Monica Bellucci smaschera il lato oscuro del successo: “Le mie figlie? Convivo con i sensi di colpa”

Monica Bellucci “insegue” la leggenda di un’icona immortale, che nel fulgore della sua bellezza artistica e di vita, è stata la più desiderata, Anita Ekberg. Succede nella creatura ibrida (docufilm sarebbe riduttivo), ideato e scritto dalla giornalista Paola Jacobbi, insieme a Camilla Paternò, diretto da Antongiulio Panizzi, The Girl in the Fountain (in sala l’1 e il 2 dicembre), e presentato in anteprima all’ultimo Torino Film Festival. Un titolo che rimanda inevitabilmente a una delle scene mitiche dell’attrice svedese, dove, scanzonata e affascinante, si immergeva nella Fontana di Trevi di Roma, protagonista con Marcello Mastroianni de La dolce vita di Federico Fellini, un trionfo (allora) capace di farle scalare la vetta, per poi (dopo) imprigionarla in un immaginario e discesa.

Tutto parte come se la stessa Bellucci dovesse in effetti interpretarla in un biopic, e per questo avvicinarsi al personaggio, conoscendola a fondo, essere lei per certi versi, tra abiti originali (il “pretino” disegnato da Piero Gherardi sempre per La dolce vita), parrucche, emulandone gesti e voce. Da qui il racconto si alterna, entra ed esce dalla storia, sembra un continuo brainstorming visivo, in cui, travolta da interviste e documenti (anche inediti), la Ekberg ci compare, si racconta allo spettatore, diventa l’oggetto di studio e analisi per tutti, a partire dalla stessa Bellucci.

Leggenda, attrice, donna libera, indipendente, desiderata da molti, ma sfortunata nella realtà, in amore (due matrimoni falliti alle spalle), ha sempre avuto la voglia di vivere e di non prendersi troppo sul serio, anche quando ormai, dimenticata dall’orgia degli ammiratori di sempre, si è spenta da sola. Una vita incredibile la sua: da Miss Svezia al tetto del mondo, passando per l’America, lavorando al fianco-con Frank Sinatra, Tyrone Power, Henry Fonda e Vittorio Gassman (in Guerra e Pace), diretta dai registi migliori, King Vidor, Fellini come detto (I clowns, in Intervista, a ricordare i tempi che furono,  nell’episodio di Boccaccio ‘70, Le tentazioni del Dottor Antonio), De Sica, Antonioni (Nel segno di Roma) dove apparve come mitologica Regina Zenobia di Palmira. Ruoli, che ad un certo punto, dalla famosa fontana, si sono fatti ripetitivi, non all’altezza, e che non l’hanno più valorizzata come avrebbe voluto e potuto.

Ma la cosa interessante di questo lavoro, non solo a livello di ricordo-raffronto generazionale, è il fatto che ci sia proprio un’altra icona dei nostri giorni, così (apparentemente) lontana, a esserle quanto mai vicina nel riuscire a condurci in questo sentiero di ricordi, e che per farlo si sveli lei stessa parallelamente. Lo fa di fronte uno specchio, in alcuni sprazzi: la Bellucci riflette, si guarda dentro, anche su ciò che lei forse ha vissuto, portando all’attenzione temi, che in fondo, in certi casi, non sembrano per nulla cambiati. La Ekberg lottò con i paparazzi, li prese pure a frecciate (nulla di inventato, tutto vero), così la Bellucci si è dovuta difendere negli anni riguardo la propria privacy, cercando nella carriera, di mostrare il suo talento e perseveranza, contro un pregiudizio che l’ha voluta, spesso, ingiustamente, solo bella. Bellezza, di cui entrambe probabilmente hanno sofferto, come “maledizione”, ma non come ostacolo.

The Girl in the Fountain parla di questo, di dive e divismo, di cambiamento, in termini di star system, di passato e presente, ma è anche l’occasione per conoscere una Bellucci privata, intenta a parlare con le figlie, nelle mura domestiche, in cucina, ritrovandola più accessibile, che ha, ci dice, “ancora molta voglia di imparare dal suo mestiere”.

Un'occasione anche per parlare delle donne: "Per le donne è stata dura. Ad un certo punto, gli anni che passavano erano la morte sociale, del simbolo femminile: oggi non è più così. L’anima, l’energia, non hanno a che fare con l’età. Oggi siamo cambiate, diciamo la nostra, ci rispettiamo di più, ci amiamo di più, e gli altri ci guardano con maggior amore. Una volta, è capitato, sentendolo nella mia vita, se diventavi madre, non rappresentavi più un simbolo di desiderio, ma non è vero le cose combaciano adesso, possiamo essere tutto. Siamo donne, siamo vive, e non imbalsamate"