Toni Servillo ridà luce ad Eduardo Scarpetta “Il lavoro? Un esercizio quotidiano, fatto anche di rinunce”

Mattatore alla Mostra del cinema di Venezia, in realtà ogni volta sul grande schermo. Toni Servillo presenta il terzo film, dopo È stata la mano di Dio diretto da Paolo Sorrentino, e Ariaferma di Leonardo Di Costanzo, Qui rido io, diretto da Mario Martone, in lizza per il Leone d’Oro (uscirà in sala dal 9 settembre distribuito da 01) in cui dà ulteriore prova della sua magistrale versatilità, affrontando Eduardo Scarpetta. Maschera, figura iconica, commediografo ed interprete cruciale del panorama italiano, il titolo rimanda ad una scritta della sua casa, Villa La Santarella, a Napoli, fu padre soprattutto di un teatro moderno, da Miseria e Nobilità, a personaggi quali Felice Sciosciammocca, capace, nella sua vita, di lasciare il segno, sia come capo-tribù famigliare, quanto nel mondo della recitazione. Genio e disciplina, unicità, ma anche mistero, celato dietro ad un’esistenza intensa, piena di figli, la maggior parte non riconosciuti, diventati altresì punti di riferimento, Eduardo, Peppino e Titina De Filippo, tanto per citarne alcuni, il successo, talvolta esibito-esasperato, che lo portò pure a “sfidare” Gabriele D’Annunzio, adattando una sua tragedia, Il figlio di Iorio, in una commedia, a dover sopportare un processo (poi vinto) con lui e le contestazioni di chi l’avrebbe voluto fuori. Pellicola tra le migliori viste ad oggi, che segna per Servillo un’altra prova perfetta, e che in effetti potrebbe davvero portare lui, e il film, ai premi importanti.

Scarpetta, il re della risata, il genio inarrivabile. Lei com’è l’ha immaginato?

Come un animale, un predatore, capace di tracciare i propri limiti territoriali, e lì stabilire la propria caccia. Scarpetta aveva una brama vorace, in grado di coinvolgere tutto e tutti, donne, il teatro le città, le tournée, in uno scambio di vita e palcoscenico, dove mischiare i salotti, quanto il dietro le quinte, inaugurando un modo di recitare moderno, lontano dai canoni precedenti, diventando un personaggio quasi mitologico.

Cosa raccontate?

Il film fa coincidere nascite e debutti, successi e insuccessi, entusiasmi e depressioni, invidie e ammirazioni, esattamente come un grande prisma, il flusso della vita, di un attore chiamato a farsi carico di rappresentarsi anche attraverso il proprio corpo. La sua vitalità è stata irresistibile e meravigliosamente piena.

Se ripensa invece alla sua carriera, quali sono gli elementi che hanno fatto la differenza?

Il lavoro è legato ad un esercizio quotidiano, anche a rinunce, all’idea di non cedere alla mediocrità, abbracciando invece un certo tipo di etica, di racconto, dandogli continuità, forza, rigore.

Qualche giorno fa l’abbiamo vista in uno dei film maggiormente personali di Sorrentino. Con lui?

L’ho detto, Paolo mi ha sempre considerato una sorta di fratello maggiore, ora ho avuto come una promozione sul campo, interpretando suo padre. Devo dire, però, che nel corso di nostra collaborazione, vent’anni fa iniziavamo grazie a L’uomo in più, era già capitato diverse volte che lui mi dicesse, qualora avesse trovato la giusta distanza per affrontare un momento così doloroso della sua vita, che io avrei interpretato proprio uno dei suoi genitori.

Che emozione le he fatto?

Immensa. Ma non ha mai chiesto di essere esattamente quello che lui stesso conservava nella propria memoria, c’ha dato spunti, dicendo a me, e a Teresa Saponangelo, che fa sua madre, di apparire  innamorati. L’amore, infatti, era il bagaglio legato a un momento di felicità e spensieratezza che conservava da tempo. È un regista lucido, dalle idee chiare, mi auguro che questo film possa essere solo un nuovo inizio per altri 20 anni insieme.