.
Dragoni: "I grandi imprenditori che controllano Mediobanca sono gli stessi che comandano le maggiori aziende italiane. Tra di loro vige il principio della decisione concorde, una ragnatela di poteri incrociati che assicurano stabilità e controllo dei reciproci interessi, non è un caso che l'Antitrust abbia più di un dubbio su come questa logica possa coesistere con quella della libera concorrenza".

Nel vostro libro spiegate con dovizia di dati che Marco Tronchetti Provera, simbolo dell'imprenditore vincente e di fascino, riceve stipendi nell'ordine dei circa 6 milioni di euro l'anno. Ma durante la sua presidenza di Pirelli e Telecom, dal 2001 al 2007, l'impero industriale che valeva inzialmente 50 miliardi ne ha visti andare in fumo circa 20. Un altro caso emblematico.
Meletti: "Per rispondere basta citare il commento dell'Economist: sottolineava come attraverso una catena di società che gli garantivano il 24,5% del diritto di voto a fronte del solo 8% di capitale posseduto, dunque un potere pressoché assoluto, Tronchetti mantenesse il suo posto nonostante i risultati economici negativi. E concludeva: questa è l'Italia".

La paga dei padroni documenta anche esempi positivi, vedi quello di Sergio Marchionne, l'uomo del rilancio Fiat, arrivato in azienda secondo logiche esterne all'amicizia con gli Agnelli.
Meletti: "Marchionne non fa le macchine, non le disegna, lo si può definire un contabile di altissimo profilo. Dunque chi per anni ha lanciato sul mercato prodotti deludenti, brutti, inaffidabili? Persone inadeguate messe lì da chi comandava prima. Marchionne ha interrotto la logica perversa dei benefici privati nel totale spregio dell'andamento aziendale, ha ripreso a premiare chi lavora bene, chi ha competenze professionali reali e le usa per dare nuovo lustro al marchio Fiat, che è quanto sta accadendo. In azienda hanno imposto una separazione netta tra lui, che è il capo operativo, è Montezemolo, uomo di casa Agnelli, presidente e azionista di riferimento. Ruoli diversi, stessa retribuzione (oltre 7 milioni di euro l'anno a testa) e nessuna possibilità di conflitto".

E' un esempio virtuoso da cui partire per ripensare il capitalismo italiano oggi?
Dragoni: "Per ora i fatti ci dicono che Sergio Marchionne è un'eccezione rispetto allo scenario di casa nostra".

Come lo è, allora, l'esempio dello scomparso Andrea Pininfarina, che per risollevare le sorti dell'azienda di famiglia ha progettto un aumento di capitale che ha avuto l'effetto di far perdere alla famiglia la maggioranza delle azioni?
Meletti: "E' un esempio concreto di piano per il risanamento aziendale e di capitalismo con capitale, non senza. Come pure quello di Michele Ferrero, che continua a investire denaro proprio per far crescere la sua impresa, senza nemmeno doversi rivolgere alla quotazione in Borsa".

Da dove si comincia a guarire la malattia quasi terminale che affligge la nostra economia?
Meletti: "Domanda a cui è impossibile rispondere con formule certe. Questo sistema economico basato sull'immobilismo e i privilegi ad altissimi livelli tramonterà perché le possibilità di arricchimento, a forza di grattare il grasso dallo scheletro produttivo del nostro Paese, saranno sempre minori. Prova ne siano le sportellate che volano tra i condottieri, vedi Geronzi, Bazoli e compagnia, dentro e fuori Mediobanca, in barba all'equilibrio fondato sull'evitare di farsi la guerra a vicenda. I segnali ci sono tutti. La crisi è già in atto e dovrebbe far capire una volta per tutte che la gestione delle imprese non può prescindere dal diffondere benessere a tutto il tessuto sociale, non solo a chi comanda una determinata azienda".

Dragoni: "Poi sarà importante tornare agli investimenti in un'ottica di lungo periodo, alla ricerca, formazione e innovazione, che rigenerano l'industria e possono creare una nuova classe dirigente. Ma c'è anche bisogno di misure di governo che impediscano il replicarsi del capitalismo senza capitale, di pura speculazione, che sta traballando vistosamente".