Café Noir, Daniele Biacchessi: "Si può chiedere giustizia anche dal palco di un teatro"

Café Noir, Daniele Biacchessi: 'Si può chiedere giustizia anche dal palco di un teatro'
di Paolo Salvatore Orrù

"Si può chiedere giustizia anche sopra un palco di un teatro: un microfono, un sassofono, un pianoforte, le immagini in movimento, i documenti sonori d'archivio. Si può chiedere giustizia sopra una pedana nella sala d'aspetto di seconda classe della stazione di Bologna e davanti al Museo di Sant'Anna di Stazzema. Perché i luoghi contano, perché nulla vada mai dimenticato”. Così c’è scritto nell’home page del sito di Daniele Biacchessi, giornalista, scrittore, autore, regista e interprete di teatro civile. Uno incipit che da solo racconta l’uomo e, soprattutto, il cronista che, sin dagli esordi, ai tempi di Radio popolare, ha deciso di raccontate sempre tutto, senza sotterfugi e senza paura. Mettendo davanti a qualunque cosa la notizia, quella vera, quella che fa male alle persone oneste e toglie il sonno ai poteri forti, a certi protagonisti della politica, ai banditi di tutte le mafie. Per lui, che ha trascorso una vita dietro ai microfoni di tante radio non è stato faticoso accarezzare, graffiare, raccontare, a chi ha voglia di sentire e di capire, i contenuti ( le denunce) dei suoi libri di inchiesta. Ed è proprio nei panni del reporter - attore antifascista che narra “il Paese della vergogna” che Biacchessi presenterà, accompagnato dal gruppo sardo Cantinacustica, al pubblico del festival letterario di Cagliari, Café Noir (piazza San Sepolcro, alle 22.00 del 18 settembre), il suo incisivo e drammatico Daniele Biacchessi in reading "Teatro Civile, nei luoghi della narrazione e dell'inchiesta".

Prima giornalista e scrittore, poi cantastorie, Biacchessi cosa racconta nei suoi spettacoli?
“Racconto storie di donne e di uomini. Lo faccio pensando ai personaggi che ho coinvolto nel mio libro Teatro Civile: Marco Paolini, Paolo Rossi, Ascanio Celestini, Marco Baliani, Giulio Cavalli, Renato Sarti ... Non racconto solo uomini, ma anche le storie irrisolte, i drammi che hanno sconvolto la vita di tanti: la tragedia del Vajont, i drammi del Petrolchimico di Marghera e dell’Ilva di Taranto, lo scempio delle discariche abusive e dei disastri ecologici ... spiego i perché delle vecchie e nuove guerre “italiane”.  Fino alle pagine più oscure della nostra storia: le stragi di Piazza Fontana a Milano e alla stazione di Bologna, la morte dell’anarchico Pinelli, il caso Moro, Ustica, Moby Prince, Linate, gli omicidi di mafia e le cosche al Nord”.

Biacchessi lei è un giornalista, uno scrittore o un attore?
“Sul palco mi interessa la narrazione. Racconto quella parte di storia spesso dimenticata che solo pochi giornalisti e pochi storici hanno avuto il coraggio civile di affrontare. Racconto storie emblematiche, in particolare le storie dei giornalisti d’inchiesta uccisi dalle mafie. Nel mio libro, Teatro Civile, racconto le storie di oltre 40 cronisti assassinati in Sicilia, Calabria, Puglia e Campania”.

Giornalisti che hanno fatto a storia del giornalismo …
“Una delle storie più emblematiche è quella di Peppino Impastato, la sua vicenda ha avuto una vasta eco, anche perché sulla sua vita il regista Marco Tullio Giordana ha girato un film (I cento passi), ma solo pochissimi sanno che ci sono voluti 22 anni per giungere a una sentenza che alla fine dei conti ha detto quello che tutti ormai sapevano. E cioè che Peppino è stato ucciso perché aveva svelato che le gare d’appalto per l’ampliamento dell’aeroporto di Palermo, Punta Raisi, erano state truccate per avvantaggiare, con l’aiuto delle forze dell’ordine e delle istituzioni, le famiglie mafiose più in vista della Sicilia. Per mettere fine alle sue inchieste Cosa Nostra lo fece uccidere dal personaggio che gli era più vicino, suo zio: Gaetano Badalamenti ”.

Anche fare il cantastorie può essere pericoloso, qual è il tuo obiettivo?
“Io lavoro sul concetto della memoria ritrovata. Se un popolo non riesce a capire il suo passato non riesce a capire i cambiamenti. Nemmeno che cosa sta accadendo in questi giorni, in queste ore, in questo momento. Il nostro non è un Paese normale, altrimenti non sarebbe costretto ad assegnare a personaggi come Marco Paolini (o come me) il compito di raccontare la parte meno facile e meno condivisa della storia di questo Paese. Fare memoria vuol dire anche tentare di non far dimenticare: il primo pezzo che reciterò a Cagliari sarà un pezzo sulla Resistenza che ho scritto (lo volevo scrivere da tanti anni) dopo aver letto tutti libri (anche revisionisti) pubblicati dal 1946 ad oggi sulla lotta partigiana per la liberazione”.

Biacchessi, lei vuol raccontarci storie che i mass media non  vogliono più raccontare. Non è meglio fare zapping e cambiare canale una volta per tutte?
“Non c’è bisogno di fare chissà quali analisi politiche per capire dove sta andando il mondo: non solo in Italia, ma anche in Europa, stiamo assistendo all’avanzata delle destre più oltranziste. Per esempio, in Ungheria c’è un partito che si ispira apertamente al nazismo. In Italia ci sono seicentomila individui che fanno più o meno capo a organizzazioni razziste e ultranazionaliste della destra extraparlamentare. Quest’involuzione non si può capire se non si analizza il passato. Queste cose accadono per colpa di molti storici e molti giornalisti. E di quei politici che, di fronte alle tante pagine oscure di questo Paese, avevano il compito, attraverso le commissioni parlamentari di inchiesta, di dirci che cosa era accaduto. Non solo non è stata fatta chiarezza ma, è attualità, su una vicenda chiara e drammatica come la storia di Ustica, un esponente del governo, Carlo Giovanardi, ha asserito che non ci sono verità nascoste. E ancora, sulla strage di Bologna, a tutto oggi, si continua ad evocare una fantomatica pista palestinese, quando una quantità enorme di atti e sentenze passate in giudicato hanno stabilito in modo chiaro e non equivoco chi sono i veri esecutori della strage”.

Biacchessi, fascismo, nazismo, tutte cose seppellite dalla storia. Non è meglio dimenticare?
“Dimenticare mai. Per questo ho deciso di trasferire in teatro ciò che ho conosciuto, letto e anche trovato in termini di testimonianza. Perché penso che alla fine dei conti, soprattutto per le nuove generazioni, ma non solo, il teatro come l’arte in generale, può dare la possibilità di far nascere una nuova coscienza, un nuovo impegno civile nel nostro Paese. Il mio libro Teatro Civile è un manifesto, il primo manifesto di ciò che devono fare i nuovi cantastorie. E cioè di andare sul palco, di prendere una cinepresa, oppure la chitarra elettrica, e attraverso la propria arte cercare di cambiare non lo stato delle cose o di convincere qualcuno, semplicemente di fare memoria. Dimostrare, quindi, che ancora oggi c’è l’interesse per questi frammenti di storia. Lo spazio esiste, basta ricordare che quando Paolini ha raccontato in tivù la storia della tragedia del Vajont due milioni e mezzo di italiani sono rimasti incollati al video per quasi due ore. Questo dimostra lo straordinario interesse che gli italiani hanno per questa forma d’arte e per la verità”.