"Stalin + Bianca": la fuga dall'adolescenza è fatta di rabbia e corse in Vespa

'Stalin + Bianca': la fuga dall'adolescenza è fatta di rabbia e corse in Vespa
di Andrea Curreli

Uno stadio di periferia vuoto e innevato ospita un ragazzino pieno di rabbia con una passione maniacale per la sua telecamera. Al suo fianco, sugli spalti ghiacciati, siede una ragazza dolcissima e cieca. I due adolescenti si chiamano Stalin (soprannome dovuto ai folti baffi che porta) e Bianca e cercano di sopravvivere in un quartiere degradato che la crisi economica ha messo definitivamente in ginocchio. Stalin e Bianca, ma sarebbe meglio scrivere Stalin + Bianca come recita il titolo del libro edito da Tunué, sono i protagonisti del romanzo di Iacopo Barison. Con la freschezza dei suoi 26 anni e una laurea al Dams, l’autore trascina il lettore in una realtà giovanile fatta di botte, droga e corse in Vespa mentre intorno c'è solo il vuoto pneumatico di famiglia e istituzioni. "Quando ho iniziato a scrivere  Stalin + Bianca, volevo che dentro ci fossero tre cose: una storia d'amore, una videocamera e un viaggio on the road", spiega Barison a Tiscali Spettacoli. "L'amore perché è il sentimento ideale per analizzarci e per capirci come esseri umani – prosegue l’autore -. La videocamera perché amo il cinema e volevo dar sfogo al mio immaginario cinefilo. Per questa ragione, Stalin gira sempre con una videocamera digitale. In pratica è la sua coperta di Linus. Il viaggio, invece, mi serviva per dar l'idea della crescita, per far sì che Stalin e Bianca, all'inizio del libro, fossero in un certo modo, mentre alla fine del viaggio dimostrino di essere cambiati. Maturati, forse, ma non credo sia la parola giusta".

Barison, il suo romanzo si sviluppa in un doppio piano narrativo: il dramma interiore di Stalin e il degrado della società che lo circonda. E' così?
"In realtà, nel romanzo, sembra essere il mondo intero a dover superare un dramma. Non viene detto quale, però ci sono alcuni passaggi in cui Stalin, pur coi suoi slanci aggressivi, dimostra la stessa fragilità delle persone che lo circondano. Più che una forma di degrado, quindi, è una perpetua fragilità emotiva, qualcosa che accomuna tutti e poi si riflette sul mondo, un'incapacità di imporsi e realizzarsi come individui. Quindi i piani sono due ma spesso combaciano oppure si intersecano".

Il personaggio di Bianca è una sorta di contraltare che lei utilizza per definire Stalin. Perché ha scelto per loro un amore platonico?
"Stalin e Bianca sono complementari, si capisce fin dal titolo. Lui è irruento, sempre pronto a scattare, mentre lei è molto più dolce e controllata, forse perché è più sicura di sé, più equilibrata. Ho scelto l'amore platonico perché Stalin non è Fonzie di Happy Days, ma un disagiato. E soprattutto perché il rapporto fra lui e Bianca non ha nulla a che fare col sesso. Si innesta su un piano diverso, esclusivamente emotivo, come spesso capita nei film di Truffaut. Se posso volare alto, ammetto che avrei voluto scrivere una versione brutta sporca e cattiva dei suoi 400 colpi".

Le atmosfere che lei descrive sono decisamente cupe e i personaggi che interagiscono con Stalin sono spesso fuori dal convenzionale.
"Descrivo un mondo in confusione, 'sull'orlo del baratro', come dice la quarta di copertina. Mi piace pensare, però, che dietro questa patina grigia, oltre questa cortina immaginaria che ingloba l'universo di Stalin, ci sia un'emotività e una forza positiva che spinge per fuoriuscire. Di primo acchito può sembrare un romanzo cinico, disperato. In verità è una storia d'amore, un romanzo su ciò che ci spinge ad andare avanti, a non gettare la spugna e dire che fa tutto schifo".

Se dovessi sintetizzare il suo romanzo in due parole, userei rabbia e fuga. Concorda?
"Sì, concordo, anche se poi dimostro che la rabbia e la fuga sono due meccanismi che girano a vuoto. Sembrerà banale, però è vero: prima o poi dobbiamo fare i conti con noi stessi, con le nostre paure e le nostre ansie".