Paolo Cornaglia Ferraris e il rimedio a cancro e sclerosi multipla: "Lo scandalo è che in Sardegna c'è la risposta ma a sfruttarla saranno altri"

Il segreto della longevità custodito nel dna degli abitanti dell'Ogliastra e la ricerca di Giuseppe Pilia: intervista al medico e scrittore che denunciò la malasanità. "Il tesoro di Nur" racconta una storia straordinaria e sconosciuta perfino a noi sardi"

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di Cinzia Marongiu   -   Facebook: Cinzia Marongiu su Fb

Chi l’ha detto che a sognare l’impossibile non si finisca per avere ragione? È successo e sta succedendo in Sardegna, nell’aspra e selvaggia Ogliastra, che produce vino, miele, formaggi e centenari. Già perché è in questa regione incassata tra monti e spiagge d’incanto che risiede il segreto della longevità. Un segreto ben custodito nel dna dei nostri antenati del Neolitico che un geniale genetista di Lanusei ha intuito e studiato per primo dando vita a una storia tanto straordinaria quanto misconosciuta. A raccontarla ne “Il tesoro di Nur” (ed. Il Maestrale), un libro davvero imperdibile perché riesce a unire il rigore scientifico al passo del romanzo di avventura e all’intimità del diario di bordo, è Paolo Cornaglia Ferraris, pediatra ed emato-oncologo, oltre che saggista e giornalista, che nel 1999 svelò lo scandalo della malasanità con il best seller “Camici e pigiami - Le colpe dei medici nel disastro della sanità italiana”. Un successo che gli costò il licenziamento dall’Ospedale Gaslini di Genova e una battaglia giudiziaria lunga dieci anni che lo ha visto amaro vincitore.

Un fermo-immagine dell'intervista a Paolo Cornaglia Ferraris.

"Perché a Lanusei così tanti anziani non si ammalano di cancro e non hanno l'ictus?"

“Non si capisce perché dobbiamo sapere tutto di soubrette e di calciatori, di Salvini e Di Maio e pure delle loro fidanzate e invece non conosciamo nemmeno il nome di scienziati importantissimi e per giunta molto vicini a noi”, nota Paolo Cornaglia Ferraris seduto davanti al mare della sua Cagliari. “Il caso di Giuseppe Pilia, un ricercatore nato a Lanusei e poi diventato genetista negli Stati Uniti, scienziato legato a doppio filo con la scuola di Antonio Cao e dei suoi migliori allievi come Francesco Cucca e Francesco Muntoni, ha dell’incredibile perché quest’uomo geniale morto ad appena 43 anni ha portato avanti una ricerca che sembrava il sogno dell’inverosimile. Giuseppe Pilia si è fatto questa domanda: “Perché nel mio paese così tanti anziani non si ammalano di cancro, non si ammalano di infarto, non viene loro l’ictus e vivono fino a oltre cento anni in buona salute? E ha trasformato la scuola elementare del suo paese in un centro di sofisticatissima ricerca finanziata con milioni di dollari dagli Stati Uniti. Ciò che è incredibile è che nessuno nella regione Sardegna o in Italia gli abbia dato nulla e che in pochi sappiano che quello di Lanusei è il centro al primo posto al mondo nella ricerca sull’invecchiamento. “Il tesoro di Nur” è quello di chi ha resistito ai Saraceni, alla peste, alla malaria, alla fame, e ha concentrato nel suo Dna una sorta di competenza genetica che poi ha ritrasmesso ai suoi successori perché le persone di quei paesi dell’Ogliastra si sono sposate tra di loro e sono vissute in una sorta di isolazionismo plurimillenario. Un tesoro prezioso che oggi si può rivelare decisivo per curare malattie dalle quali non si riesce ancora a guarire. È proprio questa l’idea semplice e rivoluzionaria che è balenata a Giuseppe Pilia convinto che chi oggi abita lì porti i geni che gli hanno permesso di resistere a pestilenze, malaria, infarto, trombosi e cancro. Identificare quei geni e capirne il funzionamento significa capire come superare infezioni, malattie cardiovascolari e cancro e soprattutto significa costruire nuovi farmaci per curare chi quei geni non ha avuto la fortuna di ereditarli”.

"Oggi sono pronte 18-20 risposte alla capacità di resistere a cancro e a malattie autoimmuni"

Nella videointervista concessa a Tiscali.it, Paolo Cornaglia Ferraris spiega perché nel suo libro paragoni la ProgeNIA di Giuseppe Pilia al Real Madrid, mentre il tentativo oramai fallito della SharDNA, di cui peraltro si sono molto occupati i media, equivalga a una squadra da serie C. “Il gruppo di ricerca di Giuseppe Pilia ha ormai pronte 18-20 risposte alle capacità di resistere al cancro e a malattie autoimmuni come la sclerosi multipla. Risposte che si trasformeranno in farmaci solo se questo processo d conoscenza verrà debitamente finanziato. Il timore è che saranno gli Stati Uniti a finanziare il tutto e che come al solito a impossessarsi del Tesoro di Nur per portarselo a casa loro. Dopo di ché noi dovremmo pagare a loro dei farmaci che in realtà sono frutto delle nostre competenze. Il che è assurdo ma è già successo”.

Inomma, una toria straordinaria ma anche un grido d’allarme al quale indirettamente lo stesso Cornaglia dà una risposta attraverso la vicenda narrata nel suo precedente libro “Cervelli, soldi, medicine. Come Raymond F. Schinazi ha inventato il rimedio contro l'epatite C e perché tanti malati non possono ancora curarsi”. “Quando all’università gli hanno detto che la sua era un’invenzione notevole ma che non avevano i soldi per produrla, Schinazi è andato al Nasdaq dai Venture Capitalist e ha chiesto tre milioni di euro per fabbricare questa polverina e dimostrare che era capace di curare l’epatite C. Glieli hanno dati anche perché per loro sono spiccioli a patto che acquisissero la maggioranza della società che lui aveva messo su. E così quella società che valeva niente è diventata un caso imprenditoriale pazzesco: chi ci ha messo su un milione ne ha ritirati in appena 11 mesi ben 167 milioni di dollari. Quasi un super enalotto. Non solo. Quando si sono accorti che questo farmaco guariva anche la gente gravemente ammalata è arrivato il grosso pescecane che ha comprato tutto il brevetto per 11 miliardi di dollari. Le storie di Schinazi e Pilia per certi versi sono opposte: Schinazi è diventato il ricercatore più ricco del mondo mentre Pilia è un eroe sconosciuto morto a 43 anni di linfoma che ha dato un contributo enorme alla ricerca internazionale, un contributo che oggi rischia di cadere nelle mano di speculatori per mancanza di fondi pubblici”.

Dopo l’exploit di “Camici e pigiami” Paolo Cornaglia Ferraris ha continuato la sua battaglia in direzione “ostinata e contraria” come avrebbe detto Fabrizio De André a favore degli ultimi e contro caste e lobby di potere che inquinano la salute delle persone. Una battaglia che gli è costata molto anche sul piano personale oltre che in termini di carriera. E così in modo chietto ma anche inaspettato confessa che non rifarebbe tutto ciò che ha fatto: “Ho subìto 18 querele per diffamazione. Le ho vinte tutte ma sono stati anni di tribunali, di spese, di avvocati, di perdita della salute oltre che della serenità. E tutto solo per avere la ragione rispetto a ciò che dicevo, tutte cose sacrosante. Chi ha comprato il libro riconosce che ciò che affermavo era reale”. Poi però con un colpo d’ali rivendica la soddisfazione “di essere riuscito a fare il medico così come andrebbe fatto. Da primario del Gaslini sono diventato l’ultimo medico della mutua. Così ha voluto il castigo che mi è stato inflitto. Ma devo ammettere che ora curando bambini clandestini nell’ambulatorio gratuito che ho istituito nei vicoli di Genova ho delle grandi soddisfazioni personali e umane. Lì ti rendi conto che basta poco per aiutare molto. Il medico è uno che ascolta le persone ed entra dentro le loro storie perché solo così capisce come la malattia possa essersi generata e soprattutto come intervenire nella cura. E quindi, nonostante tutto, sono contento”. Non a caso quell’ambulatorio si trova in via del Campo...