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[La recensione] L'ultimo fotogramma shock di Civil War. E perché tutti parlano di questo film terribile

Quasi due ore nel cuore nero, diviso, violento, degli Usa. Con negli occhi e nelle orecchie la memoria degli scontri interni e degli orrori che non fermano

Cristiano Sanna Martinidi Cristiano Sanna Martini   

"I dittatori, quando li incontri di persona, sono tutti deludenti". Da Saddam a Gheddafi fino a Ceausescu. Questa frase è il vero snodo narrativo del film del momento, quello che riempie le sale, fa salire angoscia e adrenalina e polarizza il dibattito. Negli Usa e altrove. Civil War di Alex Garland mette in scena una feroce guerra interna agli Stati Uniti, con americani che ammazzano americani, zone di controllo da parte di bande armate che si sono autoproclamate eserciti nazionalisti, e l'obiettivo finale di ammazzare il presidente degli States lì a casa sua, la casa di tutti gli americani, la Casa Bianca. Ci sono tre ragioni per cui Civil War ha l'effetto shock su chi lo guarda. Le elenchiamo di seguito.

Se i guardiani del mondo si autodistruggono

Non sfugge nemmeno alla persona meno informata la stanchezza dello Zio Sam di questi tempi. Ben incarnato da un appannato Biden e da un inferocito e pluri inquisito Trump. Dal fronte ucraino in cui gli Usa e i loro alleati non sono riusciti a piegare Putin e la Russia in due anni di scontri furibondi e miliardi di armi inviate a Zelensky, col rischio anzi di perderla questa guerra. E più recentemente, dall'imbarazzante scenario di Gaza, con Israele colpito in maniera orrenda dai terroristi di Hamas, e la Striscia ridotta a un mozzicone inabitabile fra migliaia e migliaia di morti e feriti, moltossimi dei quali civili. Mentre il Paese della Stella di Davide, considerato l'avamposto americano e occidentale in un'area araba tendenzialmente ambigua e ostile agli alleati del Patto Nato, non ascolta più Washington e rischia di sfuggire di mano. Civil War va oltre e porta il conflitto, violentissimo e disumano, nel cuore degli Usa.

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Non prendere posizione

Altro dettaglio sconcertante del film di Alex Garland (che ha detto che dopo questo potrebbe ritirarsi dalla regia non riconoscendosi più nel cinema che si fa di questi tempi, leggi qui) è il suo mostrare massacri, torture, cecchini a lavoro, il furto armato di proprietà altrui (la sequenza nel distributore di carburanti), rese dei conti fra persone che non si sopportavano al lavoro e prima ancora come compagni di scuola. E un odio terribile nei confronti del presidente Usa, del Campidoglio (assaltato dai fan di Trump il 6 gennaio 2021, una scena mai vista prima nella storia americana) e del simbolo stesso della stabilità mondiale, la Casa Bianca dentro cui si consuma a sequenza più dura di tutto il film.

La foto perfetta e il cinismo dei media

Il terzo motivo per cui Civil War colpisce e riempie di ansia è nel modo in cui segue il viaggio, piuttosto difficoltoso, di una squadra di fotoreporter attraverso gli Stati dilaniati dagli scontri, con le telecomunicazioni interrotte, niente Gps, solo vecchie mappe e moltissimo pericolo e tensione ad ogni chilometro percorso in auto, fra città segnate dalla guerra, boschi e campi silenziosissimi e improvvisi incontri, tutti da incubo. Dentro questo scenario si muove la giovanissima Jessie (Cailee Spaeny) col sogno di diventare la reporter perfetta. Accolta con riluttanza dai più esperti Lee Smith (Kirsten Dunst), Joel (Wagner Moura) e l'anziano Sammy (Stephen McKinley Henderson). E poi avvolta dal clima di adrenalina malata e di cinismo tipico dei media quando sono a caccia della notizia perfetta, della foto perfetta. Quella che ti fa sacrificare tutto, tutti, perfino la donna che ti ha insegnato come si lavora e ti ha protetto fin lì. La foto perfetta e orribile: in uno scatto, quello che viene fatto al presidente degli Stati Uniti dentro il suo studio quando i soldati ribelli arrivano fino a lì. La paura dello zio Sam, vecchio e acciaccato, è la paura di tutti noi, suoi alleati più o meno forzati. 

Però, piantiamola di paragonare Civil War ad Apocalypse Now e di trovare rimandi al capolavoro di Coppola. 

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Cristiano Sanna Martinidi Cristiano Sanna Martini   
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In passato ha scritto per L’Unione Sarda, Il Sole 24 Ore, Cineforum, Rockstar...