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God save the Queen

federico pontiggia

di Cinematografo   
God save the Queen

“Da fan sono divenuto un fanatico”. Parola di Rami Malek (Mr. Robot), che incarna Freddie Mercury nell’atteso biopic Bohemian Rhapsody, che racconta la carriera dei Queen dagli albori al leggendario Live Aid del 1985, quando si esibirono di fronte a più di 70mila persone allo stadio di Wembley. Proprio lì il film, diretto da Bryan Singer, poi licenziato, e ultimato da Dexter Fletcher, verrà presentato in anteprima il prossimo 23 ottobre, mentre l’approdo nelle sale italiane è previsto per il 29 novembre.

Nel cast accanto a Malek troviamo Lucy Boynton, che incarna Mary Austin già fidanzata e poi amica di una vita di Freddie, mentre il chitarrista dei Queen Brian May è interpretato da Gwilym Lee, il batterista Roger Taylor da Ben Hardy, il bassista John Deacon da Joe Mazzello.
“La cosa fondamentale – dice Malek – è stato cercare di capire chi fosse Freddie e la band, ebbene, oggi li conosco bene. Intendo la sua vita privata, la parte più intima, non era solo una persona estrema, eccentrica: mi sono connesso alla sua insicurezza interiore, è stato il mio modo per entrare in un personaggio, oltre il monolite del rock che è”.

Brian May e Roger Taylor figurano quali produttori esecutivi del film, e – continua Malek – “il loro coinvolgimento sul set è stato inestimabile: Brian mi ha messo sotto la sua ala protettrice, mi ha dato mail e numero per contattarlo e, beh, io l’ho fatto”.

Gwilym Lee, ovvero May, torna sulla genesi del progetto: “I Queen sono universalmente conosciuti, Freddie è un’icona gay, ma non conoscevo la relazione lunga una vita con Mary Austen, dunque, quanto lui fosse una personalità complessa, non lineare, difficile da inscatolare e catalogare”. E sulle polemiche innescate dal primo trailer del film, che per molti fan eluderebbe l’omosessualità e l’Aids di Freddie, Lee incalza: “E’ bello che la sessualità nel film non venga affrontata in maniera monodirezionale, quella di Freddie era qualcosa di complesso: immigrato, andava con gli uomini e una donna, non voleva farsi identificare quale malato di Aids, e questo film parlava proprio di ricerca della propria identità. Etero, gay, bi, trans, lui era un po’ di tutto, l’identità è fatta di molte cose”.

Sulla stessa lunghezza d’onda Malek: “Man mano ci evolviamo, la sensazione è che ci sia meno necessità di urlare a squarciagola come in passato: oggi la libertà è poter esistere per quello che si è, senza catalogare. La sua musica ha toccato diverse persone, comunicando un senso appartenenza: possiamo coesistere insieme, pur se con differenze grandi, questo il suo messaggio rivoluzionario”.

di Cinematografo   
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