Refn presenta "Solo Dio perdona", ma Gosling non si presenta

Refn presenta 'Solo Dio perdona', ma Gosling non si presenta
TiscaliNews

Era uno dei film più attesi del concorso. Dopo Drive, premiato nel 2011 con la Palma per la miglior regia, il danese Nicolas Winding Refn, diventato ormai un regista cult, ritorna al festival d’oltralpe con il nuovo Solo Dio perdona (nelle nostre sale dal 30 maggio), interpretato ancora una volta dall’amico Ryan Gosling. Peccato che l’attore de Le idi di marzo di Clooney sia il grande assente: “Non è riuscito ad arrivare per impegni lavorativi”, annunciano dalla sala conferenze (sta girando la sua opera prima da regista How To Catch a Monster). A rubargli la scena è il veterano Robert Redford, fuori concorso con All Is Lost del giovane J.C. Chador. Refn questa volta non convince, la stampa si divide, c’è chi fischia e chi applaude, una reazione ben lontana da quella regalata a Drive. Peccato.

Un collegamento con Drive - Questo Only God Forgives (titolo originale) potrebbe essere una sorta di continuazione del film precedente in cui il protagonista lascia l’America per trasferirsi a Bankok dove gestisce un club di thai boxe e un giro di droga. In una Thailandia violenta e senza regole, in cui la giustizia si confonde con la vendetta personale, Julian (Goslyng) cerca di trovare una via d’uscita nel rapporto con Dio (personificato dal poliziotto Chang, giustiziere armato di katana) e con la madre Crystal (una Kristin Scott Thomas quasi irriconoscibile), che arriva dagli Stati Uniti a seguito dell’assassinio del primo figlio Billy, ucciso dopo aver massacrato una giovane prostituta. “Ne avrà avuto i suoi motivi!”, dice la madre a Julian, una battuta cinica già cult. “Il viaggio di Julian è come quello di un sonnambulo, senza meta”, afferma Refn.

Atmosfere più claustrofobiche e patinate - Le atmosfere ricodano quelle di Drive, ma sono ancor più claustrofobiche e patinate da una luce rosso sangue. I dialoghi sono ridotti al minimo, Gosling praticamente non parla, e a riempire gli spazi desolanti sono i silenzi e le immagini raccapriccianti che piaceranno tanto a Eli Roth (regista di Hostel). Refn crea un cortocircuito tra la violenza e un sottotesto spirituale. “All’inizio mi avevano proposto un film sulla thai boxe, di cui non sono un amante, così ho dirottato il plot su qualcosa di mistico che confluisse nella realtà dell’Est e su un uomo che combatte la sua battaglia contro Dio”. Non solo, anche con una madre-padrona, “amante” di Billy, “una sorta di Lady Macbeth – la descrive Kristin Scott Thomas – una donna selvaggia e violenta”, anche se, confessa l’attrice inglese: “Non mi piaccioni i film violenti, mi piaceva l’idea di lavorare con Refn e su un personaggio completamente diverso dal solito”. Per il regista invece “la violenza è arte, fa parte della vita, sono un feticista della violenta e delle emozioni forti”.