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[L'intervista] Fanny Ardant e Luca Barbareschi, una marchesa e un ex attore porno alla corte di Polanski: "Che avventura"

Cast sontuoso e storia provocatoria, l'ultimo film del 90enne spinge sul pedale del grottesco. I due protagonisti: "Noi nel pazzo Palace delle bizzarrie messo su da Polanski"

Andrea Giordanodi Andrea Giordano   
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Quanto si impara a stare al fianco di un grande Maestro? Molto, moltissimo, a sentire chi ne condivide l’esperienza. Non parliamo solo di gestione di un progetto, di creatività, di idee, siano di cinema o altra natura, ma anche di divertirsi, di giocare, consapevoli di come poterlo fare e in che maniera. Roman Polanski, 90 anni compiuti lo scorso 18 agosto, fa parte di questa nicchia, è un regista che (da solo) ha scritto e riscritto pagine dietro la macchina da presa, traducendole poi in opere visive dolorose e memorie indimenticabili: vedi Il pianista, che gli fruttò l’Oscar alla regia, o in creature più articolate e di grande ricostruzione storica, vedi L’ufficiale e la spia sull’affare Dreyfus.

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Nel palazzo delle bizzarrie

E così avviene in quelle più irriverenti, radicali e bizzarre com’è The Palace, presentato fuori concorso alla recente Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia ed in sala dal 28 settembre con 01 Distribution. Un esempio di quanto si possa costruire qualcosa al di fuori dagli schemi, rimanendo lo stesso credibile e divisorio. L’ambientazione è il Palace Hotel, sulle montagne svizzere, nella cittadina di Gstaad, che per una sera diventa crocevia di personaggi e differenze sociali. Siamo alla vigilia di Capodanno del 2000, una festa va preparata nei minimi dettagli. Il manager (il bravissimo attore Oliver Masucci mette in riga tutto lo staff, camerieri e cameriere, receptionist, facchini: ogni cosa deve essere perfetta, seppur aleggi il timore del Millenium Bug e il (possibile) blocco dei sistemi informatici.

Quando ciò che deve funzionare va in tilt

E come in una sorta di Vacanza di Natale geopolitica convergono in quel luogo i volti più diversi, gli stessi capaci di oscillare tra il grottesco e il vero, tra ricchezza e povertà, in quella che (prenderà forma) è una galleria (dis)umana e corale di stravaganze, situazioni, quasi di decadenza. Le divisioni sociali incombono, ma poi si annientano, ciò che deve funzionare, va invece in tilt. Ed è qui che la nuova giostra di Polanski inizia a prendere il via tra momenti di ilarità, surreali e demenziali, con incastri sessuali, ospiti russi intenti a guardare il passaggio di potere da Yetsin a Putin, protagonisti (e animali) al limite, e tanti inconsapevoli citazioni, da Weekend con il morto, ad addirittura Chinatown.

Molte facce celebri e ruoli da delirio

È una operazione alla Hollywood Party (claustrofobica e divertente) nella quale nessuno si salva davvero. O forse sì. Il cast, poi, fin dall’inizio, è di quelli delle grandi occasioni: una marchesa francese, interpretata da Fanny Ardant, un ex attore porno (Luca Barbareschi, qui anche produttore), e poi ancora Mickey Rourke, John Cleese, Fortunato Cerlino, Sydne Rome, ognuno libero nel suo spazio, ognuno desideroso (nella sceneggiatura) di farsi sentire.

“Davanti alla passione”, racconta Fanny Ardant, “all’energia, alla volontà del grande artigiano di stare su un set, della parte che avevo, questa esperienza mi ha dato una grande gioia, nel cercare un particolare, fino che lui, come regista, fosse contento. Ti fa capire cos’è la ricerca dell’assoluto e lui te lo offre su un piatto”. Altro discorso per Luca Barbareschi che con Polanski, ed Eliseo Multimedia, che qui produce (con Rai Cinema, in co-produzione con Lucky BOB, CAB Productions e RP Productions), ha ormai instaurato da tempo un rapporto solido, importante e di fiducia.

Un incontro fra ragazzini terribili

“Io ho la testa un po bacata”, ci dice, “perché produco, dirigo, faccio tante cose insieme. La cosa più utile in questo mestiere è mantenere però lo stupore verso la vita, cosa che Roman ha. Lui ha quell’irriverenza tale e necessaria da tutta la vita, la curiosità improbabile sopra qualsiasi altra cosa, che non è necessariamente il cinema, c’è la voglia di continuare a capire. Quando smetti di essere curioso sei un uomo morto. Roman credo sia un ragazzino di 15 anni, primo perché ride, secondo perché è curioso, terzo perché vive una coerenza intellettuale, a differenza di altri artisti.

Lui gli incidenti li ha avuti davvero, non ha bisogno di inventarli, ed è vero, non ti mente, poi magari in certe cose è furbissimo, ti prende in giro, ma ti obbliga a essere coerente. Vive, insomma una costante ricerca: è come nella fisica quantica, da una frase banale scopri qualcosa di nuovo, con lui è come stare al microscopio”.

Avere la propria figlia sul set

Ma leggendo tra i credit viene fuori un secondo Barbareschi, è Angelica, accreditata come Second Unit Assistant Director. “Ho sei figli”, ci racconta Luca Barbareschi, “non li ho mai forzati a fare il mio mestiere. Ha avuto un’opportunità, credo sia stata una bella esperienza per lei, seppur qualche giorno fa è tornata, sta incidendo un disco, credo che le sia stato molto utile vedere, soprattutto la disciplina. L’insegnamento più bello, che è simile a Roman, io invece l’ho avuto una volta agli Oscar quando c’era Fred Astaire: doveva solo salire le scale e scendere, ha provato quattro ore. Non ballava, saliva le scale e ridiscendeva quei sei salini. Qualcuno si è avvicinato e gli ha chiesto, ma poi lei balla? No, ma anche quei sei salini saranno un ballo”. “Perché”, conclude, “ogni cosa deve essere molto precisa. Vedendolo in diretta ho capito quanto, da una cosa piccola, puoi fare un grande spettacolo. E Roman è così”.

Andrea Giordanodi Andrea Giordano   
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Andrea Giordano

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