Silvio Orlando e la grandezza dell’invisibilità. Per una volta l'attore che gioca a nascondino si svela

Videointervista con un attore che come fanno solo i grandi, si nasconde, non si celebra, e lascia che le storie prendano forma. Torna con un film "Il bambino nascosto" che "consente di far vedere dov’ero arrivato come attore, e qui ho capito che spesso i silenzi sono più importanti delle parole"e

Un attore capace di vivere d’esperienze, e incarnarne altre, lasciando ogni volta traccia e segno, artistico, umano, culturale, ma che poi, come fanno solo i grandi, si nasconde, non si celebra, e lascia che le storie prendano forma.

Silvio Orlando fa parte di una piccola cerchia che non ha bisogno di essere raccontata, perché per lui parlano le vite vissute e una carriera straordinariamente intensa, divisa tra palco, grande e piccolo schermo, progetti d’autore, o enormi successi internazionali come la doppia serie The Young Pope e The New Pope di Paolo Sorrentino, in cui è diventato un leggendario Cardinal Voiello. Uno che ama lavorare davvero, e metterci l’anima, come nell’ultimo e intenso viaggio emotivo di Roberto Andò, liberamente tratto dal suo romanzo omonimo, Il bambino nascosto (in sala dal 3 novembre, distribuito da 01 Distribution), film di chiusura alla recente Mostra del Cinema di Venezia, e presentato all’ultimo Lucca Film Festival e Europa Cinema, dove Orlando ha ricevuto il Premio alla carriera.

Un ritorno al cinema «il luogo delle risposte e non delle domande», dice, in cui poter entrare in contatto con un racconto fatto di silenzi, ritrovate energie, speranza, interpretando un maestro di pianoforte, pieno di talento, ma abbandonatosi a una solitudine esistenziale. Un personaggio costretto dagli eventi, o forse da stesso, a fare un passo indietro nella vita, a rendersi invisibile agli occhi degli altri, lontano dal mondo, ma che un giorno si ritrova in casa un ragazzino, Ciro (il bravissimo Giuseppe Pirozzi) figlio di camorristi, intrufolatosi proprio per evitare di rimanere legato ad un ambiente senza vie di fuga. È l’inizio di una conoscenza reciproca, dolorosa, piena altresì di sentimenti e amicizia, in grado di unirli, e forse renderli più forti e aperti di quanto sono stati fino ad allora.

«Avevo mille dubbi, ma quando ho letto la sceneggiatura non ho esitato, racconta Silvio Orlando. "Il film mi consentiva di far vedere dov’ero arrivato come attore, e qui ho capito che spesso i silenzi sono più importanti delle parole, e lì puoi raccontare mille cose. Ma d’altronde io sono uno che ama ascoltare gli altri" .

L’ennesima prova di un Orlando superlativo, e su misura, nella sua consueta semplicità ed essenza, pieno di quella sensibilità e verità dipinta sul volto, che mette sempre al servizio della narrazione, una sua cifra, da quando oltre 30 anni fa debuttava per Salvatores, spaziando dal drammatico alla commedia E tutti, in questo senso, lo hanno voluto con sé nei loro viaggi emotivi e diversi: da Nanni Moretti a Paolo Virzì (con il quale tornerà nel prossimo Siccità), da Daniele Luchetti a Mimmo Calopresti, da Pupi Avati (Il papà di Giovanna gli regalò la Coppa Volpi a Venezia come miglior attore), al compianto Carlo Mazzacurati, e a Leonardo Di Costanzo (con Ariaferma, attualmente in sala). E chiaramente Sorrentino, che giovanissimo gli mise pure in bocca le prime parole da co-sceneggiatore in Polvere di Napoli di Antonio Capuano. Esempi, di un uomo votato al talento, capace di riaccendere la passione e curiosità in chi lo guarda, come a teatro, «la mia decrescita felice, nel quale imparo e maturo continuamente» svela, che lo vede protagonista in tour nello spettacolo La vita davanti a sé, tratto dal libro di Romain Gary. Da vedere.

«Talvolta la vita di un attore si spegne temporaneamente, sottolinea, bisogna allora ricaricare le pile, ritrovare il pubblico e farsi ridesiderare, è necessario coltivare quel rapporto e quelle vibrazioni».

Riprese video Boguslab