Roberto Benigni: "Noi uomini siamo donne che non ce l'hanno fatta". La prossima sfida a sorpresa

L'idea che questo eterno giullare, capace di trasformare in poesia tutto ciò che sfiora, normalizzando i tabù del sesso e rendendo accessibile "La Divina Commedia", possa invecchiare ci è estranea. E allora meglio dirgli grazie rileggendosi la sua più bella dichiarazione d'amore

Alto e basso, sacro e profano, amore e dissacrazione, serietà e irriverenza, i Dieci Comandamenti e l’Inno del Corpo sciolto, l’Olocausto e la carrellata di nomi con cui chiamare la vagina sotto lo sguardo implorante e divertito di Raffaella Carrà. Roberto Benigni riesce a mettere insieme gli opposti e a far convivere felicemente le contraddizioni. È un unicum che tutto il mondo ci invidia, una mina vagante inarrestabile che non ha paragoni nel mondo dello spettacolo.

Mina vagante inarrestabile, folletto che tutto il mondo ci invidia

E l’idea che questo eterno giullare dall’aria birichina che sa trasformare in poesia tutto ciò che sfiora, normalizzando gli infiniti tabù legati al sesso ma anche rendendo accessibili a tutti vette letterarie come “La Divina Commedia”, possa compiere gli anni e perfino invecchiare ci è estranea e quasi blasfema. I folletti non invecchiano, le icone non vengono intaccate dallo scorrere del tempo. Così oggi che cade il suo settantesimo compleanno è l’occasione giusta, semmai, per dirgli grazie. Per ringraziarlo di tutte le risate che ci ha fatto fare (indimenticabili quelle con Massimo Troisi in “Non ci resta che piangere” così come le recensioni cinematografiche farlocche dell'"Altra Domenica" con Renzo Arbore) ma anche di tutte le volte che ci ha “rivelato” un testo arcinoto con quel suo sguardo puro di bambino, consegnandocelo rivestito di una nuova integrità, di un insondabile significato, di una rinnovata forza.

Conosco solo una maniera per misurare il tempo, con te e senza di te

Magia di un talento eclettico e duttile come pochi che all’improvvisazione e al gusto della rottura degli schemi ha saputo unire negli anni capacità critica e studio instancabile. Oggi, come sempre, starà per i fatti suoi, nessuna celebrazione pubblica. Sarà irraggiungibile ai più ma non all’amore della sua vita, Nicoletta Braschi, compagna, musa, complice. La donna, discretissima come lui, che lo ha affiancato in tanti suoi capolavori, a cominciare da “La vita è bella”. La stessa alla quale un anno e mezzo fa, davanti splendore del Lido di Venezia mentre teneva stretto in mano il Leone d’Oro alla carriera, ha dedicato la dichiarazione d’amore più bella che una donna possa sognare: “A chi dedico il Leone? Non posso dedicarlo a Nicoletta: è il suo. Abbiamo fatto tutto insieme, per 40 anni. Lo portiamo a casa e lo dividiamo così: io mi prendo la coda per mostrarti la mia gratitudine anche scondinzolando, le ali invece sono le tue per il talento, il mistero, il fascino, la femminilità. Emani luce. Fin dalla prima volta che ti ho vista sono rimasto abbagliato e mi sono chiesto se il buon Dio non avesse fatto un altro sole. È stato amore a prima vista, anzi a ultima vista. O meglio a eterna vista. Aveva ragione Groucho Marx quando diceva “gli uomini sono donne che non ce l’hanno fatta”. Ed è la verità. Io non ce l’ho fatta a essere come te, Nicoletta. Se qualcosa di buono l’ho fatto lo devo a te. Conosco solo una maniera per misurare il tempo, con te e senza di te”.

Ora il suo di tempo è dedicato al “Cantico dei Cantici”, l’ennesima sfida di chi è riuscito a fare spettacolo su tutto, perfino sugli articoli della Costituzione, inchiodandoci ogni volta al divano tra recital, film, incursioni televisive tanto temute dai dirigenti Rai quanto benedette dall’Auditel. Benigni sta costruendo un grande show dedicato a San Francesco di Assisi, il più umano tra i santi. E l’amore, per quest’uomo innamorato della vita, ancora una volta la farà da padrone.