"Berlino sono io": Claudio abbandona la precarietà ma è costretto a fuggire dal "posto fisso"

'Berlino sono io': Claudio abbandona la precarietà ma è costretto a fuggire dal 'posto fisso'
di Andrea Curreli

Nel 2005 aveva raccontato in modo tanto leggero quanto efficace i dubbi di quei giovani per i quali il termine lavoro coincide sempre e inesorabilmente con precariato. Alessandro Rimassa l’aveva ribattezzata "Generazione mille euro", un termine quanto mai efficace per descrivere un mondo fatto di tanto lavoro, capi sfruttatori, liti con i compagni di disavventura e nessuna certezza. Il romanzo incentrato sulla figura di Claudio, ventisettenne tanto ingenuo quanto bravo, è stato caso editoriale e nel 2009 è diventato anche un film, Generazione mille euro, con Alessandro Tiberi e Carolina Crescentini. Sono passati cinque anni e Rimassa è tornato a parlare di Claudio e della conquista del tanto agognato posto fisso. Un traguardo che non ha risolto i problemi del giovane spingendolo alla fuga da Milano verso Berlino. Il romanzo s’intitola Berlino sono io (Sonzogno editore, 2010). Abbiamo parlato con il giornalista, scrittore e autore televisivo dell’evoluzione del suo personaggio e di come è mutato il rapporto tra i giovani e il mondo del lavoro.

Rimassa, Claudio a 32 anni è uscito dal branco degli eterni precari di Generazione mille euro.
"Generazione mille euro risale al 2005 e Claudio aveva 27 anni e si trovava come tanti suoi coetanei in una situazione di precariato, oggi ho provato a regalargli tutte le stabilità della vita e quindi non solo il posto fisso con un buon stipendio, ma anche la casa di proprietà, la fidanzata borghese con cui è pronto a sposarsi. Sono tutte quelle cose che i nostri padri e prima di loro i nostri nonni ritenevano e ritengono ancora oggi che siano le cose da inseguire nella vita. A Claudio le ho date tutte in un colpo solo, ma queste alla fine gli sono divenute strette. Spesso i trentenni inseguono delle cose che non sono più quelle che desiderano realmente ma quelle che il conformismo italiano e la nostra società ci impongono".

Nonostante il raggiungimento di queste stabilità, emerge in Claudio un lato oscuro fatto di divertimento assoluto e cocaina.
"E’ così. A dispetto del titolo del mio libro sullo sfondo della vita di Claudio c’è Milano, una città che ti schiaccia. Usando una metafora mi immagino Claudio all’interno di un’auto con una pressa che piano piano lo schiaccia. La macchina è sempre più piccola e lui ha sempre meno aria per respirare. La cocaina diventa quindi un modo per evadere dal quel conformismo che non gli appartiene e da quelle difficoltà che ha con l’ansia e gli attacchi di panico. Cerca la strada più facile ma è una via che lo spinge sempre più giù".

Perché ha scelto Berlino come luogo di fuga da questa vita?
"Io viaggio molto perché ritengo che sia bellissimo incontrare culture, persone e modi di vivere diversi. Sono stato a Berlino la prima volta nel 1993 e ci sono tornato un paio di anni fa e ho respirato un’aria nuova. Berlino è come Roma o Milano o come Londra, Parigi e Amsterdam ma è immensa, modernissima e assolutamente rilassata. A Berlino non c’è mai traffico, si va in giro in bicicletta o con i mezzi pubblici, nessuno uscendo dalla metropolitana ti urta o ti viene addosso e magari aspetta che tu scenda prima di salire. C’è un grande rispetto tra le persone nonostante sia una capitale e sia un centro economico europeo. Ho trovato tutto ciò molto affascinante perché non pensavo che potesse esistere una città così importante, grande, moderna ma anche così rispettosa del lato umano delle persone. Per questo ho individuato in Berlino la città ideale per la via di fuga di Claudio e in generale di tutti quelli che hanno bisogno di respirare. In Italia, soprattutto in questo periodo respiriamo troppo poco siamo troppo presi dalle cose e prigionieri del continuo incedere. A Berlino si possono fare le stesse cose ma al tempo stesso riempire i nostri polmoni".

A Claudio metti in bocca una frase emblematica del malessere giovanile: “E’ gerontocratico il nostro Stivale”. L’Italia è un Paese di vecchi che non vogliono lasciare i loro posti nella società?
"I giovani non sono una categoria da proteggere. Purtroppo si cerca di risolvere i problemi delle nuove generazioni come se queste fossero delle categorie da proteggere e questo è forse il più grande fallimento di tutti i governi italiani degli ultimi 15-20 anni. Non bisogna dare un contentino ai giovani perché i giovani non sono il futuro ma il presente. Purtroppo in Italia c’è pochissima coesione generazionale e pochissimo conflitto perché i giovani dipendono troppo dai genitori e dalle famiglie. C’è poi un certo lassismo e poca voglia di mettersi insieme e combattere. E poi non bisogna dimenticare che in Italia ci sono pochi giovani. I vecchi, perdonami il termine, sono molti di più. In sintesi non ci troviamo davanti a un problema del Paese ma a una questione giovanile".

Come si esce da questa situazione?
"Con un vero ricambio generazionale. Quando ci saranno dei quarantenni disposti a prendere il potere per poi lasciarlo e non per tenerlo, allora forse si inizieranno a risolvere i problemi. Perché serva una velocità e una dinamicità che sono differenti. Il dinamismo non è una peculiarità dei giovani, ma non mi sembra che fino ad oggi ci sia stato in Italia da parte dei vecchi. Per questo si è venuta a creare la questione giovanile. Io trovo disgustoso questo termine e non sopporto frasi come: ‘aiutiamo i giovani’. Noi dobbiamo aiutare il nostro Paese e i giovani sono il suo presente".

Ultima domanda: cosa è rimasto della generazione mille euro?
"La generazione mille euro non esiste quasi più perché dovremmo quantificarla in generazione 800-900 euro. Siamo andati al ribasso. Il problema è lo stesso dei giovani perché anche nel mercato del lavoro non è stato affrontato il problema. La contrattazione sociale in Italia è in mano ai sindacati, che rappresentano più pensionati che lavoratori, e a un governo che è fatto di persone che sono fuori dalle dinamiche lavorative. Se si crede che il futuro sia la flessibilità, ed è così in tutto il mondo, allora bisogna crearla anche in Italia. Ma flessibilità non significa precarietà, ma tutele per i lavoratori che non hanno contratti a tempo indeterminato e ammortizzatori sociali. Vuole dire soprattutto liberare il lavoro ovvero dare alle nuove generazioni, che non hanno il posto fisso,  togliendo qualcosa alle vecchie. Finché non si toglie, non si potrà mai dare. Non sono un economista e quindi non so dire cosa togliere ma per logica questa è la strada da seguire".

Ai giovani manca la stabilità?
"Il problema non è la stabilità del posto di lavoro, ma la continuità. I giovani devono poter investire, devono poter produrre e spendere, devono creare delle forme di aggregazione sociale. Se ciò non accade non viene ucciso il singolo, ma l’intero Paese. Se la nostra principale preoccupazione è quella di dover cercare costantemente un nuovo posto di lavoro per guadagnare qualche euro in più vuol dire che c’è una decadenza socioculturale che può diventare enorme".