"E' una spia e una donnaccia, va distrutta": il calvario di Jean, da diva a nemica pubblica numero uno

Era la stella di una cultura libera, anticonformista, militante. Le donne cominciarono a farne un modello, su di lei un'onda di fango che la distrusse

Jean Seberg (1938-1979)
Jean Seberg (1938-1979)

Era la stella destinata a rivoluzionare un'epoca, dal look alle sue scelte di vita e artistiche. Fino alla militanza su temi che la resero velocemente una minaccia per l'ordine pubblico. Mentre le donne di mezzo mondo adottavano la celebre zazzera corta che sarebbe stata un suo segnale di stile, Jean Seberg finiva nella pressa del Cointelpro. Era il programma dell'Fbi fatto di intimidazioni, intercettazioni, violazione del privato e distruzione della reputazione che aveva il compito di distruggere i nemici degli Stati Uniti. Jean Seberg, la Giovanna d'Arco finita ustionata sul set di Otto Preminger e stroncata dalla critica agli esordi, nel mentre era diventata la stella della controcultura e dei giovani in protesta. E' lei a far coppia con Jean Paul Belmondo in Fino all'ultimo respiro, il film d'esordio di Jean Luc Godard con cui la Nouvelle Vague francese faceva a pezzi il cinema tradizionale prendendosi il successo pop e spiazzando i critici. 

Una stella da buttare giù

Sempre divisa fra cultura americana (era una ragazza dell'Iowa, in quella fascia centrale di Usa fatta di immensi campi di grano, bigottismo, Bibbia e tradizioni vecchio stampo) ed europea (i suoi amori francesi, l'esplosione del Sessantotto), Jean Seberg era diventata in pochissimo tempo un'icona. Non aveva niente delle bellone alla Marilyn o alla Rita Hayworth o Lauren Bacall, rappresentava un nuovo tipo femminile. Impregnato di protesta e impegno, mentre per lei impazziva Truffaut che la definì "la migliore attrice ora in circolazione", e Rossen, Chabrol, Garrel la mettevano al centro dei loro film. Senza che Hollywood la dimenticasse, vedi i ruoli in film di grande successo come in Airport. Non sarebbe stata tutta di primissima qualità la sua carriera, con scelte azzardate o frutto di fragilità, ma prima di tutto veniva la giovane stella da macinare e sputare via. Perché si era avvicinata moltissimo al movimento delle Pantere Nere, i progenitori di quello che oggi è Black Lives Matter. Jean si vergognava del razzismo e della segregazione ancora presenti negli States degli anni Sessanta e Settanta, e anche quando capì che si stava esponendo e che questo le sarebbe costato in termini personali, continuò a sostenere la Black Panther e a finanziarle. La macchina del fango si mise in moto in modo devastante.

L'ultimo biglietto, su cui restano dubbi enormi

L'Fbi applicò il protocollo Cointelpro su di lei in tutti i modi possibili. Cimici spia in casa e in auto, telefonate terrorizzanti, diffusione di false notizie sul suo conto, su come aspettasse perfino una figlia da uno degli esponenti delle Pantere Nere, e su come avesse distrutto il suo matrimonio e quello del militante con cui aveva avuto una storia di sesso clandestina che era anche una storia di minaccia all'ordine dello Stato. Su di lei vennero diffuse voci e volantini offensivi, con tanto di disegni osceni. La pressione arrivò al punto tale che la Seberg cominciò ad assumere farmaci e per l'agitazione e l'umiliazione perse la bambina che portava in grembo.

Non posso più vivere con questi nervi a pezzi

Lei e l'ex marito Roman Gary, che le rimase vicino anche dopo la fine della loro unione, protestarono a più riprese per la distruzione della vita dell'attrice, e chiesero 200 mila dollari di risarcimento. Nel mentre Hollywood l'aveva messa nella sua blacklist: registi e produttori di grido non la chiamavano più, le arrivavano solo ruoli dozzinali quando non apertamente pornografici. Coi nervi a pezzi, commise l'errore di legarsi all'algerino Ahmed Hasni con cui tentò di cominciare una nuova vita in Spagna, finendo per accusarlo di gravi abusi contro di lei. A 40 anni Jean era totalmente a pezzi. Scomparì il 30 agosto 1979, nessuno sapeva dove fosse. Trovarono il suo corpo senza vita l'8 settembre di quell'anno, nel sedile posteriore della sua auto. Vicino a lei una bottiglietta di barbiturici e un biglietto indirizzato al figlio, con scritto: "Perdonami, non posso più vivere con i miei nervi a pezzi". Roman Gary incolpò la persecuzione americana di averla resa fragile e psicotica, e si disse molto dubbioso sulla tesi del suicidio. Quasi 50 anni fa se ne andava un prototipo di donna indipendente, militante, anticonformista che ha sperimentato la solitudine nel combattere battaglie che oggi sono di movimenti molto potenti. Su di lei sono stati prodotti numerosi documentari e libri,  Amazon ha realizzato il film che porta il suo cognome, con una splendida Kristen Stewart a ridarle carne, sangue, emozioni e dignità.