Meletti, i morti alla Saras e il capitalismo coloniale "Nel paese dei Moratti"

Meletti, i morti alla Saras e il capitalismo coloniale 'Nel paese dei Moratti'
di Cristiano Sanna

Daniele Melis, Luigi Solinas, Bruno Muntoni. Uccisi in pochissimo tempo dall'azoto all'interno degli impianti di raffinazione della Saras. Era il 26 maggio 2009, in quei giorni il patròn dell'Inter Massimo Moratti seguiva trepidante gli umori dell'allenatore José Mourinho e, assieme al fratello Gianmarco, gli esiti della richiesta di prestito milionario presentata a Banca Intesa. Melis, Solinas e Muntoni morivano asfissiati all'interno della cisterna D-106 della raffineria di Sarroch di cui erano stati autorizzati a fare la manutenzione. Tre morti liquidate in poco tempo e spazio dai mezzi informazione italiani, con qualche discorso di circostanza (talvolta anche da parte di alcuni esponenti del sindacato, certamente da parte di Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria) e infine inghiottite dal vortice di altre notizie, inclusi il calciomercato e le stime borsisitiche che di certo non sono preoccupazioni da meno per i Moratti.  "Cambierà tutto" aveva assicurato ai familiari degli operai scomparsi Massimo Moratti. "Non è cambiato niente" ribatteva sette mesi dopo Luca Melis, fratello di Daniele. La tragedia del 2009 alla Saras è diventata il motore che ha spinto Giorgio Meletti, redattore de Il Fatto Quotidiano, già responsabile della redazione economia del tg de La 7 e giornalista del Corriere della Sera, a restituire piena dignità a quelle vite comuni macinate dalla distrazione padronale e mediatica, e ad andare oltre, per ricostruire una storia di capitalismo coloniale emblematica del nostro Paese. Una storia che intreccia le morti bianche ai capricci dei padroni, e che analizza il rapporto tra presenza dell'industria e sviluppo del territorio in un'Italia in cui i grandi imprenditori fanno impresa con operazioni di maquillage finanziario, senza capitali, e auto-attribuendosi favolosi dividendi. E' nato così Nel paese dei Moratti, edito da Chiarelettere. Ne abbiamo parlato con l'autore.

Giorgio, la prima presentazione in terra sarda di Nel paese dei Moratti (organizzata da Piazza Repubblica Libri) è fissata il 26 ottobre a Sarroch, nel cuore dei paese dei Moratti. Che accoglienza si aspetta?
"Non credo che tutti saranno pronti a sorridermi e abbracciarmi. A parecchia gente questo libro ha dato fastidio, perfino su Facebook c'è gente che mi accusa di aver voluto speculare sulla tragedia per arricchirmi. D'altra parte a Sarroch ci sono sempre state idee molto diverse sulla presenza della raffineria. Vedremo che succederà".

Quella dell'incidente alla Saras è una storia esemplare, ma il libro in realtà parla della malattia di tutto il capitalismo italiano, di cui la tendenza "colonialista" è solo uno dei tanti aspetti inquietanti.
"Vero. Infatti si parla anche delle manovre di Tronchetti Provera, di Marchionne, degli eredi Agnelli, dei grandi gruppi bancari. Nello scrivere il libro ho voluto restituire tutta la dignità che meritano agli operai di Sarroch, che non sono da meno rispetto a quelli di Termini Imerese o di Torino, cosa che i media all'indomani della tragedia si sono dimenticati. Poi c'è il fatto che i grandi industriali italiani esercitano la responsabilità di impresa quando ne hanno voglia. Massimo Moratti dice di sentire il dovere morale, nei confronti dei tifosi, di far vincere l'Inter senza risparmiare il proprio impegno. Così ripiana le notevoli perdite in bilancio della società calcistica e investe, per il solo stipendio del portiere Julio Cesare, più di quanto paghi per la sicurezza degli operai della Saras. Perché non investire nelle operazioni di manutenzione degli impianti della raffineria, e nel territorio di Sarroch, gli 800 milioni di euro impegnati senza alcun ripensamento per la gestione dell'Inter? Il suo atteggiamento è emblematico. Il capitalismo coloniale ha una mentalità secondo cui si può disporre di un territorio e della sua popolazione, in sostanza umiliandola, senza farsi carico di progettare il futuro e lo sviluppo della zona in cui impatta la propria attività imprenditoriale".

Che dire delle voci che vogliono possibile la chiusura e il trasferimento della Saras in terra indiana, più vicino ai giacimenti petroliferi, e quelle di un presunto acquisto da parte di imprenditori dell'Arzebaigian?
"Alcune sono voci tutte da verificare, altre ipotesi sono state riportate dalla stampa. Di fatto non c'è nessuna ragione industriale per cui si raffini così lontano dai pozzi. Il motivo per cui negli anni Cinquanta si sono fatte le raffinerie in Occidente, dunque in Sardegna e Sicilia, era tenere, in tempi di guerra fredda, queste attività all'interno del Patto Nato e alla larga dal Medio Oriente, sulla rotta delle petroliere che andavano e venivano dal Canale di Suez. Ma tornando ai fatti di Sarroch: cosa faranno da grandi i bambini di quel paese sardo, che respirano (secondo il rapporto dell'European Pollutant Release and Transfe Register) 6 milioni di tonnellate di anidride carbonica, 1330 tonnellate di ossido di carbonio, 4150 di ossido di azoto, 25 chili di arsenico, 223 tonnellate di PM10 e altre sostanze liberate dalla Saras nel cielo sardo? Alla lunga quale sviluppo può avere quel territorio, a parte l'ingombrante presenza della raffineria?".

Nel libro parlano i sindacalisti, i parenti delle vittime, i rapporti finanziari e scientifici, non i Moratti, come mai?
"Ho chiesto di parlare anche con loro. Si sono negati, le richieste di intervista sono cadute nel vuoto".

Nel suo discorso sui morti della Saras Emma Marcegaglia fu molto sintetica, la stessa Marcegaglia che cita come esempio virtuoso di imprenditore quel Valter Ongaro, suicida a 58 anni, travolto dal senso di colpa di fronte all'idea di licenziare alcuni operai della sua piccola impresa nel Trevigiano. Non è anche questo un atteggiamento emblematico?
"Certamente. La Marcegaglia non ha alzato più di tanto la voce sugli operai morti in Sardegna perché, come è documentato nel libro, anche nei cantieri della sua impresa avevano perso la vita alcuni lavoratori. Ongaro aveva soltanto otto dipendenti, e ha preferito togliersi la vita piuttosto che licenziare alcuni di loro. Questo è un caso di natura autentica di capitalismo come lo teorizzano i padri di questa dottrina e perfino la Chiesa, che in tutte le encicliche sul lavoro ricorda il contenuto etico del patto sociale tra padroni e dipendenti. Farsi carico della propria responsabilità sulle vite degli altri, in modo da perseguire un interesse generale che diventi benessere condiviso. Invece, soprattutto in Italia, sull'onda lunga del cosiddetto "mercatismo", è passata l'idea che l'imprenditore possa usare i dipendenti, i precari, il territorio, a suo piacimento".

In Nel paese dei Moratti è documentata anche la vicenda del collocamento in Borsa delle azioni Saras, volutamente sovrastimate per permettere un aumento di capitale più che mai necessario, e poi crollate di valore, con danno di molti piccoli investitori, non certo della famiglia Moratti. Possibile che nessuno riesca a limitare lo strapotere delle agenzie di rating, come Goldman Sachs o Morgan Stanley, che si arrogano il compito di "dare i voti" ad intere economie di Stati sovrani?
"In effetti passa l'idea che esista una sorta di impalpabile anonima internazionale che da chissà quale posizione inarrivabile assegna valori finanziari ad imprese e conti di Stato. In realtà le agenzie di rating sono organiche ad un sistema di potere che è la manifestazione del capitalismo malato di cui si parla nel libro. Nel caso dei Moratti, sono proprio quelle grandi banche d'affari che rendono possibile il trasferimento di 1 miliardo e 700 milioni di euro dalle tasche delle famiglie italiane a quello dei proprietari della Saras, denaro di cui Massimo Moratti ha detto: 'Lo terremo di scorta'. Ma il capitalismo è fondato sul rimettere in circolo le risorse, non nel farle sparire chissà dove. Nel mentre, nel gioco a risparmio, si compiono dieci violazioni del decreto legislativo n° 81 relativo alla sicurezza sul lavoro (come rivelato dalle perizie) e tre ignari operai di Sarroch perdono la vita, asfissiati nell'azoto. E l'Italia, uno dei Paesi del G8, dichiara di non avere gli 800 milioni necessari ad ammodernare la rete Internet a banda larga. Poi ci meravigliamo della mancata crescita di questo Paese".

Da Sarroch allarghiamo di nuovo il campo della riflessione. Le misure anti-speculazione di Obama, nel Paese emblema della finanza tossica, sono davvero un segnale del tentativo di frenare la deriva del capitalismo?
"Questa domanda riguarda un tema molto complesso che avrebbe bisogno di una specifica trattazione a parte. Mi limito a far rilevare che di questi tempi la politica di un progressista come Obama, di una moderata come la Merkel e perfino di Sarkozy, considerato un reazionario, ha un denominatore comune: il superamento dell'idea che il mercato possa autoregolamentarsi come soluzione ai problemi di un Paese. In Italia facciamo finta di non capire che il vento ha cambiato direzione. Nel libro cito un discorso di Mario Draghi, e non stiamo parlando di un comunista né di un sindacalista, che dice: 'La crisi attuale conferma la necessità di un rapporto tra etica ed economia. Un modello in cui gli operatori considerano lecita ogni mossa, in cui i compensi degli alti dirigenti d'impresa sono ai più eticamente intollerabili, non può essere un modello per la crescita del mondo'. Del resto, le svolte culturali profonde le può fare solo la politica, quella vera, con la "p" maiuscola. Oggi siamo in tanti a chiederci dove sia finita".