"Matrix", Keanu Reeves soppiantato da Carrie-Anne Moss. I 5 motivi per non perderlo

Come un’Araba Fenice pronta a risorgere dalle proprie ceneri ed evolversi verso altre generazioni contemporanee, pronta a superare i propri lutti, quelli della regista, dopo la scomparsa del padre, e ritrovare conforto nella sua creazione migliore. Il mondo e il linguaggio di Matrix, che nel 1999 fece la storia del cinema (vincendo pure quattro Premi Oscar), inaugurando una saga leggendaria, a cui seguirono poi due sequel, Matrix Reloaded e Matrix Revolutions, si contraddistinse all’epoca proprio per il suo animo rivoluzionario, di ribellione punk, un po’ anticapitalista, quasi un richiamo profetico alla lotta-mutazione sociale, invitando a non rimanere schiavi del “sistema fittizio” imposto. Un film innovativo, un concentrato di idee, suggestioni e immagini d’avanguardia, citazioni, sguardi, che adesso rimette in azione l’ingranaggio narrativo nel quarto capitolo (dal 1° gennaio distribuito da Warner Bros) diretto da Lana Wachowski, che insieme alla sorella Lilly iniziò l’avventura (gli ex Andy e Larry Wachowski) intenta adesso a (r)indossare i panni di demiurgo visionario.
Matrix Resurrections torna così a far sognare, in maniera diversa: ecco i cinque motivi per cui non perderselo.

1) L’effetto nostalgia, i rimandi allegorici, inseguendo la verità.

 A partire dal dilemma diventato mito, ideale, scelta, ingoiare, o meno, la pillola rossa (“restare nel paese delle meraviglie”) o la pillola azzurra (“fine della storia”), il tutto scandito dal Bianconiglio, dal guardarsi in specchi, dove scorgere ciò che è reale o semplice illusione.

2) Keanu Reeves e Carrie-Anne Moss, riuniti insieme a distanza di quasi 20 anni dalla terza pellicola.

Emozioni d’altri tempi. Intoccabili protagonisti di ieri e oggi, nei panni di Thomas Anderson, Neo per tutti, programmatore depresso di una società di videogames, e Trinity, che si fa chiamare Tiffany, è sposata e ha due figli. Privi apparentemente di memoria, lontani, sapranno però ritrovarsi e risvegliare i loro veri “io” residui, per nulla accantonati.

3) Le tematiche, mai passate di moda.

Il presente virtuale, scandito da intelligenza artificiale, umanità tecnologica, il tutto articolato in quella metafora, filosofia, transizione, controllo, ricerca spirituale, chiamata Matrix appunto, che ora, da buona operazione commerciale, strizza l’occhio ad un pubblico giovane, ibrido, ma desideroso di giocare ancora.

 4) La svolta al femminile e romantica.

Trinity sembra la più lontana dalla realtà, eppure, una volta destata dal suo torpore, saprà non solo battersi meglio di Neo, diventando semmai l’eroina vera, lottando altresì per i propri sentimenti d’amore, tornati in circolo. Lei, così anche la new entry Bugs, una guerriera tosta e per nulla marginale, interpretata da Jessica Henwick, rappresentano il continuo cambiamento di Hollywood nelle storie. Novità, al maschile, che invece faranno forse storcere il naso agli appassionati: via infatti gli attori Laurence Fishburne e Hugo Weaving, dentro Yahya Abdul-Mateen II e Jonathan Groff, nei panni di Morpheus e dell’Agente Smith.

5) Le scene d’introspezione e d’azione.

Tra déjà-vu, omaggi e istantanee action (torna l’immancabile ‘bullet time’), il film sembra non prendersi a tratti troppo seriamente, anzi è autoironico, parodistico, al punto da incrociare flashback, strade alternative, coraggiose, in questo caso magari non perfette: ben consce comunque di un universo di simboli che ha voglia di porsi altre riflessioni esistenziali su chi siamo, dove stiamo andando e perché?