Cannes ai piedi di Tom Cruise. La battuta fulminante che spiega perché è l'ultima vera star

"Perché continuo a rischiare la vita sui set e a non volere una controfigura? Nessuno ha mai chiesto a Gene Kelly perché ballasse". Quaranta anni e non sentirli. Quarant’anni di film, interpretazioni, ruoli memorabili che solo per coincidenze (diciamo) sfortunate non gli hanno permesso di arrivare all’Oscar, statuetta che avrebbe meritato a mani basse già per

Nato il 4 luglio di Oliver Stone nei panni del vero Ron Kovic, rimasto paralizzato dopo essersi arruolato in Vietnam.

Tom Cruise, 60 anni il prossimo 3 luglio, è oggi l’unica grande star da botteghino di “vecchia” scuola anni ‘80, capace, senza limiti d’età, di continuare a essere attuale e trasversale, sintonizzato non alle mode, ma al modo di narrarsi, da grande conoscitore del sistema Hollywood e di tutti i suoi meccanismi. Una macchina(Hollywood) non sempre perfetta, che però con lui si rialza e rilancia missioni impossibili, avventure impensabili, eroismo d’altri tempi, voglia di (far) sognare ancora, e tanto, gli spettatori e le generazioni.

Al Festival di Cannes assistiamo all’evento tanto atteso: 1000 persone tra giornalisti, addetti, semplici appassionati, i fortunati dell’ultim’ora a prendere il biglietto, riuniti insieme nella famosa Sale Debussy, il secondo tempio per importanza al fianco del Grand Théâtre Lumière.

E come le grandi icone che meritano, il primo omaggio è lungo e prolungato, 15 minuti di montaggio video, attraversando molti dei suoi personaggi, momenti, battute. Si va da da Risky Business - Fuori i vecchi... i figli ballano a Il colore dei soldi, Cocktail, Jerry Maguire, Magnolia, Eyes Wide Shut, avanti e indietro con la lancetta del tempo.

E ancora Giorni di tuono, Cuori ribelli, L’ultimo samurai, Intervista col vampiro, Codice d’Onore, Rain Man, le tante Mission Impossible (in attesa dei due prossimi). Senza dimenticare il primo Top Gun (anno 1986) di Tony Scott, il collante perfetto per riannodarlo al presente col sequel, Top Gun: Maverick (in sala dal 25 maggio, presentato in anteprima al Festival), nuovamente nei panni del tenente Pete Mitchell, Maverick per tutti. Una lezione di pura adrenalina, e di un modo di far cinema d’intrattenimento action, pronto a far schizzare il botteghino, consacrando, come se non bastassero alcuni dei titoli detti, la sua leggenda. Un mito in carne e ossa, un perfezionista assoluto, in grado sempre di fare la differenza sul (e fuori) dal set, in grado, guardandolo firmare autografi fuori dal Palais, di bloccare nel vero senso della parola la circolazione, con orde di fan assiepati fin dalle prime ore del mattino per vederlo, salutarlo da lontano, monopolizzando il red carpet a livelli inimmaginabili.

«Non ho mai frequentato una scuola di cinema, ma da bambino, a 4 anni, conoscevo già i film», ha raccontato.

«Mi informavo, sapevo chi fossero produttori come Stanley Jaffe, registi del tipo Harold Becker, sono cresciuto guardando i film di Chaplin, Buster Keaton, Harold Lloyd. Quello che ho fatto poi è stato andare in profondità, in ogni singolo dettaglio, dipartimento, studiavo perché pensavo “se non dovessi mai più fare un altro film, voglio capire di cosa si tratta”. Ed ero il tipo di ragazzo che si appuntava gli obiettivi sul muro, quello che volevo che fosse la mia vita. Ed avrei lavorato sodo per raggiungere il mio scopo. Facendo così mi sono educato da solo al mestiere d’attore, andando però oltre, in modo che potessi imparare, e soprattutto capire maggiormente di me stesso».

Raccontare storie, viaggiare il mondo, conoscere tutte le professioni per potersi arricchire e finalizzare al meglio il proprio mestiere, lo ripete più volte quasi a mo’ di mantra personale, ma oltremodo sottolinea il potere della gente, a cui deve tutto, a cui è grato, senza la quale non avrebbe potuto avere queste opportunità: «faccio cinema per il pubblico», in quella che a tutti gli effetti è una relazione d’amore, stima, affetto, incondizionata ammirazione.

«Il viaggio fino ad oggi, sottolinea Cruise, «è stato comprendere, senza paura di non sapere. Volevo una vita in cui poter viaggiare, e non essere solo un turista, lavorando in paesi diversi, far parte di tante culture, abbracciare lingue differenti.

Alle anteprime metto il berretto, e mi siedo ancora tra il pubblico con le persone che entrano: non c’è emozione più bella.