Michele Placido e il coraggio di rischiare: "Il mio segreto è imparare dai giovani"

Uno dei suoi ruoli migliori d’attore è arrivato adesso, quando le primavere vissute sono ormai 75. Succede nell’ottimo film di Daniele Vicari: "Orlando"

Michele Placido non si risparmia mai, e come potrebbe. Chi gli è vicino, ne conosce la sostanza personale, il carattere, talvolta fumantino, ma sempre superato da uno sguardo attento e generoso, sia nei confronti di chi dirige, sia quando è lui a doverci mettere letteralmente la faccia, rischiando, come ne L’ombra di Caravaggio, applauditissimo all’ultima Festa del Cinema di Roma. E stupisce, fino a un certo punto, come uno dei suoi ruoli migliori d’attore sia arrivato adesso, quando le primavere vissute sono ormai 75. Succede nell’ottimo film di Daniele Vicari, Orlando, presentato all’ultimo Torino Film Festival, dal 1° dicembre in sala distribuito da Europictures, in cui si cala nei panni di un nonno. Un uomo solo, ruvido, quasi inafferabile, che vive ai margini, lontano dai barlumi della società e delle grandi città, ma che un giorno è chiamato a doversi mettere in viaggio per aiutare il figlio che vive a Bruxelles e vive un momento difficile di salute. Nel raggiungerlo, scopre una volta arrivato di avere invece una nipotina, Lyse. 

Sarà l’incontro migliore (e generazionale) di sempre, nel quale entrambi (in maniera paritaria) si confronteranno.

"Il nostro problema è la realtà, non la fantasia", dice il regista di Diaz e documentari come Il mio paese. "La seconda possiamo dominarla, ci affascina, riusciamo ad esplorarla anche se siamo legati ad una sedia. La prima ci circonda e per conoscerla bisogna buttarsi a corpo morto nella società. La realtà ci interroga, ha degli elementi misteriosi, li ha pure nei film della Marvel. A me piace raccontare storie verosimili: in questo caso viene calata in una realtà che esiste, quella di un mondo contemporaneo che non ha più punti di riferimento. Orlando ha questo problema, quando lascia il suo paesino si sente sperduto nel mondo. Il senso, però, è che nessuno è sicuro di essere al posto giusto. Siamo tutti un po’ Orlando".

Ma è proprio Placido (insieme alla giovanissima attrice, Angelica Kazankova) a giganteggiare silenziosamente, recitando in dialetto, e arrivando a guardarsi dentro (e fuori), immerso in un universo più grande di lui, ma nel quale paradossalmente riceve una bella lezione di vita e si interroga, ancora e ancora. D’altronde il suo fare cinema, spesso, va proprio in questa direzione, si pone domande, racconta il presente attraverso il passato (Il grande sogno o Romanzo Criminale ne sono esempi), tocca la contemporaneità.

"Io un regista moderno? Me lo dicono in molti, gli sono grato. Forse è perché mi contorno di tanti giovani, dal direttore della fotografia al montaggio. Alcuni colleghi tendono ad avere gli stessi componenti, mentre invece ce ne sono tanti di nuovi talenti, ecco io ho bisogno di imparare di giovani, come succede a questo nonno con la sua nipotina. Daniele (Vicari, ndr) possiede un’umiltà che mi appartiene. Mi sono affidato completamente a lui, ero nelle sue mani. E la stessa cosa è quello che io in qualche modo cerco di essere". 

Sull’essere d’esempio o fare bene dopo una certa età, invece la cosa si fa più definita, a tratti misteriosa, confida."Clint Eastwood, i più bei film li ha fatti arrivato ai 70 anni. Forse è un dono, ma la mia voglia è sempre quella, idem il talento, è il fatto di amare questo mestiere, il teatro e il cinema, c’è però qualcosa di più sottile. È quello di rischiare, di mettersi in gioco. Sono certe verità, che magari il cliché accademico di certe scuole non ti dicono. A volte, poche, mi arrabbio con certi collaboratori, gli dico "cerchiamo di pensare a quello che le pulsioni ci dicono". E loro "è un rischio". Ed invece bisogna rischiare, io l’ho fatto con Caravaggio".