Il Califfato del terrore, nove domande per capire la minaccia Isis

Il Califfato del terrore, nove domande per capire la minaccia Isis
di Cristiano Sanna

"Siamo a Sud di Roma...stiamo arrivando". "Il mare si colorerà di sangue italiano". E avanti di questo passo, fra tweet minacciosi, video iper professionali di esecuzioni di massa, decapitazioni e ostaggi bruciati vivi in montaggio alternato da perfetto cinema horror. Nell'illustrazione diffusa dall'Isis su Twitter, la bandiera nera simbolo del Califfato islamico sventola su un Colosseo diroccato, fra le macerie della Capitale. Colpi mediatici di grande effetto, con l'obiettivo di diffondere la paura dalle nostre parti (i nervi sono ancora scossi per i fatti di Charlie Hebdo e Copenaghen) e rinvigorire l'orgoglio degli estremisti arruolati da al-Baghdadi. Chi fatica a stare al passo dell'Isis è l'informazione, spesso bloccata fra manipolazioni politiche (come quelle di certa stampa di destra, che rimprovera al premier Renzi di non voler attaccare militarmente i miliziani che ci minacciano dalla Libia) e la corsa ad un inutile allarmismo. Quella che segue è una conversazione che prova a smontare disinformazione e luoghi comuni su un nemico ancora tutto da capire. Ne parliamo con Maurizio Molinari autore per Rizzoli del libro Il Califfato del terrore, inviato a Gerusalemme del quotidiano La Stampa, da anni impegnato nella copertura giornalistica dei fatti di Nordafrica e Medio Oriente.

Maurizio, partiamo dal luogo comune numero uno: l'Isis (Stato islamico dell'Iraq e del Levante, o della Siria) è una creatura scappata di mano agli americani che hanno mal gestito il loro appoggio alla rivoluzione anti Assad in Siria. Vero o falso?
"Falso. Isis nasce da Al Qaeda in Iraq, sconfitta nel 2007 dal generale David Petraeus grazie all'invio di ventimila marines sostenuti dagli accordi con le tribù sunnite, le quali fornirono altre decine di migliaia di combattenti. Nel 2011 gli americani si ritirano e l'amministrazione Obama smantella fino all'ultima base militare. I governi degli Stati Uniti e dell'Iraq tentano di arrivare ad un accordo per lasciare sul terreno circa cinquemila truppe. La volontà c'è ma il negoziato fallisce. In assenza di truppe americane in Iraq, i sunniti che popolano il Nord del Paese non si sentono tutelati dal governo che a Baghdad è guidato da un premier sciita e quindi tornano a rivolgersi ai gruppi jihadisti che occupano la parte Nordoccidentale del Paese. Al Qaeda risorge con a capo Abu Bakr al Baghdadi che le cambia il nome. Questa è la genesi, ed è tutta irachena".

Nel 2011, anno in cui nasce Isis, scoppia la guerra in Siria. C'è chi sostiene che il tradimento, da parte delle potenze occidentali, degli entusiasmi della primavera araba abbia facilitato l'estendersi dell'azione del Califfato. Risentimento, insomma. Vero o falso?
"I fatti della Siria sarebbero accaduti anche senza la titubanza degli americani e dei loro alleati da quelle parti. Dunque: falso, almeno in buona parte. Quello che bisogna capire è che a scatenare questa violenza sono dinamiche interne prima di tutto all'Iraq, ai sunniti orfani di Saddam Hussein che hanno cominciato a sentirsi discriminati dal governo di al Maliki che non fa niente per coinvolgerli. Arrivando alla Siria, la brutalità di Bashar Assad contro la popolazione civile porta a far rinascere quei gruppi islamici che nel 1982 avevano sfidato il padre, Hafez, nella battaglia di Hama, da lui letteralmente spianata con l'uccisione di circa 20 mila di persone. Quei gruppi sunniti vedono in Bashar Assad un protettore degli sciiti. Una dinamica identica a quella dell'Iraq che porta alla voglia di rivalsa e alla popolarità dell'Isis. E' un conflitto secolare, tutto interno agli arabi, che non fa altro che aggiornarsi".

Interno quanto si vuole ma è un fatto che l'Isis si stia espandendo e minacci altri territori. O la loro propaganda mediatica serve solo ad uso interno?
"Il jihadista rifiuta tutti coloro che non condividono la sua ideologia, anche all'interno delle comunità arabe/musulmane. Via la modernità, via l'approccio morbido e tollerante all'Islam. Questa posizione nasce nel 1928 con i Fratelli Musulmani. Quattro anni prima il leader turco Ataturk aboliva il Califfato in quel Paese. Quello è stato il momento più alto del secolarismo imposto al mondo arabo e alla popolazione ottomana. Fino alla reazione egiziana, e alla fondazione dei Fratelli Musulmani. Isis è un aggiornamento e una estremizzazione del loro pensiero. Non dobbiamo dimenticare che Al Qaeda non fu creata da Osama Bin Laden, il quale ottimizzò una creatura dell'egiziano Ayman Al Zawahiri dopo la sottoscrizione, nel 1998, del manifesto comune tra i jihadisti arabi e gli estremisti egiziani. Questo breve excursus storico serve a spiegare bene quali sentimenti si agitino a motivare gli esponenti dello Stato Islamico oggi, il quale fa dell'espansione uno dei suoi punti fermi".

Dunque si tratta prima di tutto di una guerra interna all'Islam?
"Vero, è una guerra contro l'Occidente inteso come insieme di valori impuri e detestabili, e contro quegli arabi che se ne lasciano affascinare, praticando una fede musulmana ritenuta inquinata. Costoro sono peggio degli infedeli agli occhi degli integralisti".

Altro luogo comune: l'Isis dilaga in Libia soprattutto per colpa dei francesi, primi ad andare ad attaccare militarmente Gheddafi, contribuendo in modo determinante alla sua caduta e a lasciare poi il Paese nel caos. Vero o falso?
"Nel 1994 feci per "Panorama" una lunga intervista a Gheddafi, sotto la tenda, a Sirte. Mi disse, tra l'altro, che lui era l'argine contro la jihad e che se fosse caduto l'estremismo armato islamico sarebbe arrivato in Europa. Mi indicò Bengasi come epicentro di quei movimenti, tutto questo già quattro anni prima del patto fra Jihad islamica egiziana e Al Qaeda in Afghanistan. Quelle tensioni esistevano anche nell'Egitto di Mubarak. Caduti quegli argini, lo scontento contro quei leader dispotici amici dell'Occidente si esprime come alternativa che parte dall'ideologia religiosa. Dunque sì, nel caso della Libia i francesi hanno pesanti responsabilità di quanto accade ora. Ma è solo una parte della spiegazione. Guardiamo all'operato delle amministrazioni americane: per anni riscontri oggettivi facevano pensare ad un riemergere del desiderio di democrazia, laicismo, più equità in termini di diritti umani nei Paesi del Nordafrica come pure in Iraq ed Egitto. E gli Usa ci hanno creduto. Ma i movimenti interni a quegli Stati hanno visto prevalere l'estremismo".

C'è chi dice che non c'è vera volontà di combattere l'Isis perché i capitali che lo foraggiano sono gli stessi (in primis, denaro saudita) che fanno comodo agli americani. E' corretto?
"Nel mio libro spiego da dove arrivi il denaro che tiene in vita il Califfato. Lo investono privati, non Stati e viene raccolto prevalentemente in Qatar, Kuwait e Arabia Saudita attraverso le banche turche. Da questo punto di vista gli americani e i loro affari con i sauditi sono ininfluenti. L'Isis controlla importanti porzioni di territorio contigue a quelle dei Paesi da cui arriva il denaro, e nel momento in cui si proclama Stato sta usando i propri denari. Hanno un budget in attivo di 250 milioni di dollari l'anno perché vendono greggio, vendono antichità trafugate da importanti siti archeologici, impongono dazi e tariffe sugli scambi interni. Insomma, sono indipendenti".

I video con le decapitazioni degli occidentali, gli attacchi a Parigi e in Danimarca, le minacce all'Italia: sottovalutati o sopravvalutati?
"Tutte le cose che hai elencato si chiamano tecnicamente sideshow. Noi occidentali siamo il pretesto per dimostrare la forza, la determinazione, la capacità di ferire e uccidere il nemico infedele. Servono per accendere gli animi e arruolare gente. E' l'ennesima prova di forza all'interno dell'Islam, da parte di chi odia leader come il re di Giordania o il leader egiziano al Sisi, campioni di un approccio filo occidentale. Una guerra fra arabi destinata ad essere sempre più crudele, e ogni esecuzione di un occidentale vale come monito per tutti gli arabi poco infedeli all'approccio jihadista. L'obiettivo è estendersi costantemente fino a comprendere l'intero mondo musulmano, dal Marocco all'Indonesia".

Lo shock mediatico di video con esecuzioni riprese con tecniche cinematografiche significa che avevamo un concetto di arretratezza, circa il mondo arabo, che non è reale.
"Certo che no. Sanno usare alla perfezione le nuove tecnologie, il modo di usarle per moltiplicare l'effetto di atti barbarici serve a impressionare e motivare. Chi aderisce alla guerra santa in Europa è un plurilaureato, parla diverse lingue, gestisce alla perfezione tecnologia e software. Parlo di medici, ingegneri, avvocati, programmatori, hacker, videomaker. Non sono disperati, come i guerriglieri palestinesi. E quei video che ci fanno inorridire molto probabilmente sono stati realizzati in Turchia, o in Europa o ancora nei Paesi del Golfo".

Le minacce prendono di mira l'Italia. Come si risponde in maniera efficace alla violenza dell'Isis? Bastano i raid dall'alto e le truppe di terra?
"La vera risposta può venire solo dall'interno delle società arabe, ed è una risposta culturale. Non è un caso che il re giordano e il presidente egiziano vogliano organizzare una grande conferenza al Cairo in cui tornino a parlare i grandi maestri della teologia musulmana, gli ulema. Altrimenti le moschee continueranno a riempirsi di imam che predicano un Islam distorto, come Hitler predicando il nazismo convinceva il popolo che avesse a che fare con l'identità tedesca. Quindi: le operazioni militari mirate e quelle di intelligence hanno un valore, ma la battaglia la si vince solo innescando l'intervento dei grandi saggi dell'Islam, i primi ad essere minacciati dagli estremisti dell'Isis".