Rastello: "Il mercato della coca come non ve lo hanno mai spiegato"

Rastello: 'Il mercato della coca come non ve lo hanno mai spiegato'
di Cristiano Sanna

Non uno sguardo sul mondo criminale ma uno sguardo criminale sul mondo. Mette le cose in chiaro fin dall'inizio, Luca Rastello. Nel suo libro Io sono il mercato - Teoria, metodi e stile di vita del perfetto narcotrafficante il giornalista di Repubblica, direttore dell'Osservatorio sui Balcani ed esperto di narcomafie, fa piazza pulita dei luoghi comuni sul traffico di droga così come ci derivano da anni di gangster movie pittoreschi ma poco realistici. Piove neve tossica ovunque. La cocaina, protagonista assoluta del libro di Rastello, controlla intere economie, determina il Pil dei principali Paesi occidentali (quelli che appaiono come guardiani del proibizionismo mondiale) e invade i grandi mercati con tecniche di marketing raffinatissime e mutanti, mai spiegate prima come nelle tiratissime 164 pagine di Io sono il mercato, edito da Chiarelettere.

Partiamo dalla fine, allora. Luca, se il proibizionismo è una bufala, una pura questione di immagine politica, allora hanno sempre avuto ragione gli antiproibizionisti?
"In parte sì, per una semplice ragione. Il valore della cocaina schizza a livelli di redditività irresistibile proprio sull'onda della proibizione, e bisogna ricordare che il proibizionismo nasce nel 1909 con la Conferenza internazionale sull'oppio di Shanghai. E' passato un secolo, urge una nuova visione sulle sostanze narcotiche e la loro circolazione. Con una logica antiproibizionista si toglierebbe redditività al narcotraffico criminale, ma certo non si eliminerebbe la richiesta, sempre fortissima, di droghe".

Nel suo libro documenta con grande precisione la moltiplicazione delle rotte della cocaina (traffico in mano ai messicani, dalla Bolivia e la Colombia attraverso la Guajira amazzonica) e le tecniche di trasporto e smercio rese più raffinate proprio dalla War On Drugs delle amministrazioni guidate dal presidente Bush.
"I raid aerei americani che bombardano giungle e coltivazioni con defolianti non guardano in faccia a nessuno, distruggono anche le semplici colture campesine, magari finanziate dall'Onu. Di fronte ad una tale aggressione totalmente priva di criterio il semplice contadino molla gli ortaggi e si offre di entrare nelle reti dei narcos. Le colture si spostano, crescono, cambiano, e la merce viaggia veloce secondo strategie che quanto a creatività rivaleggiano con quelle dei massimi esperti di marketing".

Ad esempio?
"Beh, credo che solo un ingenuo possa bersi la panzana della cocaina che dal Sudamerica arriva negli Usa o in Europa a forza di ovuli ingeriti e valigette dal triplo fondo. Quei metodi sono buoni per le piccole quantita, non sono il nocciolo del business che passa per voli transoceanici, intere navi cargo piene di container imbottiti di coca e merci insospettabili impregnate della polvere pronta per lo smercio. Dagli enormi caterpillar che nei loro bracci meccanici nascondono quintali di roba ai blocchi di granito riempiti prima della spedizione, e spediti "al buio", metodo molto pericoloso ma ultra-redditizio".

Ce lo riassume in poche parole?
"In sostanza il narcotrafficante usa un suo mediatore per spedire la merce, prendiamo come esempio i blocchi di granito destinati a qualche multinazionale delle costruzioni. Nessuno va a guardare nel granito, ritenuto troppo duro e compatto per contenere droga. Invece i narcotrafficanti hanno trovato il modo di infilare la coca anche lì, e di estrarla in un secondo momento. Bene, eccoci al metodo della spedizione "al buio". Il mediatore incaricato dal narco arriva al porto di destinazione prima della merce, inventa una storia sui problemi con il compratore e per non perdere la merce si offre di comprarla lì sul momento. In dogana non fanno troppe domande, basta ungere le tasche giuste e la parola magica è cash. Chi controlla si gira dall'altra parte, la fattura (sempre aperta) va al compratore (la multinazionale di turno) e la coca viene preparata per regalare un altro po' di paradiso ai mercati occidentali. Il segreto sta nell'essere rapidi, creativi, e nel cambiare in fretta merce e multinazionale da gabbare, se ripeti lo scherzetto troppo spesso con lo stesso soggetto vieni scoperto e sono dolori. Se il giochetto riesce, nessuno lo saprà, le spese saranno minime e il profitto altissimo".

In Io sono il mercato si scoprono anche i nuovi cartelli, dopo la caduta di Medellin e Cali è la volta della Guajira gestita dagli indios, roba che di cui pochissimi parlano.
"La Guajira è terra di nessuno, giungla selvaggia in cui si incrociano antiche regole tribali e modernissime e feroci strategie di smercio della coca, un posto dove gli indios convivono con bande paramilitari naziste, le Farc e gli uomini del presidente Chavez, che considera quella zona strategica contro le invasioni da Ovest. Un'altra via della coca è quella che dal Caribe arriva agli Usa e all'Europa attraverso Brasile, Argentina e Uruguay. In alternativa, quando la stretta della Dia diventa soffocante, ecco la scoperta del Cile, ritenuto erroneamente poco appetibile dagli agenti antidroga per le sue pessime vie di comunicazione e per l'inesistente produzione di cocaina. Dunque perfetto per i narco, che proprio da lì fanno partire le spedizioni "al buio". Naturalmente non dimentichiamo il peso dei messicani, che nel corso del tempo hanno fatto abbassare la cresta ai calabresi".

Il mercato della coca riempie le casse di governi dittatoriali come quello di Cuba e influisce profondamente sui bilanci dei grandi stati occidentali. L'Occidente, dunque. E' sempre colpa nostra?
"Io non amo i luoghi comuni, però i fatti dicono che queste pandemie di consumo e traffico hanno una dinamica che parte e viene controllata in gran parte sempre dagli stessi Paesi. Prendiamo l'esempio opposto: la Bolivia, dove la foglia di coca non è fuorilegge, la trovi in sacchi agli angoli delle strade, viene consumata da tutti perché permette di lavorare e vivere ad altitudini oltre i 3.500 metri e diventa l'equivalente dell'ostia nelle funzioni religiose. Il governo la tollera, mentre punisce in modo severo la lavorazione chimica che sviluppa l'alcaloide della cocaina raffinata".

Andiamo sull'antropologico, allora. Domanda da cento miliardi: perché questo continuo bisogno di sballarsi?
"Posso rispondere a titolo personale, ovviamente. La mia idea è che la necessità di alterare la propria coscienza sia innata nell'uomo. I metodi sono diversi: dall'ascesi mistica ai riti tribali di possessione, dall'uso di erbe e funghi fino alla preghiera e meditazione, per arrivare alle sostanze chimiche. Nel XVIII secolo il mondo fu sconvolto dall'ondata di intossicati dal gin, bevanda alcolica che dava forte dipendenza. Ora tocca alla coca, è una questione di mode. L'altra parte della spiegazione sta molto probabilmente nella nostra cultura dell'assistenza farmacologica ormai esasperata. C'è la pastiglia adatta per tutto, dai problemi di sonno e panico degli adulti ai bambini iperattivi. Basta spostare l'attenzione sul tipo di sostanza ed è fatta, il tessuto culturale lo consente. Pensiamo all'operaio che si fa otto e più ore di turno notturno, più due o tre di treno perché pendolare. Dovrebbe prendere farmaci per reggere il lavoro di notte, altri farmaci per essere tonico e reattivo ed altri ancora per rilassarsi. Una bella tirata di coca risolve questi problemi, anche se la qualità media smerciata è sempre più scarsa, il principio attivo può essere ridotto fino al 2%, il resto è mannite, polvere di marmo e così via".

Quanto durerà ancora l'ondata mondiale di coca? E' già pronto un nuovo cambio di moda tossica?
"Il mercato delle droghe è dinamico, velocissimo e mutevole. Ma con la coca avremo a che fare ancora a lungo, dopo gli anni '90 all'insegna della rimonta eroinica. Il futuro? Potrebbe essere di sostanze come il Dma, roba chimica e forte che provoca allucinazioni e pare modifichi la riproduzione e la natura delle cellule cerebrali. I medici ne sanno ancora molto poco. Non mi sorprenderei di vedere in futuro molte più persone rinchiuse in cliniche psichiatriche piuttosto che in prigione".