Ricky Tognazzi: "Io, papà e una grande amicizia". "Quando cucino talvolta consulto le sue ricette"

Intervista con l'attore che racconta il padre, Ugo Tognazzi, a 100 anni dalla sua nascita

Ricky racconta Ugo e la sua voglia matta di vivere, questo è anche il titolo dell’ultimo intenso documentario-omaggio da lui diretto. Una lettera ricca di emozioni, momenti, divertente e da assaporare, realizzato per i 100 anni dalla nascita, in cui esplorare nuovamente una vita unica, scandita da 150 film, 6 da regista, e le tante passioni.

Lo incontriamo alla V edizione del Saturnia Film Festival, un piccolo gioiello in evoluzione ed itinerante, voluto dalla sua presidente, Antonella Santarelli, e dal Direttore Artistico, il regista-sceneggiatore Alessandro Grande, lo scenario suggestivo, in cui riannodare memorie e pensieri, ricordi e curiosità. Da un lato il figlio (primogenito), dall’altro il padre, il maestro, l’amico, così come lo ha scritto nella dedica d’apertura di Ultrà, il primo successo internazionale di Ricky Tognazzi dietro la macchina da presa, che nel 1991 vinse il premio ex aequo di miglior regia alla Berlinale.

«Porgere lo sguardo verso una persona è un modo per approfondire il rapporto, l’identità dell’altro», racconta. la voglia matta di vivere la dice lunga sul personaggio, uno che ha vissuto i suoi 68 anni con grande intensità, tra cinema, il teatro, al rivista, la televisioni, le sue passioni, la cucina, l’arte contemporanea, il rapporto anche come figlio, lo sguardo intimo direi, e professionale. Sono diventato suo coetaneo, lo chiamo Ugo, è un gesto di vicinanza. Con lui è stata una grande amicizia. Riguardo a Ultrà: speravo di farglielo vedere, non ho fatto in tempo. Mi chiamò qualche giorno prima, purtroppo non è stato possibile. Per questo in testa al film ho scritto quella dedica».

Cosa avrebbe detto di lei regista? «Sarebbe rimasto soddisfatto, dice. «Ultrà, ad esempio, è un film potente, moderno, perlomeno per quegli anni, e papà adorava la modernità. È un film con un linguaggio contemporaneo, avrebbe apprezzato la schiettezza, la veridicità, la naturalezza, come La scorta. Era contento del mio lavoro da regista, che non facessi l’attore, aveva paura di questo mestiere. Fu lui ad invogliarmi ad occuparmi di altro». Così, parlando “d’altro”, Ricky Tognazzi è stato però capace di intercettare le storie, diventando, uno degli autori (tra film e tv) che più hanno saputo approfondire innescando riflessione, confronto, voglia di riprendere in mano la Storia. Al di là di Ultrà, La scorta, o l’ottimo debutto, Piccoli equivoci, basta scorrere la sua cinematografia per capirne lo spirito e la cura: da Vite strozzate a Canone inverno, parlando in rassegna il caso di Enzo Tortora, le figure di Pietro Mennea, del Papa buono o di Boris Giuliano. Spesso, supportato in sceneggiatura e nell’elaborazione dei soggetti, dalla moglie, Simona Izzo, con la quale condivide ideali, desideri, progetti, sguardi, orizzonti creativi. «Stiamo scrivendo una miniserie per Mediaset, protagonista Sabrina Ferilli. Sarebbe la terza insieme, e con lei, dopo L’amore strappato e Svegliati amore mio. Lavorare con Sabrina è sempre fonte di emozione e grande divertimento», svela.  

Ma a tener banco è sempre il padre, a cui ognuno di noi ripensa, se collega dei propri vissuti personali. «La bellezza di assaporare un film con altri, a sognare tutti insieme, è l’esperienza che non è mai decontestualizzata dalla vita. I film di mio padre sono per me non sono solo quei bellissimi lavori che ha fatto, rappresentano un momento storico di quando magari andavo, bambino, a trovarlo sul set, o interpretavo suo figlio. Tutto si mischia: il confine tra fantasia e realtà, tra vita vera, inventata e privata» 

L’ultima battuta è sulla cucina, una passione-ossessione, di cui si è detto e svelato quasi ogni sfumatura. Ugo Tognazzi e la sue cene dei dodici apostoli, quelle con Monicelli e Villaggio, con le “ardite” invenzioni culinarie. «Vado a consultare i suoi libri, a memoria non mi fido, conclude. «Ricordo che mi svegliavo al mattino tardi, aveva già letto i giornali, mi raccontava cosa sarebbe successo quel giorno, alla sera, gli ospiti, e nel frattempo gli passavo la cipolla, lo sentivo ordinare di andare a prendere le melanzane nell’orto. Vivevo la sua vita anche attraverso le ricette».