Roma Travolta da John. E lui svela i clamorosi "no" e perché Richard Gere dovrebbe ringraziarlo

Ha parlato del ballo, di "Pulp Fiction" e della "Febbre del sabato sera", delle sue origini italiane e dei clamorosi rifiuti: giocare sul suo cognome è fin troppo facile ma non c’è dubbio che la Festa del Cinema sia stata “Travolta” dal divo americano

di Cinzia Marongiu   -

Giocare sul suo cognome è fin troppo facile ma non c’è dubbio che la Festa del Cinema di Roma sia stata “Travolta” da John. Il divo americano arrivato nella capitale pilotando il suo aereo privato ha fatto impazzire tutti, concedendosi come nessun altro ai fan e alle richieste di autografi e selfie. Sorridente, gentile, disponibile. “Sono felice”, “Grazie”, “ciao amore”: ha pure abbozzato qualche frase in italiano accompagnandola con quel suo sguardo luccicante che ha fatto innamorare svariate generazioni di donne. I 65 anni dell’anagrafe se li porta benissimo perché se è vero che qualche chilo in più appesantisce il girovita e che il cranio ora è rasato, il passo è ancora quello felpato e guizzante di “Stayn’Alive”. D’altra parte è lui stesso a confessare che il suo grande amore per il ballo non è mai finito: “Oggi Tony Manero (il mitico protagonista de “La febbre del sabato sera” che gli valse la prima candidatura all’Oscar, ndr) ballerebbe il tango. Io stesso l’ho ballato tre mesi fa in un videoclip “3 to Tango” girato con il mio amico Armando Perez”.

Ero preparato al successo

Travolta parla diffusamente della sua carriera stellare dove tre titoli brillano più di tutti: oltre alla “Febbre del sabato sera”, non si può dimenticare “Grease” e “Pulp Fiction” di cui proprio quest’anno si celebra il 25° anniversario. “Quentin credette in me e io in lui”, racconta. E spiega: “Questi tre film sono memorabili perché sono senza tempo. E io sono molto orgoglioso di averli fatti perché ciò che conta per me e ciò che mi ha sempre sostenuto è il parere del pubblico. Se questi film hanno fatto divertire le persone e continuano a farlo io ne sono autenticamente felice”. Il successo nel suo caso davvero travolgente alla fine degli anni Settanta e negli anni Ottanta però non lo ha mai destabilizzato: “No davvero. Ero preparato. Non voglio sembrare presuntuoso, ma io provengo da una famigkia di attori e registi che mi avevano insegnato ad accogliere il successo per migliorarmi sempre di più. E per non aver paura nel lanciarmi in nuove sfide”.

Quel no che mi rimangerei

Travolta svela anche i tanti no pronunciati nella sua carriera, alcuni per film che si rivelarono dei grandi successi e che lanciarono la carriera di Richard Gere: “Ho detto no per un motivo o per l’altro ad “American Gigolo”, “Ufficiale e Gentiluomo”, “Il miglio verde”, ”Splash”, “I giorni del cielo” e “Chicago”. Ma sono no di cui non mi pento perché “nel frattempo ho fatto altre cose. Forse l’unica decisione sulla quale ritornerei è il no al musical “Chicago” perché nello spettacolo teatrale le donne odiavano gli uomini, cosa che invece non succede nella versione cinematografica. Prima di rifiurtare mi sarei dovuto informare meglio”.

 Io, fan di Marlon Brando e di Sofia Loren

Travolta ha portato alla Festa di Roma il suo ultimo film, “un piccolo film indipendente a basso budget”, come dice lui con grande affetto. Si intitola “The Fanatic” ed è un thriller diretto da Fred Durst dove interpreta un fan stalker che perseguita il suo divo di riferimento. “Ma io non ho mai avuto paura di questo aspetto del successo. A mia volta sono fan di tanti artisti come James Cagney, Sofia Loren, Fellini, Bertolucci, i Beatles e di film come “Cabaret” e “Il padrino”. Ho amato molto Marlon Brando che era un mio grande amico, così come Liz Taylor.

Il divo ha parlato anche delle sue origini italiane: "mia nonna era di Napoli, mentre mio nonno era siciliano" ha detto tra gli applausi. “Arrivò negli Stati Uniti a bordo di una nave nel 1902 e mia nonna lo seguì 4 anni più tardi. Tempo fa sono stato in Sicilia ma non ho trovato traccia di nessun mio parente. Forse il nome “Travolta” è stato sbagliato nella trascrizione”.