Mereghetti: "Avatar? Visivamente straordinario ma è una favola semplicistica"

Mereghetti: 'Avatar? Visivamente straordinario ma è una favola semplicistica'
di Cristiano Sanna

E' il giorno di Avatar. Arriva in tutti i cinema italiani il film più costoso della storia, quello che ha impegnato per oltre dodici anni il suo realizzatore, il regista James Cameron, già conosciuto per Aliens, The Abyss, Titanic, True Lies e i primi due capitoli della saga di Terminator. Mentre si avvia a polverizzare tutti record di incassi e provoca i dibattiti più disparati (sul presunto effetto depressivo che provocherebbe negli adolescenti, sul rigurgito di neo-paganesimo che favorirebbe, sui temi della trasmigrazione dell'anima in forma tecnologica) in molti si chiedono se davvero il kolossal di Cameron si possa considerare uno spartiacque nella storia del cinema. Ne abbiamo parlato con Paolo Mereghetti, il più noto critico cinematografico italiano, giornalista del Corriere della Sera e autore del dizionario del cinema più autorevole e venduto nel nostro Paese. Mereghetti è tra i pochissimi ad aver già visto e recensito Avatar.

Paolo, con Avatar siamo in una nuova era della visione cinematografica?
"No. Dal punto di vista delle tecnologie di realizzazione di un film è un importante passo avanti, un'evoluzione, un po' come lo è stato l'avvento degli effetti speciali digitali negli anni Novanta. Ricordiamoci l'impatto che ebbe Jurassic Park di Spielberg".

Il 3D di nuova generazione è destinato a rivoluzionare l'arte del cinema?
"Piano con i facili entusiasmi. Il 3D sviluppato e usato da James Cameron, che ho molto apprezzato perché è meno invasivo che in altre pellicole tutte giocate sull'effettaccio degli oggetti che sembrano piovere addosso agli spettatori, si può considerare un'aggiornamento tecnologico delle tecniche per dare maggiore profondità di campo alle riprese. Tra i primissimi a usarle ci fu Orson Welles con il suo capolavoro Quarto Potere".

C'è chi dice che il cinema è spettacolo audiovisivo e che anche se un film non incorpora un grande messaggio vale lo stupore, l'emozione della visione in sé. Che ne pensa?
"Il cinema è un'arte complessa, ridurlo a sola tecnica di ripresa è un discorso miope. Non a caso Avatar è visivamente straordinario ma ha diverse debolezze di sceneggiatura, come sempre succede con James Cameron. Personaggi un po' troppo stereotipati, buoni primitivi da una parte e cattivi super armati dall'altra. Una visione da fiaba che trascura molte sfumature e qua e là fa perdere fascino alla storia. Ala fine direi che il kolossal di Cameron racconta una favola".

Si è molto parlato del messaggio ecologista contenuto in Avatar. Se Cameron avesse puntato su una storia volutamente semplice per farlo arrivare a quanti più spettatori possibile?
"Dubito che questa sia una lettura giusta del film. In generale dubito sempre di tutte le semplificazioni. Avatar racconta una storia, come tutti i film, lo fa con grande dispiego di tecnologia, a tratti affascinante. Ma già negli anni Settanta il cinema americano rifletteva sul rapporto tra uomo, cultura, etnia e ambiente con una profondità che non ha più ritrovato. La dico tutta: James Cameron ha molte qualità ma non è certo tra gli autori di punta di Hollywood, e non è nemmeno un visionario. Giusto per fare un esempio, senza tutto questo dispendio di dollari e tecnologia David Lynch è anni luce avanti".

Il suo dizionario del cinema è celebre per condensare il giudizio su un film con il metodo dei pallini, da uno a cinque. Il cerchietto è sinonimo di fallimento irrimediabile. Mereghetti, per concludere, ad Avatar quanto darebbe?
"Ci sto ancora pensando, diciamo che sono indeciso tra due pallini e mezzo e tre".