"Portaerei Italia": il Belpaese sospeso tra autonomia perduta e voglia di sicurezza targata Usa

'Portaerei Italia': il Belpaese sospeso tra autonomia perduta e voglia di sicurezza targata Usa
di Andrea Curreli

L'Italia ripudia la guerra, ma ospita sul proprio territorio nazionale basi militari Nato e Usa utilizzate non sempre solo per scopi difensivi. L'Italia ha detto "no" al nucleare, ma si ritrova in casa bombe atomiche. Al centro di questa contraddizione le oltre 110 basi militari, rigorosamente tutelate dall'extraterritorialità, necessarie agli Stati Uniti per la propria difesa con il mutato del quadro geopolitico internazionale e necessarie ai governi italiani per mantenere salda l'alleanza con Washington anche a costo di una evidente mancanza di autonomia nella politica estera militare. Il giornalista Fabrizio Di Ernesto ha descritto i sessant'anni della presenza Nato nel Belpaese nel suo libro Portaerei Italia (Fuoco edizioni, 2010). Basandosi quasi essenzialmente su fonti militari statunitensi, perché in Italia sono quasi sempre posti sotto segreto di Stato, il cronista ha raccontato il rapporto non sempre sereno tra italiani e americani dalla crisi di Sigonella, passando per la strage del Cermis fino alle proteste in Veneto dei "No Dal Molin".     

Partiamo dalla cronaca: nella base di Sigonella sono atterrati i primi Global Hawk, lei nel suo libro afferma che in Sicilia c’è "la regia del grande fratello bellico". Cosa intende?
"L’attenzione geopolitica degli Stati Uniti si sta spostando sul Vicino e Medio Oriente e quindi in questa strategia il ruolo della Sicilia diviene centrale. Anche se tutti i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo sono saldi membri della Nato, non tutti sono disposti ad accettare un’occupazione militare sempre crescente. La Turchia non può per motivi politici interni e anche se ospita le basi americane deve pur sempre tenere buona l’opinione pubblica. Grecia e Spagna stanno cercando di rivedere il loro rapporto con la Nato. Rimane l’Italia come bastione della Nato e la Sicilia si presta perfettamente per garantire questo ruolo. Lo dimostra il numero elevato di basi presenti nell’isola. C’è poi la volontà del nostro governo di portare questi strumenti in Italia. Il ministro La Russa si è speso in prima persona per ottenere il via libera degli Stati Uniti per avere i Global Hawk. I due aspetti combaciano".

I vertici militari statunitensi si sono meravigliati dello scarso risalto che i media italiani hanno dato a quello che ritengono un sistema di protezione essenziale per il Mediterraneo e il Medio Oriente. Cosa ne pensa?
"C’è una differenza culturale. Gli americani non riescono a capire bene l’opinione pubblica e soprattutto i politici italiani. In Italia queste cose vengono fatte quasi sempre di nascosto e tutti gli accordi militari tra noi e gli Stati Uniti sono coperti da segreto. L’unico accordo di cui si conosce qualcosa è quello che ha dovuto rendere noto nel 1998 l’allora primo ministro Massimo D’Alema dopo la strage del Cermis (un volo di addestramento statunitense tranciò le funi di una funivia uccidendo venti persone ndr.). La creazione di una nuova base militare a Vicenza ha portato forti proteste e il governo vuole evitarle. Gli americani non riescono a comprendere questo modo di pensare, ma non c’è nessuna presunzione da parte loro anche perché l’Italia non si tira mai indietro quando si devono accontentare i vertici militari statunitensi".

Nella sua analisi appare evidente come la posizione geografica dell’Italia, soprattutto con il mutare degli scenari geopolitici, abbia contribuito al rafforzamento della presenza Usa nello Stivale.
"Dopo la Seconda Guerra Mondiale l’Italia era importante perché confinava con la Yugoslavia e quindi dovevamo essere pronti a intervenire contro i Paesi oltre la Cortina di ferro e far sapere tempestivamente agli americani cosa stava succedendo. Questo spiega il numero di basi radar in Italia. Con la caduta del Muro di Berlino e la completa atlantizzazione dell’Europa, gli interessi geopolitici si sono spostati sul Vicino e Medio Oriente e l’Africa, quindi l’Italia è diventata ancora più importante. Basta guardare la disposizione delle basi per comprendere che servono a controllare quell’area. Anche la creazione di una seconda base a Vicenza serve ad accogliere i soldati che stavano a Ramstein in Germania e che lì non servono più dopo la scomparsa della Cortina di ferro con la creazione di basi in Polonia, Repubblica Ceca e Romania e la presenza della Russia di Putin".

Lei ha accennato prima a una sostanziale sudditanza politica dei vari governi che si sono succeduti in Italia nei confronti di Washington.
"Il caso esemplare è rappresentato dalla nuova base americana nell'aeroporto Dal Molin di Vicenza. Nel 2004 il governo Berlusconi III ha dato il suo placet, è stato ribadito nel 2007 dal governo Prodi e poi il Berlusconi IV non ha posto ostacoli alla costruzione della base. Anche la partecipazione dell’Italia alle guerre in Iraq e Afghanistan voluta dal centrodestra è stata contestata dal centrosinistra che però quando è stato al governo ha sempre rifinanziato quelle missioni".

Lei sta dicendo che i nostri governi non sono autonomi in politica estera?
"No, non possono essere autonomi per ciò che riguarda la politica estera militare. Invece abbiamo visto che in campo economico Berlusconi sta facendo accordi con Putin o Gheddafi oppure con l’Iran. Questa autonomia viene meno quando si tratta di politica estera militare".

Le proteste di Vicenza e Niscemi dimostrano la sostanziale distanza tra la cittadinanza e le comunità locali da un lato e il governo dall’altro, ma non questo malcontento non ha conseguenze politiche. Secondo lei perché?
"Ci sono troppi interessi in ballo. Costruire una base o impiantare un nuovo sistema radar ha anche un ritorno economico e il governo fa leva su questo aspetto per cercare di convincere l’opinione pubblica ad accettare le basi. C’è poi la Costituzione che sulle questioni militari non consente il referendum e quindi la popolazione non può andare oltre le manifestazioni".

Lei mette in evidenza anche i limiti della sovranità nazionale dell’Italia, un Paese che ripudia la guerra e ha detto no al nucleare, ma ospita nel proprio territorio basi militari utilizzate per le missioni statunitensi mentre a Ghedi e Aviano sono presenti armi atomiche.
"E’ doverosa una precisazione: le basi sotto egida Nato o statunitense sono considerate al pari delle ambasciate e quindi rispondono alle leggi della bandiera che sventola al loro interno. Per quanto riguarda il nucleare invece c’è un forte controsenso. In alcune basi ci sono ancora ordigni vecchi, mantenuti come si conservavano trenta-quarant’anni fa e probabilmente si sono deteriorati. Se ci fosse una deflagrazione, l’esito sarebbe devastante. I politici italiani sono a conoscenza di tutto ciò, ma non lo possono dire e quindi non lo confermano. Tutte le notizie che ho trovato sulle bombe atomiche presenti in Italia vengono da studiosi o politici statunitensi".

I dati che lei cita dimostrano un incremento della presenza militare a stelle e strisce, ma ad esempio in Sardegna c’è stata la dismissione della base de La Maddalena.
"La base de La Maddalena aveva un senso quando i rapporti della Nato con la Francia erano piuttosto tesi. Quando si è arrivati alla 'normalizzazione' dell’Europa con l’avvicinamento della Francia alla Nato, la base in Sardegna è stata chiusa ma è stata sostituita con altri presidi".

Altro nodo è rappresentato dalla segretezza che regola gran parte degli accordi per le servitù militari.
"Gli accordi sono secretati per l’opinione pubblica ma non per i politici. E’ come succedeva con ‘Gladio’ che era segreto ma i politici al governo e all’opposizione sapevano della sua esistenza. La situazione non può mutare perché in Italia il segreto di Stato viene posto su qualsiasi cosa. Prendiamo ad esempio il caso Abu Omar con il sequestro compiuto da servizi segreti statunitensi, quindi stranieri, sul territorio italiano. E’ stato posto il segreto di Stato così come accade nel 90 per cento di questi casi".