Paolo Ruffini: "Il pregiudizio nei miei confronti? C’è ancora, però ci sguazzo volentieri"

Grazie al suo ultimo lavoro da regista, "Ragazzaccio", in sala dal 3 novembre, ci introduce al tema del cyberbullismo e delle fragilità adolescenziali

Affrontare temi importanti, con semplicità, ma toccando il cuore delle cose, in maniera profonda, per nulla ambiziosa. Paolo Ruffini negli ultimi anni di carriera sta facendo un percorso artistico di regista, che però ne fa emergere anche un lato molto interessante da osservare, verrebbe da dire serio, e non è una brutta parola se la riferiamo a lui. È un vero complimento, anzi. Perché se il far ridere di gusto è stata, e continua ad essere, una sua cifra stilistica importante, per qualcuno è diventato invece un marchio, un’etichetta, forse di troppo, considerando talvolta esagerato, fuori le righe. Ci sta, ma talvolta è sintomo di un personaggio, pura apparenza, se lo si impara a conoscere un attimo. Dal nulla, ovviamente preparandosi, è riuscito con un piglio tutto personale e brillante, a parlare di Alzheimer, dirigendo l’ottimo documentario PerdutaMente, insieme a Ivana Di Biase, o di diversità e inclusione, di Sindrome di Down, in Up & Down - Un film normale, nato prima come omonimo e itinerante spettacolo teatrale. Ora, grazie al suo ultimo lavoro da regista, Ragazzaccio, in sala dal 3 novembre, distribuito da Adler Entertainment e Minerva Pictures, ci introduce riguardo al cyberbullismo, toccando in epoca di primo lockdown, riguardo le fragilità adolescenziali, parlando d’amore (la grande svolta), ma anche dei rapporti difficili talvolta tra genitori e figli. Un film onesto e ben agganciato alla realtà, ma il cui sguardo è di quelli sensibili, non banali o forzati.

Tutto è ambientato durante la Pandemia, le immagini che scorrono sono quelle dei primi sintomi, le chiusure, le bare di Bergamo, il Papa solo in Piazza San Pietro, l’incubo infinito del Covid. Immagini spettrali, desolanti, che tutti abbiamo visto e guardato. Nelle case, in quei giorni e per molti mesi, gli studenti si sono ritrovati a dover cambiare le proprie abitudini, catapultati com’è avvenuto in DAD. Uno di questi è Mattia (Alessandro Bisegna), 17 anni, che la scuola non l’hai mai amata, visto le due bocciature, è un bullo, allergico alle regole e alla disciplina dei professori (a parte uno, interpretato da Beppe Fiorello) ora anche virtuale, al punto da far impazzire la madre (Sabrina Impacciatore) e far preoccupare il padre (Massimo Ghini) che fa il medico ed è esposto ai rischi ogni giorno. Nelle relazioni online, qualcosa un giorno però inevitabilmente succede, si innamora di una ragazza (Jenny De Nucci), ma nel medesimo tempo si macchia di un atto grave nei confronti di un compagno in carrozzina, bullizzandolo. E quindi deve rimediare.

"L’ho scritto durante la Pandemia a maggio 2020, inizialmente nasceva come un instant movie", ci racconta Paolo Ruffini. "Poi ci siamo dovuti fermare, e un anno dopo abbiamo ripreso. Sono contento che era ora. Fa un effetto particolare, sembra un film storico, in costume, penso sia stato un valore. In quei giorni mi stupiva moltissimo che la comunicazione, i tg, sottovalutassero le famiglie, le case con all’interno soggetti difficili a livello psichiatrico, adolescenti fragili. Mi sono immaginato un 17enne, ho voluto mettermi nei panni di questo ragazzo. Io da ragazzo ero invece un “bulletto” livornese, ma goliardico, non violento ovviamente», continua. "Facevo impazzire gli insegnanti, mi dicevano “è intelligente ma non si applica”, ma mi spedivano fuori, io stesso sono bullizzato dal sistema. Gli insegnanti dovrebbero essere pagati molto di più, però vanno fatti dei controlli anche importanti. Un genitore sbaglia, ma chi lavora per le istituzioni non deve farlo".