Bonini: "Vallanzasca? Ieri bandito e guascone, oggi un uomo inoffensivo"

Bonini: 'Vallanzasca? Ieri bandito e guascone, oggi un uomo inoffensivo'
di Andrea Curreli

Anarchico e guascone, bandito e assassino, ma anche egocentrico e amante della provocazione. Renato Vallanzasca è stato tutto questo ai tempi in cui guidava la banda della Comasina, quando veniva chiamato il "bel Renè" e vantava un poco edificante curriculum criminale fatto di furti, rapine, omicidi e sequestri. Dopo aver trascorso in carcere 38 anni di vita su 59, secondo il giornalista de La Repubblica Carlo Bonini,  "Vallanzasca è ormai un uomo inoffensivo". Bonini con il celebre bandito degli anni Settanta ha scritto il libro Il fiore del male (Marco Tropea Editore, 2009). Pubblicato per la prima volta nel 1999, il libro è stato rivisto dai due autori e ha ispirato l'omonimo film di Michele Placido con Kim Rossi Stuart nei panni del "bel René".

Bonini, prima ancora di iniziare a leggere il libro mi sono domandato: perché un bandito che non ha mai chiesto scusa per quello che ha fatto, vuole lasciare ai posteri una traccia delle sue gesta criminali?
"Bisognerebbe chiederlo a lui, io posso ipotizzare che Vallanzasca come ogni uomo arrivato a un punto della sua vita, che poi è la vita di un ergastolano e di un uomo che non potrà recuperare mai più la propria libertà, abbia deciso di raccontarsi. Questo è anche un modo per liberarsi di quella camicia di forza in parte materiale, ma anche immaginifica e immaginaria che ha circondato la storia di quest’uomo la cui attività e le cui gesta criminali hanno coperto un lasso di tempo abbastanza breve. E’ un uomo che è entrato in carcere giovanissimo e per questo era già vecchio quando aveva solo trent’anni. In sintesi la molla che lo ha spinto è stata che raccontandosi per la prima volta sarebbe stato un modo per consegnare agli archivi della storia del nostro Paese quello che potremmo definire il suo mito. Che poi è sempre stato per lui, che è un egocentrico, da un lato un motivo di vanto ma dall’altro anche la sua disgrazia".

Cosa intende dire?
"Conoscendo la storia giudiziaria del nostro Paese affermo che ci sono detenuti, che si sono macchiati di reati altrettanto gravi e in alcuni casi anche più efferati di Vallanzasca, che sono liberi da molto tempo. Questo è accaduto perché intorno a queste persone non si era creato questo alone di mito che alla fine ha fatto si che Vallanzasca incarnasse l’immagine del bandito per eccellenza".

Vallanzasca poteva scegliere di non fare il bandito invece scelse il crimine. Arriva anche a scrivere: "C’è chi nasce per diventare Madre Teresa di Calcutta. Io sono nato ladro". E' una provocazione mettere sullo stesso piano chi ha passato la vita ad aiutare la povera gente e chi ad arricchire le proprie tasche?
"Sì, è una provocazione. Lui è un uomo che ama la dichiarazione ad effetto e ha una straordinaria considerazione di se stesso, con un ego molto pronunciato. Questa frase si spiega agevolmente così".

Ma veramente è convinto che fare il criminale o lì’impiegato di banca fosse più o meno la stessa cosa?
"Lui si considera fuori dalla storia e dice che non potrebbe mai tornare a fare il bandito perché non si riconosce più nel tempo in cui viviamo. Si riconosceva ed è cresciuto con un’idea romantica del criminale in cui il ladro era ladro, ma aveva una sorta di codice etico o d’onore. Rileggendo quello che ha combinato in vita sua con i lutti che ha provocato, lui ritiene di non essere mai venuto meno a quel codice d’onore. Nella sua concezione il mestiere di ladro non è diverso da quello del poliziotto o dell’impiegato di banca. E’ un’idea di normalità nell’eccezione".

Vallanzasca ha sempre rifiutato di cucirsi addosso una ipotetica missione politica da attuare attraverso rapine e omicidi, in che modo il contesto politico-sociale degli anni Settanta ha influito su di lui?
"Il contesto influisce nel rafforzare in questo ragazzo allora molto giovane l’idea che ci fosse un tratto politico nel suo essere bandito. Per quello che racconta del mondo, Vallanzasca è sostanzialmente un anarchico. Quindi la cornice di quegli anni lo convince che ci possa essere anche una valenza politica in quello che fa. Questo contribuisce a creare intorno a lui e alla sua batteria la costruzione del mito secondo il quale un nuovo Robin Hood viveva nelle periferie milanesi. Lui infatti rivendica il fatto che lui e la sua batteria fossero in qualche modo sostenuti dal tessuto sociale in cui erano nati. Nel momento in cui lui afferma di aver sempre preso ai ricchi e di non aver mai rubato a un povero si pone perfettamente in quello sfondo di anni Settanta con il suo modo d’essere e pensare la società. Nella sua testa si è anche convinto di fare della redistribuzione sociale".

Tutto il libro, nonostante l’intelligenza e il coraggio dimostrati da Vallanzasca, mette in evidenza un atteggiamento infantile del bandito riassumibile in un semplice pensiero: lo voglio, lo rubo. E’ stato così?
"Questo fa parte della psicologia e del carattere della persona. Definirei Vallanzasca un guascone. Era molto impulsivo e lo è ancora oggi che è ormai un vecchio signore. Un uomo con un ego molto forte con un tratto guascone nel bene e nel male perché non si deve dimenticare che si è sempre assunto le sue responsabilità e forse anche responsabilità non sue".

Come ha fatto Carlo Bonini a instaurare un rapporto di fiducia con Vallanzasca che definisce il giornalisti “pennivendoli”?
"Come spesso accade in questo mestiere si creano delle condizioni che sono irripetibili. Ho scritto il libro dieci anni fa quando lavoravo al Corriere della Sera e in quel periodo c'era l'ennesima emergenza criminalità a Milano e mi chiesero di raccogliere interviste di vecchi banditi. Lo incontrai in un'aula durante un'udienza, gli spiegai perché ero lì e lui mi prese bonariamente in giro invitandomi a scrivergli in carcere. Alla seconda o terza lettera capii che lui voleva fare molto di più di un'intervista gli proposi di fare il libro e lui accettò. Ha contato molto anche l'aspetto generazionale. Avendo molti anni meno di lui e non avendo vissuto il suo tempo ritenva che io non avessi i pregiudizi dei suoi coetanei. Lui ha sempre ritenuto che nei suoi confronti ci fosse sempre un eccesso di pregiudizio o di adulazione".

Prima il libro, poi il film con Kim Rossi Stuart. Non si corre il rischio di mitizzare ciò che forse andrebbe solo consegnato alla storia?
"Questo è un rischio significativo e particolarmente forte in un Paese come il nostro. In Italia c'è la tendenza a edificare il mito ma, con la stessa facilità, questo mito viene distrutto. Immagino che le persone siano molto più intelligenti di quanto uno pensi e siano in grado di discernere. Così come il libro non voleva essere un santino di Renato Vallanzasca, non credo che il film sia un inno alla violenza. Come tutte le vicende che raccontano il male, c'è un elemento di fascinazione. Ma questo è oggettivo a prescindere da chi lo racconta e da chi è il protagonista".

Chi è oggi Vallanzasca?
"E' un uomo invecchiato, ma gli è rimasto il lampo negli occhi. Come tutte le persone intelligenti è consapevole di quello che ha fatto e di quello che lo attende. Ha il fisico e lo sguardo sul mondo di un uomo invecchiato in un carcere. E' un uomo inoffensivo. Il Vallanzasca di 15 anni fa che minacciava clamorose evasioni non esiste più".