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"Ero quello da evitare, non mi reggevo in piedi": vita terribile e trionfo da Oscar di Downey Jr.

L'attore celebra il grande rilancio cominciato quindici anni fa dopo un lungo periodo di eccessi, arresti e disastri. Questa è la sua storia

Cristiano Sanna Martinidi Cristiano Sanna Martini   

Una "infanzia terribile" come l'ha ricordata lui prima di alzare l'Oscar come migliore attore non protagonista di fronte ai membri dell'Academy e al pubblico della notte delle stelle. Quell'infanzia, e un'adolescenza che non è certo stata meglio, Robert Downey Jr. le ha ringraziate per come lo hanno distrutto. Reso ridicolo, dannoso, quello con cui nessuno voleva più lavorare perché era arrivato a non reggersi più in piedi sul set, a faticare a chiudere una giornata di lavoro. Sempre strafatto, a dispetto delle sue notevoli qualità di attore. Poi aiutato da poche persone che davvero gli hanno voluto bene, a cominciare dalla moglie Susan che "mi ha trovato come un cucciolo abbandonato e riportato in vita". Un pezzo del trionfo di Oppenheimer è anche suo. Ma la strada fin qui è stata durissima.

Un padre complice delle cose peggiori

Robert Downey Jr. è cresciuto col padre Robert senior, regista indipendente e attore cult, in una vita selvaggia e sregolata fatta di scontri e di riappacificazioni in cui la vicinanza era propiziata dalla marijuana e da altre droghe consumate assieme. Poco altro, di paterno e familiare. Se non la possibilità di debuttare con particine nei film di lui, poi nel famoso show tv umoristico Sathurday Night Live. Fu un flop epocale per lui e tutto il cast, licenziati in tronco in quella che da molti è considerata la peggiore edizione di sempre. Da lì ai primi anni Duemila la vita di Downey Jr. era uno sbandare immerso nella nebbia di droga e alcol. A Variety, in un vecchia intervista, confessò: "Durante la lavorazione della serie tv Ally McBeal ero messo così male da non avere più nessun interesse per la recitazione". La sua apparizione breve e allucinata nel film In Dreams, dove interpreta un serial killer che colpisce nei sogni, è la fotografia di quel periodo orribile. Poi una lenta, difficile rinascita.

Sherlock, Iron Man, Lewis Strauss: tre ruoli perfetti

Nel 2003 Downey Jr. è ancora quello degli arresti, dei processi trasmessi in tv, delle camminate in stato confusionale. E' l'appestato di Hollywood. La seconda parte della sua vita comincia quando il giudice, considerandolo tossicodipendente non pericoloso, gli concede di beneficiare della California Proposition 36 che cambia la carcerazione con la riabilitazione e la libertà vigilata per tre anni. In quel momento ha 38 anni e decide che se non è del tutto idiota, o cambia o tanto vale morire. Si ripulisce, facendosi aiutare da un collega anche lui venuto fuori dall'alcolismo grave: Mel Gibson. A Gibson poco importa l'aver dovuto annullare un tour teatrale dell'Amleto proprio per colpa di Robert, ne capisce il disastro personale. Downey ripaga lui, la moglie Susan Levin, i pochissimi amici e il maestro di kung fu e wing chung che gli insegna una nuova disciplina di vita. Dal 2008 torna in grande stile con la sua versione molto fisica e molto ironica di Sherlock Holmes. Poi il boom di Iron Man, il fungo atomico degli Avengers e quello di Oppenheimer che fa incetta di Oscar. In quel film c'è forse la più complessa delle sue reincarnazioni sul grande schermo: l'anima nera di Lewis Strauss, prima grande sponsor dell'inventore della bomba atomica, poi suo acerrimo nemico in un gioco di intrighi che lo distruggerà. A quasi 60 anni Robert Downey Jr. può finalmente guardare la vita negli occhi, e non dover più abbassare lo sguardo. 

 

 

Cristiano Sanna Martinidi Cristiano Sanna Martini   
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