Il regista Crialese: "Sono nato donna". A Venezia il cinema racconta frontiere di libertà e transizioni di genere

Autobiografie non facili, rinascite sofferte, impulsi di verità, passaggi: al Festival di Venezia Emanuele Crialese racconta con "L'immensità" il suo percorso personale di transizione di genere. Ma anche il film "Monica" svela un racconto di educazione alla vita. Protagonista è l'attrice transgender Tracy Lisette

Memorie, autobiografie non facili, rinascite sofferte, impulsi di verità. Passaggi, “migrazioni da un’anima all’altra, come l’ha definita Emanuele Crialese, autore e regista de L’immensità (uscirà il 15 settembre in sala distribuito da Warner Bros), passato in concorso alla Mostra di Venezia, film autobiografico nel quale racconta in parte la sua storia: "Sono nato donna. Mi chiamavo Emanuela", ha raccontato Crialese. Ma per questa volta ci voleva tempo, la giusta distanza emotiva per raccontare la sua storia personale, di transizione di genere, di libertà, di relazioni anche negate.

Lo fa trasfigurandola attraverso l’esistenza, il corpo, di Adriana (interpretata dalla debuttante Luana Giuliani), intensa nel farsi alterego, ed introducendo riflessioni dell’oggi, moderne, sguardi sulla realtà. Domande su cui ognuno può interrogarsi: come accettare la nostra natura ed identità, ed esserne poi consapevoli.

Nella sfida così di riannodare quel periodo, Crialese mette in scena una immensità di sentimenti, un viaggio scandito da  contraddizioni, desideri, confessioni, anche espresse, di iniziazioni, tra se stessa e tutto il mondo intorno, tra lei e la madre (Penélope Cruz), forse l’unica persona chiamata a proteggerla, a condividerne inconsciamente il senso, il peso.

Ma L’immensità, il titolo rimanda anche alla canzone di Don Backy, rifugge però dal dramma puro, anzi sconfina nelle ispirazioni del regista, la Cruz diventa e si trasforma pure in Raffaella Carrà, Patty Pravo, regalando un micro universo di icone che prende forma in Adriana, decisa a non nascondersi più, a rivendicare il proprio e importante cambiamento.

«Ad un certo punto della mia vita ho dovuto fare una scelta», racconta Crialese.

«Non è quella di essere o non, ma è di vivere o morire. Perché non si sceglie di intraprendere un percorso del genere, ci si nasce, si arriva al mondo così. La libertà del percorso artistica è stata la prima cosa, all’inizio sembrava tutto sbagliato. Peggio di me è stata mia madre che si nascondeva, lei era una donna che negli anni ‘70-’80 si sentiva sola con questo “problema”, mentre per me era un modo di esistere. Siamo stati molto complici. A volte stare insieme è meglio, a volte no, perché sei responsabile del dolore dell’altro, e questo aggrava il proprio».

Sulla stessa onda emozionale è anche il terzo film di Andrea Pallaoro, Monica. Ancora un nome di donna, al quale non aggiungere nulla, perché dietro il nome della protagonista transgender (la brava Tracy Lisette) si cela un racconto di formazione, di educazione alla vita. Ormai, già “migrata” nel genere, Monica si ritrova di fronte alla madre morente, per prendersene cura. Cambiata, cerca allora di chiudere il cerchio, di risolversi, cerca di farsi comprendere reciprocamente. Lo fa per farsi riconoscere. Una esplorazione da premi, più sussurrata e come sottolinea l’autore, «si focalizza anche sul tema dell’abbandono, come dinamiche psicologiche di non essere accettati e riconosciuti. È un altro film su una donna (dopo l’acclamato Hannah, ndr) che è una eroina moderna, sa perdonare, fa i conti con le ferite del suo passato»