San Patrignano tra successo e polemiche. Le ammissioni del figlio di Muccioli. Ma perché ne parliamo tutti?

Non passa giorno dallo scorso 30 dicembre in cui sui giornali, sui siti di informazione e sui social non si dibatta di “Sanpa – Luci e ombre di San Patrignano”, la docu-serie in 5 puntate che ha narrato la storia, a tratti controversa, della più grande comunità di recupero di tossicodipendenti d’Europa, dalla nascita nel 1978 fino alla morte del suo guru-fondatore Vincenzo Muccioli avvenuta nel settembre del 1995. Richiami in prima pagina si susseguono a confessioni, frustrazioni e intime convinzioni: sembra impossibile non avere un’idea in merito e soprattutto non aver voglia di rivendicarla. Che cosa ci sta succedendo? Di certo è un fenomeno visto raramente in tempi recenti, capace di dividerci e appassionarci come non capitava da anni. Un fenomeno non solo alla Guelfi e Ghibellini o alla Coppi e Bartali, nel quale ci si divide e a volte ci si scanna, per appartenenza, ma più che altro un fenomeno che ha avuto il merito di riportarci su un terreno “ideologico”, nel quale ci si interroga su qualcosa senza soffermarsi a “tifare” per qualcuno. Una questione che pare riprecipitarci direttamente negli Settanta e Ottanta, anni di battaglie ideologiche e di guerre morali, in cui a dividerci non era l’ultimo gossip di turno, ma questioni basilari nella costruzione di una democrazia contemporanea, a cominciare dall’aborto e dal divorzio. O dall’eroina. E infatti è anche vero che questo fenomeno mediatico legato alla docu-serie di Netflix appassiona un pubblico per così dire “adulto” e non di certo i giovanissimi, magari impegnati a vedere l’ultima stagione de “L’attacco dei giganti” o “La regina degli scacchi”.

Una docu-serie quella diretta  da Cosima Spender  e scritta e prodotta da Gianluca Neri con Carlo Gabardini e Paolo Bernardelli che ha il merito di sollevare domande ma non di fornire risposte preconfezionate. La questione principale resta quella di sempre: come affrontare un tossicomane? Come aiutarlo? La costrizione fisica è lecita quando si sa di aver a che fare con una mente e un corpo schiavi di una sostanza che ti porta alla morte? Vincenzo Muccioli, che in vita affrontò ben due processi, quello cosiddetto “delle catene” e quello per favoreggiamento in seguito alla morte di Roberto Maranzano, ucciso a botte nella macelleria di San Patrignano, aveva i suoi metodi, di certo poco ortodossi, che alternavano gli abbracci agli schiaffoni e giustificavano, ma soltanto nei primi anni, l’uso delle catene per superare la “scimmia” ovvero la “crisi di astinenza”. Così accanto all’immancabile critica di Aldo Grasso, o al “buongiorno” di Massimo Gramellini, ecco l’articolo di Natalia Aspesi che, facendo in qualche modo capire dove si appunta la sua commozione e dove preferisce mettere l’accento, ripubblica stralci di una sua intervista del 1980 in cui parlava la madre di un eroinomane: “Nessuno tranne chi ci è passato può capire cosa si instaura tra i genitori e il figlio che si droga. Orrore, amore, paura, odio: lo odi perché tuo figlio sei tu, non puoi abbandonarlo e senti che lui ti porta a picco con sé. Lo odi perché lui ti odia ferocemente ogni volta che tu ti frapponi tra lui e la droga. Lo odi perché non dà tregua, perché il tuo forsennato amore, il tuo bisogno di aiutarlo pesano come una condanna senza scampo”.

Le parole erano di Romilda Bollati, proprietaria della casa editrice Bollati Boringhieri, una delle tantissime madri che ringraziavano Muccioli perché, ed è doveroso ricordarlo anche laddove la docu-serie si dimostra frettolosa o superficiale, in quegli anni la scelta era molto semplice: o San Patrignano o il niente. O meglio il metadone, il carcere, la strada e spesso la morte. Le braccia di Muccioli erano le uniche che si aprivano davanti a quei reietti, a quegli zombie che nessuno voleva curare, tanto più quando con l’eroina arrivò l’Aids, né avere tra i piedi. In un’intervista a FanPage Paolo  Bernardelli, uno degli autori, ammette che diversi aspetti e fatti siano stati tenuti fuori da “Sanpa”: “Come la Legge Basaglia, fondamentale per capire la storia di San Patrignano che nasce proprio quando la legge viene approvata. Abbiamo testimoni che ci dicevano come all'inizio molte famiglie portassero in comunità le persone perché non potevano più portarle in manicomio”. E spiega così la decisione di lasciar fuori questo aspetto: “Se fai un racconto che abbia anche un respiro internazionale, devi prenderti il tempo di spiegare cosa sia quella legge, non potendo dare per scontato che tutti la conoscano e che, soprattutto, sia nota fuori dai confini italiani. Quindi ti chiedi se valga la pena usare questo tempo per aprire una parentesi che forse non diventa fondamentale all'interno del discorso”.

Nel frattempo in questi giorni hanno parlato altri protagonisti della docu-serie a cominciare da Andrea Muccioli, figlio del fondatore e suo erede alla guida della comunità fino al 2011. In un’intervista al Corriere della Sera rivendica: “Ho visto puntare un coltellaccio in pancia a mio babbo, avevo 16 anni. In quel periodo lui di schiaffoni ne ha dati non pochi. Sapevo anche dei ragazzi incatenati perché non fuggissero. A San Patrignano c’era violenza ma stiamo parlando di una guerra. Una guerra che però è stata vinta con la forza dell’amore”. Andrea Muccioli bolla come “fiction” la docu-serie e la accusa di cercare “l’effetto pulp creando più ombre possibili intorno alla figura del protagonista, finendo col falsificarne la storia, il pensiero e il modello”. Muccioli ricorda che quello era “un percorso drammatico di accoglienza di giovani che distruggevano le loro famiglie ed erano abbandonati dallo Stato. Venivano da contesti violenti e sarebbe stato inimmaginabile gestirli con la violenza perché la violenza la conoscevano e la esercitazioni meglio di te”. Ma ammette che i metodi coercitivi siano “stati errori gravissimi”. Le discussioni continuano, la questione resta aperta. Ma è vero che amaramente dobbiamo ammettere che l’eroina ha unito diverse generazioni di italiani, impegnati a sfuggire dal suo abbraccio mortale o a cercare di tirarne fuori qualche amico, fidanzata o conoscente, più di ogni altra cosa. E oggi? Forse il buco è passato di moda, ma le droghe sintetiche e gli acidi, continuano a distruggere tante giovani vite. E ora, come allora, salvo qualche eccezione, si preferisce guardare altrove.