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Michel Gondry ha "Il libro delle soluzioni", ecco perché parla (anche) di noi

Intervista con il regista, attore e sceneggiatore nonché premio Oscar per il film "Se mi lasci ti cancello", che presenta la sua nuova creatura

Andrea Giordanodi Andrea Giordano   

Idee da mettere in pratica, e vedere se funzionano davvero, soluzioni (e problematiche) da approntare-affrontare, magari da mettere in un libro. Risultato? Una gran confusione, scandita tra momenti di ilarità assoluta e riflessione esistenziale. Michel Gondry, uno dei pochissimi autori originali del cinema contemporaneo, non si smentisce mai, neanche a distanza di otto anni dal suo ultimo film, Microbo&Gasolina, rimanendo fedele al suo stile immaginifico, creativo, originale e bizzarro al punto giusto. Uno sguardo unico, se pensiamo ad alcuni suoi veri e autentici gioielli, Se mi lasci ti cancello (Oscar alla sceneggiatura originale), Mood Indigo, Be Kind Rewind, la serie Kidding, con ancora Jim Carrey, le pubblicità, o i videoclip musicali per icone come Daft Punk (il loop infinito di Around the World), Bjork (Hyper-ballade, Bachelorette, o Crystalline), Massive Attack, Chemical Brothers. Ogni frammento della sua produzione esce fuori dalle classificazione, da qualsiasi possibile etichetta, e lì rinasce in altre forme. Gondry è un genio, e come tale va preso, nella maniera più imprevista e surreale. In quest’ottica arriva ora questa ultima creatura, scritta e diretta, Il libro delle soluzioni (dal 1° novembre in sala distribuito da I Wonder Pictures). che per circa il 70%, racconta, “è autobiografico”. Una meraviglia di risate, che al Festival di Cannes di quest’anno ha strappato applausi e consensi.  

La storia è quella di un regista-alter ego, Marc (interpretato dall’attore Pierre Niney), impegnato a girare una pellicola, nel quale il processo non sembra funzionare, al punto da doversi inventare qualunque cosa per andare avanti. Scappa da Parigi, portandosi dietro buona parte del girato, scappando dai dirigenti dello studio che lo hanno appena licenziato, e rifugiandosi in campagna della zia, trasformandola nella base operativa. Vanno in scena invenzioni, stratagemmi, più o meno riusciti, da racchiudere però in un manoscritto, un testo, da qui il titolo, che sono risposte per “risolvere qualsiasi conflitto”. Il suo capolavoro. Regole ben chiare (per lui, meno per gli altri): imparare facendo, magari un camion-montaggio, dove i produttori non possono vedere nulla, facendosi interprete dei propri gesti. Un rapporto di amore-odio, in quello che è un progetto da condividere insieme alla sua montatrice e all’assistente. Un iter, in cui regna il caos, ma anche la creatività, il sapersi arrangiare, il riuscire a farcela, nonostante tutto e tutti. Gondry parla di sé (in parte), ma in fondo chi non si è mai appuntato un proprio “libro delle soluzioni”?

“Sarebbe bello avere un timer per calcolare il tuo stress nel tempo e rallentare il tempo quando lo stress è più alto”. Michel Gondry inizia così la breve chiacchierata che facciamo proprio qualche mese fa, sulla Croisette di Cannes. 

È un film pieno di suggestioni, a cavallo tra commedia e tragedia. Quanto le piace stupire chi ha davanti?

Quando tutti ridevano, volevo alzarmi e dire che non era così. Ma ero molto felice che alla gente piacesse, perché so che era doloroso per me e chi mi era intorno. Non voglio dirlo, ma è stato effettivamente difficile: se fai una cosa seria la gente non reagisce subito, se ci metti però dell’umorismo, puoi ancora immaginare di realizzare una sorta di tragedia. Non avevo il senso delle proporzioni, ma è stato deliberato e liberatorio parlare di qualcosa che tocca come sono fatto in realtà e questo film fosse un bel modo per dire qualcosa anche di romantico, senza essere troppo emotivo. 

Lei cerca risposte nel suo di lavoro?

In parte. Quello che accade al protagonista, a me è successo davvero, seppur in modo diverso. Ricordo alcuni periodi strani della mia vita, nei quali ho fatto tante cose strane, e in parte sorprendenti. Mio figlio mi ha detto, “ci dovresti fare un documentario. Era troppo tardi, ho iniziato comunque a ricordare, a rimettere insieme i dettagli, ma mai avrei pensato che poi sarebbero diventati materiale utile, al punto da realizzare qualcosa del genere. Oggi scopro cose di me che non sapevo.  

Qui c’è qualcuno che la interpreta in fondo, non fa un certo effetto?

Se voglio identificarmi con l'attore dovevo trovare qualcuno che avesse lo stesso livello di testosterone (ride, ndr). Che fosse coraggioso, ma che non avesse paura o si vergognasse riguardo alla propria debolezza. L’ho trovato. 

Lei è così anche nella realtà?

Faccio finta di essere modesto. Il fatto è che le persone pretenziose in generale non si rendono conto di esserlo, quindi accade anche a me, lo sono pure io, ma alla fine cerco di nasconderlo bene. L'autoironia, a volte, può essere arrogante.  

Ha mai pensato di fermarsi davanti ad un ostacolo?

Io? Le dico una cosa. Quando giravamo Kidding, con Jim Carrey, eravamo in uno studio enorme. Una mattina ho visto un gruppo di persone, avevano pagato per farci sul set. Lì ho pensato, “beh dobbiamo fare un lavoro fantastico se le persone pagano per vederci all’opera”. È bello non arrendersi, una soluzione la trovi sempre

Andrea Giordanodi Andrea Giordano   
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Andrea Giordano

Docente universitario, dopo 8 anni allo Ied Como, oggi insegna Cinematografia...

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È cresciuto con la passione per il cinema che non lo ha mai mollato. È autore...

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In passato ha scritto per L’Unione Sarda, Il Sole 24 Ore, Cineforum, Rockstar...