"Faida": amore, sangue e trasformazioni sociali nella Sardegna degli anni Cinquanta

'Faida': amore, sangue e trasformazioni sociali nella Sardegna degli anni Cinquanta
di Andrea Curreli

La Sardegna dei primi anni Cinquanta è un teatro nel quale si incontrano due mondi molto distanti accomunati soltanto dalla forte voglia di lasciarsi alle spalle gli stenti della Seconda guerra mondiale. Il mondo arcaico va avanti con le sue regole millenarie e la vita viene scandita da ritmi legati e imposti dall'economia del mondo agro-pastorale. I soggetti di questa società sono contadini e pastori, ma anche signorotti e servi, tutti rigidamente inseriti in un preciso contesto dal quale non possono muoversi. Monti e paesetti del Marghine sono la cornice naturale di questa realtà. Scendendo verso il meridione dell’Isola si apre un altro mondo, quello operaio, della fonderia di San Gavino Monreale. Gli uomini guadagnano buoni salari anche se la vita non può essere considerata meno dura rispetto ai loro conterranei. Il ponte tra queste due realtà s’incarna in Franziscu o Francesco, un giovane servo pastore di Bolotona proiettato da un incontro fortuito nella realtà industriale della fonderia. Franziscu è anche il personaggio tragico di Faida (Aipsa edizioni, 2011), secondo romanzo della scrittrice e pedagogista Giorgia Spano. Il romanzo si sviluppa attraverso un lungo preambolo caratterizzato dalla descrizione di un ambiente duro ma armonioso dove sogni infantili fanno germogliare platonici amori giovanili. Il clima muta dopo un centinaio di pagine e l’amore romantico lascia gradualmente il posto alla tragedia nel classico bagno di sangue, linfa vitale per la faida.

Spano, perché ha deciso di ambientare la sua storia negli anni Cinquanta?
"Sentivo la necessità di riscoprire le tradizioni, gli usi e i costumi della realtà nella quale sono nata, San Gavino. E’ un grande paese che grazie alla fonderia si è modernizzato presto rispetto a molte realtà della Sardegna, ma ha dovuto pagare un prezzo per questo. Ha perso quelle tradizioni che invece permangono a Bolotona, dove si parla ancora il dialetto e si cucina per omaggiare i propri cari per la ricorrenza del 2 novembre, il giorno dei morti. La realtà di Bolotona l’ho ricostruita grazie alle storie che mi ha raccontato una persona che ho conosciuto tempo fa, mentre la realtà della fonderia invece l'ho conosciuta attraverso mio nonno Bruno che compare nel libro grazie all'omonimo personaggio. Infine per quanto riguarda le notizie relative alle faide in generale, è stato illuminante leggere Il muto di Gallura di Enrico Costa seppure lontane nel tempo e nell’ambientazione, considerato che Faida è ambientato tra Marghine, Medio Campidano e Cagliari.".

Nel suo libro emergono due realtà della Sardegna: una agricola e pastorale e un’altra industriale.
"Non volevo mettere in contrasto due realtà diverse, ma semplicemente trasmettere la mia nostalgia per qualcosa che di fatto non ho mai vissuto. Tutta la narrazione ricalca questa differenza tra la Sardegna agropastorale e quella industriale, ma non era mia intenzione privilegiare l’una rispetto all’altra. Se consideriamo l’aspetto sociologico e antropologico è evidente che la modernità ha avuto un prezzo: mettere da parte usi, costumi e tradizioni locali. La fonderia a San Gavino ha portato nuovi stili di vita oltre che buoni guadagni. Questo benessere, decisamente superiore all’altra realtà descritta nel libro, inevitabilmente ha portato all’abbandono della lingua sarda a favore dell’italiano. L’italiano veniva utilizzato per rendere efficiente la produzione della fonderia e gli uomini hanno iniziato a parlare sempre meno il sardo. Così l’italiano è entrato nelle case e ha sostituito la lingua originaria".

Italiano e sardo si alternano anche nella scrittura del suo libro.
"Mi piace il suono della lingua sarda. Alcune espressioni linguistiche anche se tradotte in maniera letteraria, in italiano non rendono bene e perdono incisività. La riscoperta della tradizione passa anche attraverso la lingua. Perché il sardo è una lingua".

Nel mondo tradizionale che lei descrive c’è un modo di regolare i contenziosi che va oltre la legge favorendo la giustizia privata. La faida è l’esempio.
"Io sono nata nel 1971 e sono cresciuta in una realtà sociale completamente differente da quella descritta nel libro. Per questo per me risultava incomprensibile la faida. Non riuscivo a capire il perpetuarsi di tutta questa rabbia e di questa violenza. Poi, attraverso una accurata ricerca personale, ascoltando i racconti delle persone che hanno convissuto con le faide e dopo aver contestualizzato i fatti all’interno di un preciso momento storico ho compreso che tanta violenza non era gratuita, ma dettata spesso dalla lotta per un pezzo di terra. Oggi può apparire una motivazione assurda ma allora il pezzo di terra era la fonte di sussistenza principale e spesso unica di una o più famiglie".

Però lo spargimento di sangue resta tale.
"La violenza non andrebbe mai giustificata, ma le motivazioni che allora portavano al sangue erano più nobili rispetto a oggi. Per questo a ridosso del 2012 con un’economia slegata dalla terra non possiamo comprendere una realtà e una società molto più povera. La faida poi rappresentava un tunnel dal quale era difficile uscire perché c’era sempre il fratello, il figlio o il cugino dell’uomo ucciso che reclamava vendetta. Si ereditava non solo il nome, ma anche le colpe".

Quindi il comportamento individuale si inseriva in un contesto sociale che lo riconosceva e lo accettava.
"La società lo accettava perché, in un popolo che ha subito tante dominazioni, il senso di giustizia spesso differisce dalla legge. L'identità del popolo sardo si è rafforzata mantenendo un forte legame con i propri principi o valori e contrastando una giustizia che veniva considerata tale. Non era raro fino agli anni Cinquanta che la popolazione si ribellasse alla legge e appoggiasse più o meno apertamente il latitante che combatteva per il suo onore".