"Mio padre mi ruppe la mandibola a 9 anni per invidia": le settemila lettere segrete di Liz Taylor

La diva se ne andava dodici anni fa a 79 anni. Da bambina era già famosissima fra abusi, genitori violenti e manipolatori e un enorme bisogno di affetto

Elizabeth Taylor nei panni di Cleopatra e in età matura con una delle tante bambole ispirate a lei (Foto Shutterstock)
Elizabeth Taylor nei panni di Cleopatra e in età matura con una delle tante bambole ispirate a lei (Foto Shutterstock)

Quando morì nel 2011 a 79 anni aveva avuto otto mariti, tre figli naturali e una adottiva, e lasciava 10 nipoti e quattro pronipoti. Aveva cominciato presto a fare tutto Elizabeth Taylor, diva bambina spinta in quella direzione da una madre ossessiva e a lungo ostacolata e rifiutata dal padre Francis che a 9 anni arrivò a picchiarla così forte, alterato e invidioso del suo successo, da lesionarle gravemente una mandibola. Di Liz Taylor (ma lei non amava questo diminutivo e desiderava essere nominata per esteso) nel corso degli anni si è detto e scritto tutto. Ora la sua vita fra splendori di una Hollywood che oggi non esiste più e aveva altezze mitologiche, e miserie private che le costarono la salute e la fine prematura, è tutta dentro la prima biografia ufficiale Elizabeth Taylor: The Grit And Glamour Of An Icon uscita di recente all'estero e in attesa di traduzione in Italia.

"Il piacere sessuale perfetto? Schiantarsi in auto contro di lei"

Talmente divina e icona, Elizabeth Taylor, da ispirare uno dei romanzi più disturbanti della letteratura dell'ultimo secolo, quel Crash scritto da James G. Ballard che indaga il rapporto fra sesso, automobili e modernità meccanica. Dove uno dei protagonisti sogna (e riuscirà a farlo) l'orgasmo perfetto nello scontro mortale fra la sua macchina e la limousine della Taylor. Oltre alla Marilyn celebrata in pop art da Warhol c'era lei, con gli occhi azzurro viola incredibili, i capelli scuri, il viso da bambola allo stesso tempo magnetico e incrinato dalle ossessioni. Il libro parla di tutto questo e torna sui rapporti tribolati con gli otto mariti fra eccessi, alcol, botte, passioni e incomprensioni. Uno stuolo di maschi da recitare come la formazione di una squadra di calcetto con riserva in panchina: Conrad "Nicky" Hilton Jr. di quella famiglia lì, Mchael Wilding, Mike Tood, Eddie Fisher, il doppio Richard Burton, John Warner, Larry Fortensky. C'era di tutto: il divo maledetto e alcolista dal fascino animalesco, il produttore, il cantante, il senatore, il muratore. Presi e lasciati, persi nella morte precoce, abbandonati in una serie di divorzi. Poi c'era il successo pubblico ma prima di tutto c'era lei.

Drogata fin da bambina ma capace di imporsi agli studios

Se qualcuno è rimasto scosso dalle recenti vicende del MeToo con le decine di denunce per abusi sessuali ad Hollywood, dovrebbe restare sotto shock perenne per ciò che accadeva nella grande Hollywood degli anni 30-60. Quando le orge erano diffuse, icone come Errol Flynn suonavano il pianoforte con il loro organo sessuale durante i party a casa e capostipiti di famiglie mitiche del cinema Usa come Lionel Barrymore, iniziavano all'alcol amici e nipoti. Per vincere stress e timidezze si veniva drogati con anfetamine già da bambini e fu sui set che Elizabeth Taylor cominciò a diventare tossicodipendente. Capì in fretta che la mecca del cinema era un tritacarne e che la regola era sfruttare, fare soldi, apparire, buttar via la gente. E la necessità di farsi rispettare. A documentare tutto questo la scrittrice Kate Andersen Brower che ha avuto accesso all'archivio di settemila lettere private della Taylor.

Qui è la prima volta che nessuno mi vuole manipolare

C'è anche la Liz pubblica e superstar, certo. Quella che debutta bambina in Torna a casa Lassie e che dal Gigante a Cleopatra, da La gatta sul tetto che scotta a Riflessi in un occhio d'oro scopì l'immaginario di una generazione, fu amica di divi devastati come James Dean e Montgomery Clift, ebbe una storia tremenda culminata con un aborto con Sinatra, non permise mai che le imponessero cosa fare ed ebbe sempre un rapporto controverso con la religione (prima cristiana, poi ebraica). Prima diva ad entrare in rehab, fra i primissimi testimonial per la lotta all'Aids, fra le primissime attrici di Hollywood a posare per Playboy diventando simbolo di liberazione sessuale. Se ne andava per le complicazioni delle malattie polmonari e del cuore. In ospedale al figlio Chris disse: "Qui è la prima volta da quando avevo 9 anni che nessuno cerca di sfruttarmi".