[Il ritratto] Addio Vanzina, resta la tua Italia chiassosa e superficiale che fa politica con gli slogan di Jerry Calà

Il regista che si è spento a 67 anni è stato la firma di alcuni dei più grandi successi al botteghino. Ritratto di un popolo che vorrebbe la rivoluzione ma poi, siccome costa fatica farla, si rifugia nei piccoli riti quotidiani e tradizionali. Che pure non sopporta più

Il regista scomparso Carlo Vanzina. Jerry Calà, suo attore feticcio, e lo slogan del comico ripreso dal vicepremier Di Maio
Il regista scomparso Carlo Vanzina. Jerry Calà, suo attore feticcio, e lo slogan del comico ripreso dal vicepremier Di Maio
di Cristiano Sanna   -   Facebook: Cr.S. su Fb   Twitter: @Crikkosan

"Piccantissimo!" gridava il goffo ragazzotto perennemente impacciato e infoiato con il gentil sesso, nel vedere che la bellona bionda del gruppo in spiaggia mollava la maglietta che le copriva il seno per afferrare al volo qualcosa che le era stato passato da un'altro della compagnia. Tette al vento. Risate goliardiche. E sfracelli al botteghino. Impossibili senza la bellezza leggera di Karina Huff o Isabella Ferrari agli esordi in Sapore di mare. "Libidine, doppia libidine coi fiocchi" metteva a punto il suo slogan Jerry Calà, poi esploso con Arrivano i Gatti. Regie di Carlo Vanzina, stroncato dal male con cui combatteva da tempo a 67 anni e 73 film in carriera. Un ritmo che, catena di montaggio, levati. Cinema fast food da consumare nel periodo del panettone, tra grandi incassi (che servivano a pagare anche produzioni d'autore), disprezzo sistematico dei critici (che ora passano alla rivalutazione postuma) e folle di spettatori in sala. Se oggi Luigi Di Maio, leader del MoVimento 5 Stelle al governo, cita lo slogan di Calà ripreso dal social network in cui il comico si prende gioco del precedente governo a guida Pd, è perché l'Italia che Vanzina lascia somiglia tantissimo a quella che ha ritratto per quasi 40 anni.

Guardare al "popolo" paga

Al cinema dei Vanzina (Carlo, regista, Enrico, sceneggiatore e coproduttore) non interessavano le trasformazioni sociali dell'Italia. Il dibattito sull'accettazione dei gay, sulle famiglia di fatto, sui cortei arcobaleno. Interessava concentrarsi sul carattere profondo delle genti che abitano lo Stivale e le sue Isole. Italiani arruffoni, trasformisti, qualunquisti, abilissimi nel dissimulare quel che sono: principi decaduti, imprenditori con scheletri nell'armadio, padri e madri di famiglia con amante da trovare nell'ennesima vacanza di rito, lesti a fiutare l'occasione furba e a capire dove il vento gira (come il finto gay di Un' estate al mare, che ha capito che in quel ruolo può diventare il privilegiato consulente di stile di un miliardario). Ma anche vittime di un candore che non è permesso da questi tempi, da questo Paese fatto di lussi e lustrini (Via Montenapoleone, I miei primi 40 anni, Le finte bionde) e di cafonaggine vissuta come se fosse l'ultimo nascondiglio della vera umanità rispetto ai doveri civili e civici. Guardare al popolo paga, e Carlo Vanzina (figlio del grande regista Steno, un monumento della commedia all'italiana, da Totò in poi) lo sapeva bene. Senza la pretesa di dare lezioni di politically correct, ma limitandosi ad esaltare in modo grottesco l'italiano de panza, quello pieno di piccoli piaceri e di grandi rabbie. Cordiamente evitato da una certa sinistra e ora immerso nel piacere intenso di spostarsi altrove, in braccio alla Lega e al partito che grida onestà! onesta! E che pure, finora, si dice sodale di quel Carroccio accusato di aver truffato allo stato quasi 50 milioni di euro, con condanna all'esproprio finché quella cifra venga raggiunta a compensazione.

Prima di Zalone

Fino all'esplosione di Checco Zalone, l'Italia della commedia scacciapensieri e miliardaria al botteghino si basava su un triumvirato di registi: Carlo Vanzina, Enrico Oldoini, Neri Parenti. Sono stati loro a darci a regolare giro di tempo Le comiche e i Fantozzi post Luciano Salce, I pompieri ed Eccezziunale veramente, Sotto il vestito niente e Le barzellette. Tanto che i vari cinepanettoni (termine che nasce proprio con il cinema dei Vanzina) hanno finito per mescolarsi, e i meno attenti hanno spesso confuso i registi. Talmente questo cinema popolare era interscambiabile. Come la folla di volti passati per i film di Carlo Vanzina, e che gli devono molto: Diego Abatantuono, Jerry Calà, Isabella Ferrari, Christian De Sica, Marina Suma, Luca Barbareschi, Ezio Greggio, Massimo Boldi, Raoul Bova, Carol Alt, Massimo Ghini, Rocco Papaleo, Anna Foglietta, Ambra Angiolini, l'immancabile Paolo Villaggio, Max Tortora. Il presente degli sfracelli al botteghino è di Checco Zalone, capace di ritrarre l'animo canagliesco e arruffone dell'italiano medio, e di gettarglielo addosso con maggiore cattiveria di Vanzina, riprendendo la lezione di Sordi.

Un Paese che vuole cambiare, che vota 5 Stelle alla ricerca della rivoluzione, che si illude che cacciando via i migranti come urla Salvini tutti torneremo ad essere più ricchi e con maggiori opportunità. Ma che poi non ha voglia di rivoluzione, perché è scomoda e costa fatica. Il Paese che fa mostra di tenere moltissimo alle tradizioni, e che poi durante la cena delle feste, durante il brindisi, fa come Riccardo Garrone in Vacanze di Natale. Leva il calice e dice: "E anche questo Natale ce lo siamo levato dalle palle".