Messner, il primo uomo a conquistare tutte le 14 vette oltre gli 8mila metri, svela il segreto di un buon alpinista

Pronunci il suo nome, e basta quello per aprire un mondo composto da decine di libri, documentari e film realizzati, epica, esperienze, viaggi, i complessi museali (da lui stesso ideati), e soprattutto grandi imprese: il primo uomo a conquistare tutte le 14 vette oltre gli 8mila metri, tra il 1970 (il Nanga Parbat, la vetta dove morì il fratello Gunther) e il 1986 (il Lhotse, in Nepal). Nel mezzo, tra gli altri, l’Everest, il K2, il Broad Peak, l’Annapurna, il Makalu.

Le scalate e le esplorazioni di Reinhold Messner ridiventano sempre forti nelle immagini, nelle parole e in quei video d’archivio, istanti, capaci oltremodo di bypassare il tempo e le generazioni, regalando la medesima emozione.

La montagna, non come sport, ma come filosofia di vita

Tra mito e leggenda, Messner è un punto di riferimento però reale, un intellettuale concreto, intriso di valori e ideali, colmo di energie, lo si vede standogli accanto pochi minuti, una figura illuminata votata oggi a fare divulgazione e formazione. Il tema non smette di appassionare e aprire conversazioni: la montagna, non come sport, ma come fattore culturale, filosofia di vita, essenza del rapporto uomo – natura, vive nella narrazione perenne di grande osservatore qual è. La stessa che lo ha portato al 70° Trento Film Festival (di cui è diventato socio onorario) raccontando l’evoluzione dell’alpinismo attraverso sette momenti e nomi “sempreverdi”, dal 1952 al oggi. Uno spettacolo di musica, ospiti, scatti, riflessioni, portato a delineare il cambiamento di un movimento, nel quale lui rimane simbolo indiscusso, in parete o in cordata, quanto sulla terra ferma, lontano da ogni classificazione, seppur guardi al domani con incertezze e dubbi.

«Sono molto scettico sul futuro», sottolinea «perché un alpinista, uno sportivo, è dimenticato abbastanza velocemente. Abbiamo troppi mass media, servono figure nuove, avventure nuove, sensazioni nuove, i giovani non si ricordano.

Ho una grande fortuna di avere un pubblico fra bambini e anziani, però questo dura finché sono attivo. Dopo sarà andata. Ma ho cercato di cambiare forma di storytelling, io sono uno storyteller, a me interessa in primis la narrativa dell’alpinismo. I grandi alpinisti, per esserlo fino in fondo, devono aver trasmesso qualcosa in questo senso.

La mia storia è soggettiva, molto pensata, non faccio i complimenti a qualcuno a caso, devono essere capaci come scrittori. Bonatti, oltre a essere stato il più grande alpinista degli anni ‘50-’60, è stato un ottimo scrittore ad esempio».

La scrittura la base per la conoscenza

Dunque la scrittura è la base per la conoscenza. Tecnica, preparazione, nessuna improvvisazione quando si sfida la roccia, ma oltre a questo per Messner c’è il desiderio di recuperare un certo tipo di approccio alle cose, sganciandosi da zone meno confort, provando ad esporsi maggiormente, lasciando da parte la tecnologia, le facili distrazioni. 

Il coraggio, la sfida, una buona dose di follia, partono anche da lì, in cerca di se stessi, in cerca di una connessione solitaria, nella quale la propria dimensione umana riprende vigore, e si ascolta di più. Ritorno al monti (ripubblicato ed aggiornato lo scorso gennaio, scritto nel 1971 quando aveva 25 anni) riassume quel verbo ed approccio intriso di bisogno e desiderio di tornare ad una forma “arcaica” e pionieristica.  

«Ricordando quel libro, era abbastanza romantico», dice. «Nel frattempo il romanticismo è finito in secondo ordine, così l’idealismo. Valori bellissimi, ma pericolosi. Oggi l’alpinismo si è diviso in tante discipline, manca la responsabilità per la natura, maggior parte delle persone seguono tracce preparate, la cosa più importante della salita è diventata la comunicazione. Il non morire era l’arte dell’alpinismo: senza esposizione non c’è avventura.

Noi mettiamo le nostre emozioni nelle montagne». Emozioni che oggi si possono ritrovare altresì nel Messner Mountain Museum (uno centrale e 5 satelliti), nei quali si inventato e sperimenta una sua forma di racconto, «dove la natura, fuori, regge il contenuto. L’anno prossimo ne apriremo un altro in Nepal, dedicato all’Himalaya e agli sherpa».