Romantico e malinconico, Pierfrancesco Favino si svela in un' intervista inedita

Romantico e malinconico, per certi versi inaspettato, ma proprio per questo affascinante da scoprire ogni volta.

Pierfrancesco Favino è il fuoriclasse di sempre, capace di intercettare il cambiamento, sfidando se stesso, e il suo modo di recitare, andando a svelarsi in altre vite ed esperienze, e lì essere sempre reale, vero, mai prevedibile. In pochi ci riescono, e lui è difficile che manchi l’appuntamento. Succede anche in Promises, presentato all’ultima Festa del Cinema di Roma, diretto dalla regista e sceneggiatrice francese Amanda Sthers (uscirà il 18 novembre distribuito da Vision), adattamento di uno dei suoi romanzi omonimi, uscito nel 2015.

Una bella sfida per lui, più sussurrata rispetto ad altri lavori, in cui al centro c’è la storia un uomo, Alexander, esperto di libri d’epoca, seguito a fasi alterne, tra passato e presente, da bambino ad anziano, nel graduale bisogno di fare i conti con se stesso. Ed è così che la pellicola cresce, portando all’attenzione uno sguardo rivolto alla nostra (sua) esistenza, scandita da rimpianti, occasioni mancate, il tempo che scorre, gli amori (e le passioni), in cui riavvolgere il nastro, diventa l’attimo per guardarsi dentro. Vissuti allo specchio dunque di un protagonista pieno di sfumature, “un’idealista romantico”, leale a suoi sogni, ma che lungo il viaggio si ritrova dolorosamente a tracciare il bilancio di quello che avrebbe potuto dire e fare. Un racconto rotondo, che va assorbito a distanza, la cui bellezza narrativa sta in particolare nel guardare alle fragilità degli uomini, senza effettivamente giudicarli, osservandoli semmai con empatia, anche comprensione, e in cui l’attore romano fa nuovamente la differenza.

 «Non ho la tendenza a procrastinare tanto, ci racconta Favino, per questo era giusto abbracciare ora questo ruolo. Gli incontri determinano i nostri vissuti, puoi dirlo di una persona, nel lavoro, nell’amore, ci sono occasioni che arrivano in momenti sbagliati, e altre, invece, come queste, sono rare, per complessità e libertà espressiva. Ogni personaggio mi lascia qualcosa, è inevitabile. Ci siamo scoperti tutti fragili, in contatto con la nostra paura, costretti, talvolta induriti, costretti dagli eventi a rivalutare molti aspetti della nostra quotidianità, in fondo però abbiamo degli altri per poter reagire ad accettare ciò che siamo. Veder nascere, come sta accadendo, questi grandi movimenti emotivi, politici, sociali, sta creando una nuova connessione. Ed il cinema, le arti sono esattamente la guida, non la cura, i luoghi dove poter mettere l’accento su diverse tematiche, come l’umanità, nelle sue forme, ad esempio, e per cui mi sono interrogato anche quando ho interpretato nomi come Craxi o Buscetta».