La lezioni di Moretti: “Nel privato come nel pubblico occorre ascoltare le esigenze degli altri”

Moretti a tutto campo al cinema Corallo di Carignano a Genova. Il regista, dopo la proiezione del suo ultimo film “Tre piani”, si sottopone a un’intervista pubblica da parte degli spettatori

Nanni Moretti
Nanni Moretti (Foto Ansa)
di Massimiliano Lussana

Il cinema, il Corallo di Carignano a Genova, è lo stesso che a inizio estate ospitò “I diari di Caro Diario”, con Nanni a raccontare la genesi del suo film in una serata indimenticabile, ma molto morettiana nella narrazione: lui che arriva all’ultimo, che chiede “non taggatemi, non condividetemi, non filmatemi perché questa serata è dedicata a voi che siete in sala”, fa la sua splendida lectio magistralis sul film e scappa senza una parola in più al momento della proiezione, lasciando la scena alla versione restaurata di “Caro Diario”.

Nanni Moretti e l'intervista pubblica


Stavolta, invece, la storia è diversa: stessa sala del Circuito Cinema, quella del Corallo, lussuosissima con addirittura le chaise longue nelle prime file, ma rivoluzione copernicana nella struttura della serata. Moretti arriva prima del film, saluta, poi parte la proiezione di “Tre piani” e poi alla fine arriva lui e si sottopone a un’intervista pubblica da parte degli spettatori. Il film è splendido e cresce visione dopo visione – io personalmente sono alla terza – ma è Nanni a riservare la vera sorpresa: interagisce disponibilissimo con gli spettatori, sottoscritto compreso, non si sottrae ad alcuna domanda ed è brillante e simpatico in ogni risposta. Quasi degregoriano, come quando il Principe si ribellò per la prima volta al rito dei concerti silenziosi per sfoderare le sue fantastiche doti di ironia, leggerezza e simpatia.

Il film "I tre piani"


Ecco, oggi, Moretti è come De Gregori. E tutto questo non toglie nulla al Nanni “serio”, ma anzi lo arricchisce ulteriormente. Quello che segue è fior da fiore di domande del pubblico e soprattutto risposte morettiane di una serata indimenticabile. Nanni entra sui titoli di coda che lo illuminano e, dopo l’indicazione di rito (“mi piacerebbe non essere condiviso, ma rivolgermi ai 221 qui presenti in carne ed ossa, essere solo per voi”), spiega: “Sono molto soddisfatto del cast di questo film. Ho fatto provini a tutti tranne che a Margherita Buy, ma ormai sono quattro film che lavoriamo insieme e ci conosciamo alla perfezione: “Il Caimano” con Silvio Orlando, “Habemus Papam”, “Mia madre” di cui è stata la protagonista assoluta e ora “Tre piani”. E ci tengo moltissimo a dire che è una grande compagna di lavoro, non certo una donna nevrotica, ma una grande attrice collaborativa che si affida al regista e lo segue…”.

La scenografia


E questo passaggio è quello indispensabile per una lezione di cinema: “Voi vedete l’oggetto film finito, ma non esce così come un soffio magico. Ci sono tanti materiali che assemblati diventano il film: sceneggiatura, montaggio, scelta del cast, con attori che a volte sarebbero perfetti, ma non per quel ruolo e magari richiamo al film successivo, recitazione che mi piace molto curare, musica, scenografia”. E quest’ultimo elemento è il racconto di come è stata scelta la palazzina di “Tre piani”: “Era una scatola vuota, un ex scuola di suore, dove abbiamo abbattuto muri e realizzato gli appartamenti. A me piace usare luoghi reali come set, come fossero teatri di posa, e adattarli alle nostre esigenze: è successo con la piscina di “Palombella rossa”, con la scuola “Giacomo Leopardi” di “Bianca”, che ribattezzammo “Liceo Marilyn Monroe” ed è successo anche con questa palazzina. Poi porto sul set anche qualcosa di familiare: l’enciclopedia Treccani che si vede in un appartamento deserto è quella dei miei genitori. Mia sorella ce l’ha da mesi e mesi nel portabagagli della macchina e non la vuole nessuno, nemmeno gratis, né privati, né biblioteche: E ciotole, lampade, quadri che si vedono in questi appartamenti spesso vengono da casa mia”.

La scelta degli attori

Il passaggio successivo è proprio quello sugli attori, dove Nanni conferma il suo perfezionismo, leggendario: “Non sono d’accordo con chi dice che i primi ciak sono i migliori perché sono i più spontanei. L’autenticità è un valore da preservare, la spontaneità no. Spontaneamente si fanno molte cose terribili. Bukowski diceva che la prima cosa che ti viene in mente è quella giusta, per me è l’esatto contrario e, finchè ci sono soldi e settimane per tirar fuori il meglio, io ci provo”. Ad esempio, la scena di Vittorio, il personaggio di Nanni in “Tre piani”, che si lascia andare all’unico timido sorriso quando sente la segreteria telefonica con la voce di suo figlio bambino, che è una scena senza tagli, nasce dall’ultimissimo ciak”. Poi Moretti sorride, quando una fascinosa spettatrice gli chiede del passaggio fra una comunicazione anaffettiva dei personaggi nella prima parte del film e una coinvolgente emotivamente alla fine: “Avviene appena sparisce il mio personaggio”.

L'accoglienza al film

Nanni è ironico anche parlando dell’accoglienza al film e dà alcune note stilistiche: “Ho letto solo tre recensioni, ma mi hanno riferito che la critica straniera ha scritto che è un Moretti senza Moretti, senza humor. Non c’è spazio per l’umorismo e la comicità in questa storia. E quindi ho scelto uno stile sobrio e essenziale che arrivasse alla semplicità, senza un tripudio di carrelli, di dolly, di movimenti di macchina, di droni che oggi dominano nel cinema. Non amo i registi che, con le loro riprese, dicono “Guarda come sono bravo” e mi ha fatto piacere leggere paralleli con la scrittura di Natalia Ginzburg, scrittrice che io amo e che non scrive per compiacersi”. Nel pubblico ci sono fans, persone che dicono di essere cresciuti a “pane e Nanni Moretti” (“ed è una responsabilità”), richieste sulla scelta delle canzonette: “Un tempo le teorizzavo, ora non le teorizzo più, semplicemente perché non lo so spiegare”. E ci sono anche i consigli a chi chiede come un ragazzo può diventare regista: “Un tempo col Super8 e le pizze era tutto più difficile, ora si parte da un cellulare”.

La giuria di Cannes

E poi: “Innanzitutto non lamentarsi del sistema, dell’industria cinematografica, vedere molti film belli e brutti e da quelli brutti imparare cosa non fare. Leggere molti libri, solo belli, quelli brutti non leggerli. Ma il punto centrale è che tutto serve tranne che lamentarsi e sentirsi incompresi”.Non lo fa nemmeno Nanni che, a Cannes, che è casa sua, è stato amatissimo in sala, ma non dalla giuria: “Ma non credete mai a chi vi dice che è tutto pilotato, tutto condizionato dall’accoglienza in sala o dalle recensioni. Ci sono dieci persone, che hanno i loro gusti e votano e spesso la sorte di un film è decisa da come viene ricordato, dal giorno di programmazione e dallo stato d’animo dei giurati, dalla fortuna, dalla prepotenza di un giurato”. E qui Moretti ricorda una sua presenza in giuria a Cannes, quando voleva premiare “Il sapore della ciliegia” di Kiarostami, ma era solo contro tutti gli altri nove membri di giuria e, un po’ come ne “La parola ai giurati”, ne convinse cinque finchè la Palma d’oro fu assegnata ex aequo proprio al suo film favorito. E c’è pure una battuta su “Titane”, Palma d’oro di quest’anno in cui la protagonista rimane incinta di una Cadillac: “Sarebbe piaciuto al critico di “Caro Diario” che si entusiasmava per “Harry, pioggia di sangue”.

Il libro Eshkol Nevo

Ecco, tanto “Titane” è voglia di farlo strano, tanto in “Tre piani” c’è poesia e c’è la vita, la difficoltà di essere genitori, le azioni e la responsabilità delle proprie azioni. E tutto questo nasce da una sceneggiatura non originale, tratta dal libro di Eshkol Nevo: “Con le mie sceneggiatrici Federica Pontremoli e Valia Santella giravamo a vuoto da oltre un anno su un racconto ambientato negli anni Cinquanta. Loro sono molto più veloci di me a leggere e a un certo punto Federica mi ha proposto questo libro che immediatamente mi ha parlato, mi ha emozionato, ma aveva una struttura anti-cinematografica, basato su tre monologhi di tre personaggi che vivono in una palazzina in Israele, ma non si incontrano mai: una lettera, un racconto, un lungo messaggio alla segreteria telefonica. A quel punto – senza che io mai mi facessi vivo con l’autore, e sono stato molto, forse troppo discreto - abbiamo iniziato una ristrutturazione del libro, partendo da quelle storie per raccontare una vicenda in cui invece si incontrano e hanno le proprie storie dilatate in dieci anni di tempo. E poi ci siamo inventati scene come la milonga clandestina, la manifestazione contro gli immigrati….”. E l’autore? “Ha scritto un lungo articolo per “La lettura” del “Corriere della sera”, esprimendo apprezzamento”.

L'importanza di ascoltare

E poi in questo film c’è tutto: c’è, per l’ennesima volta, come clamorosamente in “Habemus Papam”, ma anche nel “Caimano”, un anticipo sui tempi riallineato all’attualità: “Avevamo la tendenza a vivere vite isolate pensando che non esistesse più una comunità. La pandemia ha smascherato questa bugia, facendo riemergere il concetto di comunità. Questo film è stato fermo a lungo, ma non ho mai pensato di toccarlo. E trovo che abbia un senso particolare che sia uscito proprio ora che stiamo uscendo da quello che ci è capitato. Ma ne usciamo solo insieme, non soli”. Di più: nel film ci sono personaggi maschili che non danno spazio al punto di vista degli altri convinti di avere ragione e donne che invece cambiano prospettiva e vanno verso l’altro. Ed è il riassunto del film: “E’ quello che penso serva nelle relazioni per la vita personale, ma anche per la vita pubblica”. Ed è una rivoluzione personale e politica, la dichiarazione più forte mai fatta da Nanni. Ancor più di ogni girotondo.