Le morti assurde per l'uranio nel poligono di Quirra, il romanzo-denuncia di Campus

Le morti assurde per l'uranio nel poligono di Quirra, il romanzo-denuncia di Campus
di Antonella Loi

La chiamano "sindrome di Quirra" e fa da contraltare alla più conosciuta "sindrome dei Balcani". Gli abitanti della piccola località del comune di Villaputzu, a ridosso del Poligono militare sperimentale del Salto di Quirra, la chiamano semplicemente "morte". Fratelli, sorelle, madri, cugini, figli: non c'è famiglia a Quirra che non abbia un parente colpito da linfomi o leucemie che lasciano senza scampo. Quaranta morti su 150 abitanti in pochi anni che vanno ad aggiungersi ai molti militari e civili ammalati sul luogo di lavoro, il poligono appunto. Eugenio Campus – al secolo Sergio Casu -, giovane scrittore sardo, cresciuto in Calabria ma con casa a Villasimius, (“sono un emigrante di ritorno”), nel suo libro Il pettine senza denti, edito da Applidea, affronta il difficile tema delle armi all’uranio impoverito, strumenti doppiamente di morte, usati non solo nei teatri di guerra ma anche in quelli “di pace” nelle sperimentazioni. Campus costruisce la sua storia intorno a tre personaggi, Stefanina, Eleonora ed Emiliano, vissuti in epoche diverse, per i quali "il pettine" del romanzo rappresenta il trait d'union di un destino comune. Il passato, il presente e il futuro di un lembo di terra sulla costa sud-orientale della Sardegna, che da Villasimius sale verso Nord e arriva fino ed oltre Quirra, segnato inesorabilmente dai giochi di guerra.

Saviano ci ha insegnato che il romanzo può diventare un potente strumento di denuncia. Campus, un libro può arrivare alla gente come e più delle inchieste giornalistiche?
“Credo che quello che si riesca a far sapere sulla camorra attraverso un romanzo come Gomorra è più efficace rispetto a quello che può dare un servizio in tv, un giornale o un settimanale. Perché in questo caso leggi solo se la notizia ti interessa. Con la narrativa c'è invece un doppio elemento che è quello del piacere della lettura di un libro scritto bene. Mi è successo diverse volte che qualche non sardo dopo aver letto il libro mi abbia chiamato per dirmi che ‘se quello che c’è scritto è vero allora stiamo freschi’. Voglio dire che Il fatto che la denuncia sia vera induce alla riflessione persone che altrimenti non avrebbero saputo”.

L’argomento è difficile, perché questo romanzo?
“Perché ho un amore per quella terra che è qualcosa di veramente grande. Quello che succede nel poligono di Quirra è noto e la gente lo subisce senza lamentarsi più di tanto. E invece c’è bisogno di lamentarsi perché quella è un'isola di illegalità, io dico semplicemente che ci vuole una bella denuncia. E se si diffonde, passando per la letteratura, lo scopo è raggiunto anche se lascia l’amaro in bocca che contrasta con la bellezza di quel territorio. E’ assurdo che il poligono venga utilizzato in quel modo, in violazione di tutte le leggi sulla tutela dell’ambiente e della salute delle persone”.

Le presentazioni del suo libro sono diventate un po' l'occasione per fare il punto sul "caso Quirra". Decine se non centinaia di persone, come qualche giorno fa a Villaputzu. E non mancano mai i rappresentanti delle associazioni, della stessa base militare ed esponenti degli organismi scientifici che hanno svolto gli studi fatti fino ad oggi. Come la professoressa Gatti che ha scoperto la presenza di nanoparticelle nel sangue degli ammalati.
"Sì, è vero. E questo è importantissimo, perché del ‘caso Quirra’ non si è mai detto abbastanza. Anche senza trascurare gli aspetti letterari funzionali alla diffusione delle informazioni. E' un sistema che può funzionare e io credo che questa denuncia possa portare a risultati interessanti. Ma credo anche che in questo periodo l'attenzione sulla questione ci sia tutta, i comitati di cittadini - come per esempio l'associazione ‘Gettiamo le basi’ - siano molto attivi. Anche perché è in corso un monitoraggio del ministero della Difesa che mira a verificare se nel territorio del poligono ci sia inquinamento ambientale".

Sono già state portate avanti alcune iniziative parlamentari con esito deludente: non riconoscendo la fonte delle malattie i cittadini colpiti non ottengono risarcimenti. Dal ministero cosa ci si può aspettare?
"Non molto purtroppo, anche perché le analisi che sono in corso (il ministero dell'Ambiente è stato escluso da questo lavoro ndr) si basano su campioni prelevati in luoghi non totalmente compromessi: per intenderci, il ministero non va a fare analisi sui crateri delle bombe. Possiamo aspettarci manipolazioni, visto che il controllore controlla il controllato, cioè se stesso. Teniamo poi conto del fatto che il poligono è destinato ad acquisire ancora più importanza. Sono previste anche le sperimentazioni per i ‘droni’, gli aerei senza pilota: hanno bisogno di far vedere che è tutto in regola".

Molto spesso emergono resistenze da parte della popolazione alla chiusura di siti militari o industriali, ancorché altamente inquinanti e nonostante le morti accertate, perché nel frattempo sono diventati il volano dell'economia locale. Vale anche per Quirra?
"Sì, ma ormai la gente si rende conto che prima del lavoro viene la salute perché un altro lavoro si può anche trovare, un fratello o un figlio morti no. Quindi è una situazione che sta mutando. Ma è anche un problema di numeri: le persone impiegate nella base sono poche decine, meno di cento, mentre le persone che lavorano nei dintorni che vivono dei disagi derivanti da quel tipo di inquinamento sono tante. Comincia ad esserci consapevolezza. La gente parla, non c'è più quel timore, palpabile fino a poco tempo fa. Ma c'è un'altra cosa molto importante".

Quale?
"E' emersa finalmente una palese violazione della legge. Cioè ci sono delle norme che dicono che chi inquina deve bonificare. Se si stabilisce quindi che si sta violando la legge, chi ha inquinato deve ripristinare. E in un territorio così grande e complesso, la bonifica richiede sforzi per i quali ci vogliono risorse, tempo e forza lavoro ingenti. E' quello che sostengono anche le associazioni: il problema lavoro è presto risolto, chiudere la base e avviare la bonifica. Lo Stato inquina, lo Stato ripristina. Ma questo vale in generale, anche per industrie o inceneritori oramai insostenibili da un punto di vista ambientale e della salute".

Nel suo libro lei parla di "attività illegale" nella base militare.
"Non è una metafora: chi può pagare 50mila euro l'ora per avere in affitto la base e sperimentare così le proprie armi, spesso agisce nell'illegalità. Mi spiego: se le armi all'uranio impoverito sono proibite chi ci assicura che nella base non vengano usate dato che chi fa le sperimentazioni poi deve presentare solo un'autocertificazione sul lavoro svolto. Privati, arabi, israeliani, americani e così via sperimentano qui le loro armi. Mi spiego? Chi controlla? Nessuno".

Lei dice che a nel poligono si usano armi all'uranio impoverito, ma i militari lo negano: dove sta la verità?
"I militari hanno unificato il problema dell'uranio impoverito con le nanoparticelle. Queste ultime, lo dicono gli scienziati, sono rilasciate dalle armi che utilizzano uranio impoverito o tungsteno. Fatto sta che a Quirra le nanoparticelle le hanno trovate, anche se i militari non ammettono...".

Nanoparticelle anche nel sangue degli ammalati.
"Esatto. Del resto è stato accertato che in passato quelle micidiali armi sono state usate. L'illegalità sta proprio qui: l'uso dell'uranio impoverito è vietato dalle leggi e come ho detto manca il controllo. Ma poi chi utilizza il poligono dovrebbe bonificare: altra violazione. E tutto questo non avviene perché, dicono, tra una sperimentazione e l'altra non c'è il tempo di fare una bonifica visto il calendario concentrato".

Nel suo libro, la Quirra di ieri, di oggi e di domani: nel 2032 il poligono non esisterà più. E' un auspicio?
"Se lei parla con Mariella Cao, la leader di 'Gettimao le basi', la trova arrabbiatissima, perché per lei nel 2032 ci deve essere la bonifica in corso non l'abbandono di un territorio inquinato come da me prefigurato. Io semplicemente cerco di essere realista: una bonifica di quei luoghi richiederebbe risorse tali che è plausibile pensare che nessuno si sobbarcherà mai i costi. Basta vedere quanto avvenuto in America: le aree adibite in passato ad uso militare sono adesso chiuse e vengono chiamate 'aree di sacrificio nazionale'. Aree delimitate dove ci sarà un vietato l'accesso perenne. Spero di sbagliarmi".